LA GEOMETRIA DEL NOI – DOVE LA STRUTTURA NON PRESCRIVE IL GIOCO MA CREA LE CONDIZIONI PERCHÈ IL GIOCO EMERGA

Dal Triangle Offense al Gioco di Posizione: quando le relazioni diventano sistema

Basket e calcio, Phil Jackson e il pensiero posizionale, fino al Modello Anima: linguaggi differenti per indagare una stessa idea, l’intelligenza collettiva.

Dal basket di Tex Winter e Phil Jackson al gioco di posizione nel calcio: discipline diverse, linguaggi differenti, ma una stessa intuizione. Il giocatore non deve essere il terminale di uno schema. Deve diventare parte intelligente di un sistema di relazioni.

Esistono idee che appartengono a uno sport e altre che sembrano attraversare gli sport.

L’Attacco a Triangolo sviluppato da Tex Winter e portato ai massimi livelli da Phil Jackson con i Chicago Bulls e i Los Angeles Lakers appartiene probabilmente alla seconda categoria.

Non perché sia possibile trasferire meccanicamente un sistema offensivo dalla pallacanestro al calcio. Sarebbe un’operazione superficiale. Basket e calcio possiedono spazi, tempi, regole e dinamiche completamente differenti.

Ciò che può essere trasferito è invece il pensiero che sta dietro alla struttura.

Ed è proprio osservando questa filosofia che emergono interessanti punti di contatto con il gioco di posizione e, successivamente, con alcuni dei principi sui quali abbiamo costruito il Modello Anima.

Tre prospettive differenti che sembrano convergere verso una domanda comune:

Quanto deve decidere l’allenatore e quanto deve invece creare le condizioni affinché siano i giocatori a trovare le risposte?

Il Triangle Offense: non uno schema, ma un sistema di possibilità

L’Attacco a Triangolo affonda le proprie radici nel lavoro di Sam Barry alla University of Southern California, ma fu Tex Winter a svilupparlo, sistematizzarlo e diffonderlo, fino alla pubblicazione nel 1962 di The Triple-Post Offense. Successivamente Phil Jackson ne fece il sistema offensivo dei suoi Chicago Bulls e Los Angeles Lakers.

Ridurre il Triangle alla disposizione geometrica di tre giocatori sarebbe però fuorviante.

Jackson e Winter lo descrissero come qualcosa di più ampio di una serie di giocate: una filosofia e un modo coerente di pensare ed eseguire il gioco ogni volta che la squadra entra in possesso della palla.

Il sistema crea riferimenti, distanze, linee di passaggio e occupazione razionale dello spazio, ma non pretende di determinare anticipatamente tutto ciò che accadrà.

Il principio fondamentale è un altro: leggere la difesa e reagire a ciò che essa propone.

Nella ricostruzione storica dei Chicago Bulls, il sistema di Winter viene infatti descritto come fondato sul movimento della palla e dei giocatori con uno scopo preciso, nel quale la risposta offensiva dipende dal comportamento della difesa. Non esisteva necessariamente una chiamata che determinasse tutta la sequenza successiva: i giocatori dovevano riconoscere ciò che stava accadendo e agire di conseguenza.

La differenza è enorme. Lo schema dice:

“Quando accade A, esegui B.”

Un sistema basato sui principi suggerisce invece:

“Riconosci ciò che sta accadendo e trova, insieme agli altri, la risposta più efficace.”

La struttura rimane, ma cambia la funzione della struttura. Non serve più a controllare il giocatore.

Serve a orientarlo.

Il paradosso della struttura: organizzare per liberare

Qui compare un apparente paradosso.

Per lasciare maggiore libertà decisionale ai giocatori non è necessariamente necessario eliminare l’organizzazione. Al contrario, può essere necessario costruire una struttura collettiva ancora più riconoscibile.

Perché la libertà senza riferimenti rischia di trasformarsi in casualità.

Nel Triangle Offense spacing, movimento della palla, movimento dei giocatori, equilibrio, intercambiabilità e lettura della difesa costruiscono una grammatica comune.

Phil Jackson spiegò inoltre come il sistema permettesse di giocare senza dipendere necessariamente da un unico portatore di palla o da un solo leader offensivo.

Ed è interessante ricordare cosa significò questo per una squadra che disponeva del più straordinario realizzatore della propria epoca.

Michael Jordan dovette progressivamente accettare che il pallone cambiasse lato e che non tutte le azioni fossero costruite direttamente per lui: erano anche le letture della difesa a determinare lo sviluppo dell’attacco.

Il talento individuale non veniva negato.

Veniva inserito dentro un’intelligenza collettiva.

Questa distinzione è fondamentale.

Un sistema autenticamente collettivo non cerca di rendere tutti uguali. Cerca di creare le condizioni affinché le differenze individuali possano diventare risorse per l’intero organismo squadra.

Dal parquet al campo: l’incontro con il gioco di posizione

È proprio qui che il pensiero del Triangle incontra, concettualmente, il gioco di posizione.

Naturalmente non stiamo sostenendo una derivazione storica diretta.

Stiamo osservando una parentela metodologica.

Anche nel gioco di posizione lo spazio viene organizzato per permettere ai giocatori di riconoscere determinate possibilità: generare superiorità, creare l’uomo libero, offrire linee di passaggio, attirare l’avversario in una zona per liberarne un’altra, utilizzare il terzo uomo, creare ampiezza e profondità.

La posizione, quindi, non dovrebbe essere interpretata come un punto del campo da occupare passivamente.

È una posizione in relazione a qualcosa. Alla palla. Ai compagni. Agli avversari. Agli spazi disponibili. Alla porta. E soprattutto a ciò che sta per accadere.

Per questo un buon gioco di posizione non dovrebbe produrre giocatori immobili all’interno di una geometria prestabilita. Dovrebbe produrre giocatori capaci di comprendere il significato della propria posizione rispetto alla configurazione momentanea del sistema.

La posizione diventa relazione. E la relazione genera possibilità.

Il triangolo come unità minima del gioco collettivo

Da questa prospettiva il triangolo assume un significato particolarmente interessante.

Con un solo giocatore abbiamo un individuo.

Con due giocatori compare una relazione.

Con tre giocatori nasce qualcosa di nuovo: una rete elementare di possibilità.

Il possessore non dispone più di una sola relazione lineare. Compaiono differenti direzioni, angoli di passaggio, sostegni, combinazioni, possibilità di attrarre e liberare, movimenti del terzo uomo.

È una piccola architettura dinamica.

Nel calcio questo principio diventa particolarmente evidente osservando un 4-3-3.

Centrale, terzino e mediano. Terzino, mezzala e ala. Mediano e due mezzali. Ala, mezzala e centravanti.

La squadra può essere letta come una successione di triangoli che continuamente si formano, si deformano e si ricompongono in funzione della posizione della palla e del comportamento dell’avversario.

Ma il punto decisivo non è disegnare triangoli. È comprendere cosa accade al loro interno.

Se il terzino riceve, cosa percepisce l’ala? Come modifica la propria posizione la mezzala?

Chi offre sostegno? Chi crea profondità? Chi attrae? Chi libera? Chi si muove pur sapendo che probabilmente non riceverà mai il pallone?

Il triangolo smette così di essere geometria e diventa relazione funzionale.

Dal gioco di posizione al Modello Anima

È a questo punto che la riflessione incontra il Modello Anima.

Nel nostro approccio partiamo dall’idea che una squadra sia un sistema complesso di persone e relazioni, non semplicemente la somma delle qualità individuali dei suoi componenti.

Per questo distinguiamo idealmente due dimensioni, senza mai separarle realmente:

ciò che siamo e ciò che facciamo.

Ciò che siamo riguarda la dimensione umana: fiducia, responsabilità, emozioni, sentimenti, appartenenza, disponibilità reciproca, conoscenza dell’altro.

Ciò che facciamo riguarda la dimensione tecnico-tattica: percepire, scegliere, smarcarsi, sostenere, occupare uno spazio, creare una superiorità, pressare, coprire, attaccare la profondità.

Le due dimensioni, però, comunicano continuamente.

Ed è qui che il Modello Anima prova a compiere un passo ulteriore.

La qualità delle relazioni umane può influenzare la qualità delle interazioni tecnico-tattiche.

Un giocatore che conosce profondamente il proprio compagno può anticiparne un’intenzione.

Un giocatore che si fida può avere il coraggio di consegnargli una palla difficile.

Un giocatore che comprende il valore del NOI può effettuare una corsa sapendo che non riceverà il pallone, perché quella corsa aprirà lo spazio necessario a un altro.

Un giocatore che sente di appartenere realmente al sistema può interpretare il proprio comportamento non soltanto chiedendosi:

“Cosa conviene a me?” ma “Di cosa ha bisogno la squadra in questo momento?”

Dal comando al principio

Questo modifica inevitabilmente anche il ruolo dell’allenatore. Se consideriamo il giocatore un semplice esecutore, l’allenamento tenderà a fornire risposte.

Se invece lo consideriamo parte intelligente di un sistema complesso, l’allenamento dovrà soprattutto costruire problemi significativi da risolvere.

L’allenatore non scompare. Cambia funzione. Stabilisce principi. Costruisce contesti. Modifica spazi e vincoli. Orienta l’attenzione. Formula domande. Favorisce relazioni. Permette al giocatore di sbagliare, riconoscere, adattarsi e trovare nuove soluzioni.

Da questo punto di vista Triangle Offense, gioco di posizione e Modello Anima sembrano incontrarsi intorno a un principio comune:

la struttura migliore non è necessariamente quella che contiene tutte le risposte, ma quella che permette ai giocatori di generarle.

Il sistema non cancella l’individuo

C’è infine un equivoco da evitare. Mettere il NOI al centro non significa ridimensionare l’individualità.

È esattamente il contrario.

Scottie Pippen ricordò come il processo di introduzione del Triangle contribuì alla trasformazione dei Bulls e dello stesso Jordan: la squadra non poteva dipendere continuamente da un solo giocatore dominante, ma doveva muoversi in sincronia, facendo circolare uomini e pallone.

Jordan non diventò meno Jordan. Il sistema creò le condizioni affinché il suo talento potesse esprimersi all’interno di una squadra più difficile da prevedere e da controllare.

È un principio che sentiamo profondamente vicino al Modello Anima.

Il NOI non cancella l’IO. Gli permette di assumere significato.

Una squadra autenticamente collettiva non chiede ai giocatori di rinunciare alla propria unicità. Chiede loro di metterla in relazione. Il dribbling di un giocatore modifica il comportamento dell’avversario e crea uno spazio per un compagno. Il movimento senza palla di un altro libera quello spazio. Un terzo giocatore riconosce ciò che sta accadendo e lo occupa. Nessuna delle tre azioni possiede pienamente significato se osservata isolatamente. È la relazione tra esse a produrre il gioco.

Tutto è uno

Arriviamo così al cuore della questione. Il Triangle Offense organizza possibilità. Il gioco di posizione organizza lo spazio affinché emergano relazioni vantaggiose. Il Modello Anima prova a collegare quelle interazioni tecnico-tattiche alla dimensione umana che le sostiene.

Il filo conduttore è il passaggio dall’azione individuale alla relazione, e dalla relazione all’intelligenza collettiva. Per questo, nel nostro modo di interpretare il calcio, un 4-3-3 non è semplicemente la disposizione di undici giocatori. È una rete dinamica di relazioni.

Il modulo rappresenta la fotografia iniziale.

Il gioco è ciò che accade quando quella fotografia comincia a vivere.

I triangoli diventano connessioni.

Le connessioni generano informazioni.

Le informazioni orientano le decisioni.

Le decisioni modificano continuamente il sistema.

E ogni modificazione produce nuove possibilità per tutti gli altri.

È qui che il concetto di Tutto è Uno smette di essere soltanto una suggestione filosofica e assume un significato profondamente sportivo. Ogni comportamento individuale modifica il sistema e, contemporaneamente, il sistema modifica le possibilità dell’individuo.

Forse è proprio questa una delle lezioni più interessanti che possiamo portare dal parquet di Tex Winter e Phil Jackson fino al campo da calcio. Non allenare undici giocatori affinché eseguano undici compiti separati. Allenare una squadra affinché impari a percepire, interpretare, scegliere e trasformarsi insieme. Perché il gioco, nella sua forma più evoluta, non appartiene mai completamente a chi possiede la palla.

Appartiene alla rete di relazioni che rende possibile ciò che sta per accadere.

In sintesi

Non alleniamo movimenti. Alleniamo relazioni.
Le relazioni generano possibilità.
Le possibilità richiedono percezione.
La percezione orienta la scelta.
Le scelte individuali, quando condividono principi comuni, generano comportamento collettivo.
Il comportamento collettivo, quando diventa riconoscibile, costruisce identità.

Ed è in quel momento che un gruppo di giocatori comincia davvero a diventare squadra.

BIO: LUCA CONTIERO

Consulente creativo nel campo della comunicazione. Allenatore Uefa B.

Autore con Mirko Melis del libro “Il Modello Anima” persone migliori fanno sportivi migliori.

Appassionato del modello spagnolo, ha seguito e filmato per una settimana gli allenamenti del Bayern di Pep Guardiola ad Arco di Trento. Ha partecipato come relatore al convegno “Lo sport coaching: dall’educazione di base alla preparazione di alto livello” Organizzato dalla scuola di Gestalt Coaching di Torino e su invito del direttore Franco Gnudi ha portato l’esperienza del Modello Anima agli allievi del Master in Gestalt Sport Coaching.

3 risposte

  1. Complimenti molto interessante. Anche Vittorio Gallese parla del superamento dell’IO o della realizzazione dell’Io nel noi che definisci il “neocentrismo”. L’individuo esiste perché esiste la relazione. Lei l’ha giustamente letta nel basket dei Chicago attraverso l’architettura del triangolo e nel calcio posizionale.

  2. Complimenti, davvero, un pensiero che va oltre la pratica, l’esecuzione, ma esplora l’animo umano che risulta fondamentale in un qualsiasi gioco di squadra. Penso esattamente le stesse cose.

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