L’ALBATROS È VOLATO VIA

Un gigante in campo, un uomo fragile fuori: come il grande uccello marino, che nella poesia di Baudelaire “sta con l’uragano e ride degli arcieri”, ma sulla terra è goffo. È proprio per questo intreccio inestricabile di forza e vulnerabilità, che amiamo così tanto Franco Baresi, il “Piscinin” diventato Kaiser che rimarrà sempre Capitano.

Avete presente “L’Albatros”, la poesia di Charles Baudelaire? L’Albatros, dice Baudelaire, quando vola è maestoso, “sta con l’uragano e ride degli arcieri” (che definizione, eh?); ma quando è a terra è goffo, e sono proprio le sue grandi ali a renderlo impacciato nei movimenti. Così è il poeta, conclude Baudelaire, “esule in terra”, certamente più a suo agio nel cielo delle idee. Così è Franco Baresi, secondo me.

Non mi viene in mente (ci sarà, ne sono certo, ma a me non viene in mente) un contrasto più forte fra una carriera sportiva maestosa, vissuta ad ali spiegate, e un “dopo” così distante. Dopo il suo struggente ritiro, le cui immagini abbiamo visto mille volte in questi giorni, Franco non è diventato un grande allenatore come Carlo Ancelotti, o un grande dirigente sportivo; ma neppure una celebrità televisiva, o un personaggio delle cronache rosa.

Quello che voglio dire è che alla gigantesca carriera sportiva del nostro Franz è seguita una fase silenziosa: quasi che al capitano-albatros mancassero le parole, le tante, troppe parole di cui è fatto il chiacchiericcio quotidiano, per confrontarsi con il mondo che lo circondava. Ho visto un intervento del 1994 al Meeting di Rimini: Baresi, con quella bella faccia virile di un trentaquattrenne in piena forma, esordisce dicendo “non vi racconto tutta la mia carriera, perché sarebbe noiosa”. Noiosa? I presenti rumoreggiano, in un divertito dissenso. Loro, e io con loro, non vorremmo ascoltare altro che tutta la sua carriera e poi, una volta finita, ascoltarla di nuovo. Franco dice invece pochissime parole: “Ho trovato una famiglia, un contesto che mi ha permesso di esprimere il mio talento. Poi, certo, ci vuole un po’ di fortuna e l’aiuto del buon Dio”. Fine. “Diceva poche parole, ma di quelle poche ne sbagliava poche”, ha dichiarato pochi giorni fa Gennaro Gattuso, con una ripetizione forse involontaria ma molto efficace, dal ritmo quasi poetico.

In questi ultimi giorni su Franco Baresi, passato da “Piscinin” a Kaiser nel giro di pochi anni con una carriera fulminante, abbiamo detto di tutto (a proposito: lo sapete che nel dialetto milanese, che nessuno parla più e tanti storpiano orribilmente, “el piscinin” non vuol dire solo “il piccolino”, ma anche il garzone, l’apprendista, quello che in officina passa i ferri all’operaio più esperto, ed è quello, secondo me, il senso vero?). Per me Franco Baresi è sempre stato l’Albatros: un poeta in campo, un uomo un po’ spaesato fuori dal campo, con un’insospettabile fragilità che ce lo ha fatto amare ancora di più, fino a quest’ultima, fatale fragilità che non avremmo mai voluto neanche prendere in considerazione.

Ora l’Albatros è volato via. Io non credo all’aldilà, non credo che ci sia un’altra vita, non credo che stia palleggiando con Maradona. Io credo che esista invece una cosa ben più importante: la memoria. Lì, nella mia e nella nostra memoria, c’è un Baresi eternamente giovane, magari fradicio di pioggia, che corre furiosamente all’inseguimento di un avversario che punta verso la nostra porta. E noi sappiamo già che un attimo prima del tiro, Franco entrerà in scivolata, sposterà il pallone e – mentre gli applausi per l’ennesimo irreale intervento difensivo ancora risuonano – si alzerà in piedi pronto a ripartire, con l’aria di chi dice “forza, avanti, non perdiamo tempo”. E siamo tutti più tranquilli.

BIO: Luca Villani è nato a Milano il 31 gennaio 1965. Giornalista professionista, oggi si occupa di comunicazione aziendale e insegna all’Università del Piemonte Orientale. Tifoso milanista da sempre, ha sviluppato negli anni una inspiegabile passione per il calcio giovanile e in particolare per la Primavera rossonera. Una volta Kakà lo ha citato in un suo post su Instagram e da quel momento non è più lo stesso.

14 risposte

  1. Grandissimo bell’articolo Luca, Chapeau! L’azzeccatissima metafora con l’albatros di Baudelaire ha poetizzato il tuo scritto. Quel “garzone” di bottega è diventato il Michelangelo eterno del Milan e del calcio mondiale. Ameremo per sempre il nostro unico Capitano!
    Immenso Franco!
    Un caro abbraccio.

    Massimo Baldoni ❤️🖤

  2. Fantastico ritratto di un uomo grandioso!!! Grazie per tutto ciò che hai dato in campo e fuori!! Sempre con noi!!!❤️❤️❤️

  3. Bellissimo articolo, degno del nostro grande Capitano. Il paragone con l’ albatros si addice perfettamente alla figura del nostro Franz per l’ eleganza e la maestosità che regalava a tutti noi tifosi nei suoi interventi e per il suo modo di interpretare il gioco del calcio. Immenso ed eterno. Vola e riposa in pace con gli Angeli del Signore mio Capitano ❤️🖤

  4. Esiste anche la Fede caro Luca ..Non e ‘ quela delle chiacchere del ricco Vaticano o piuttosto delle altre religioni alternative..la Fede in qualcosa al di sopra delle vicende umane x cui*i comportamenti determinano coscenza e dignita di ciascuno di noi,anonimo oppure eletto,comeloe’stato Franco Baresi.ok memoria

    1. Bel ricordo di Baresi….ma mi fa sorridere la presentazione dell’autore dove c’è scritto che da quando Kakà lo ha citato su Instagram, lui non è più lo stesso 🤣
      È diventato migliore o peggiore?😅😅

      1. Era una battuta autoironica. Credo che sia rimasto più o meno lo stesso: però ha vissuto una giornata di celebrità fra gli amici di suo figlio! Grazie per il commento, Luca

  5. Bellissimo articolo. Mi ha fatto ripensare a tutte le volte che allo stadio tutti si alzavano ad applaudire un intervento del Capitano, l’ennesimo, che poi ripartiva e trascinava i suoi compagni a una nuova azione d’attacco, perché questo è sempre stato Franco, uno che ripartiva e non si lasciava abbattere da niente, né dalla B, né da un gol avversario, né da qualsivoglia sfortuna

  6. Complimenti Luca, finalmente qualcuno che ha chiarito il vero significato della parola “piscinin” dando in questo modo ancora più valore alla persona, c’entra poco con il messaggio dell’articolo ma sono d’accordo con te, ormai il dialetto non lo parla più nessuno (sono brianzolo), è un peccato! Un abbraccio!

  7. Articolo bellissimo, penso che dopo le lacrime dobbiamo essere grati a Dio per averci donato questo privilegio di averlo potuto amare.

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