LA CRISI DEL CALCIO ITALIANO? FORSE IL PROBLEMA È DA DOVE INIZIAMO A GUARDARLA

La crisi del calcio italiano? Forse il problema è da dove iniziamo a guardarla

Continuiamo a cercare le cause nel calcio dei grandi. Forse dovremmo iniziare a guardare il calcio di base.

Ogni volta che sento parlare della crisi del calcio italiano provo una sensazione strana. Non perché non condivida alcune delle analisi che vengono proposte, ma perché quasi tutte partono dallo stesso punto.

Si parla di troppa tattica e poca tecnica, di una ricerca eccessiva della precocità fisica, del valore dei risultati ottenuti dalle nazionali giovanili e della formazione degli allenatori.

Sono riflessioni spesso interessanti e, in molti casi, anche condivisibili.

Eppure, ogni volta che le ascolto, rafforzano in me una convinzione sempre più profonda: non è tanto il contenuto di queste analisi a farmi riflettere, quanto il fatto che quasi nessuno inizi il ragionamento dal calcio di base.

È come se il dibattito sul calcio italiano cominciasse quando i ragazzi hanno già quindici o sedici anni, dimenticando che il talento nasce molto prima.

Per questo ho la sensazione che, più che un problema di analisi, esista un problema di conoscenza. Sul calcio di base, quello tra i 6 e i 12 anni, in Italia, c’è ancora troppo poco interesse, troppa poca informazione e, soprattutto, troppo poca cultura.

Basta osservare ciò che accade realmente nei primi anni di formazione.

I quattro aspetti più frequentemente indicati come cause della crisi del calcio italiano – tattica, precocità, risultati delle nazionali giovanili e formazione degli allenatori – tra i 6 e i 12 anni non solo assumono un significato completamente diverso, ma in alcuni casi semplicemente non esistono.

Troppa tattica?

Nel calcio di base non esiste il calcio degli adulti. Si gioca a 5, a 7 e a 9 giocatori, con regolamenti differenti, spazi diversi, tempi ridotti e modalità di gioco pensate per favorire il maggior numero possibile di esperienze. In molte categorie il fuorigioco non esiste, le regole cambiano in funzione dell’età e il regolamento garantisce tempi di gioco simili per tutti i bambini.

Parlare di un eccesso di tattica in questo contesto significa descrivere una realtà che semplicemente non esiste.

La precocità fisica

Anche qui la distanza tra il dibattito e la realtà è enorme. Si sostiene spesso che il sistema premi soprattutto i ragazzi più sviluppati fisicamente, ma nel calcio di base la situazione è molto più articolata. Le società realmente selettive rappresentano una minoranza e, quando effettuano una scelta accurata, ricercano sempre più spesso bambini tecnici, creativi, capaci di inventare calcio.

Nella maggior parte dei casi chiunque può iscriversi e partecipare all’attività. Precoci e tardivi, più pronti e meno pronti condividono lo stesso percorso, accumulando esperienze fondamentali per la loro crescita.

Il peso delle nazionali giovanili

Ogni vittoria viene interpretata come un indicatore dello stato di salute del movimento. Ma siamo davvero sicuri che vincere un Europeo Under 17 significhi produrre più talento? E siamo certi che tutte le nazionali schierino i loro migliori prospetti, considerando che molti giocatori di alto livello vengono già inseriti nelle categorie superiori?

Nel calcio di base tutto questo non esiste.

Le nazionali iniziano dall’Under 15 e, soprattutto, la vittoria non rappresenta un indicatore della qualità del lavoro svolto né del talento prodotto. Sempre più spesso i tornei sono organizzati con tante gare, senza finali e senza un vincitore assoluto.

Il vero valore dell’attività è un altro: il tempo trascorso giocando.

Sono i minuti passati in campo, il numero di esperienze vissute, il confronto continuo con compagni e avversari diversi. È lì che si costruiscono competenze tecniche, capacità decisionali, attitudini e conoscenze che accompagneranno il giovane calciatore negli anni successivi.

La formazione degli allenatori

Anche qui emerge una distanza sorprendente.

Tutti sottolineano quanto sia importante preparare meglio i tecnici, ma quando si parla degli allenatori che lavorano con i bambini dai 6 ai 12 anni la specializzazione è praticamente inesistente.

Il percorso federale UEFA C comprende una fascia d’età che va dai 6 ai 21 anni. È evidente che formare un bambino di sei anni e allenare un ragazzo di ventuno richiedano competenze profondamente diverse.

Pensare che un unico percorso possa preparare adeguatamente entrambe le realtà significa sottovalutare la complessità del calcio di base.

Ed è proprio qui che, a mio avviso, emerge il vero paradosso.

Continuiamo a discutere delle cause della crisi del calcio italiano osservando quasi esclusivamente ciò che accade dopo i quattordici o quindici anni, mentre dedichiamo pochissima attenzione al periodo in cui il talento nasce, cresce e prende forma.

Eppure basta osservare alcuni modelli europei per comprendere quanto il lavoro svolto prima dell’adolescenza sia determinante. La Spagna, ad esempio, continua a produrre calciatori capaci di affermarsi giovanissimi, arrivando a schierare ragazzi nati nel 2007 già protagonisti ad altissimo livello.

Non è un caso.

È il risultato di un percorso costruito molti anni prima.

Per questo, se davvero volessimo ripensare il futuro del calcio italiano, partirei da una priorità precisa: il calcio di base.

Investire significa formare allenatori realmente specializzati, creare una rete di osservatori competente e capillare, aumentare le occasioni di gioco e dare a un numero sempre maggiore di bambini la possibilità di essere osservati, allenati e accompagnati in un percorso di qualità.

La ricerca del talento non può iniziare quando il talento è già emerso.

Deve iniziare quando ancora non si vede.

Forse la vera crisi del calcio italiano non è soltanto tecnica, tattica o organizzativa.

È culturale.

Continuiamo a discutere del talento quando dovrebbe già essere emerso, invece di interrogarci su come nasce, cresce e viene coltivato.

Il calcio di base rappresenta il primo anello della catena, ma è anche quello di cui si parla meno e su cui si investe meno in termini di ricerca, formazione e osservazione.

Eppure è proprio lì che si costruisce il futuro del nostro calcio.

Se vogliamo capire perché oggi produciamo meno talento, dobbiamo iniziare a osservare il luogo in cui il talento nasce.

Perché il futuro della Nazionale non comincia in Under 21, in Under 17 o in Under 15.

Comincia molto prima.

Comincia in un campo di calcio a 5, a 7 o a 9, quando un bambino scopre per la prima volta il piacere di giocare.

E fino a quando il calcio di base resterà ai margini del dibattito, continueremo a discutere delle conseguenze senza affrontarne davvero le cause.

BIO: GIANLUCA URGNANI

Allenatore UEFA B dal 2009, lavora da oltre trent’anni nelle categorie dell’attività di base. Da undici stagioni è allenatore dell’FC Internazionale Milano, ruolo ricoperto nelle categorie U9, U10 e U11. Ha iniziato il proprio percorso nei dilettanti con l’Unitas Coccaglio, per poi proseguire per cinque stagioni al Lumezzane.

Autore di diversi testi sull’allenamento giovanile, oltre che di numerosi articoli e pubblicazioni, nel luglio 2026 ha pubblicato il libro -Dentro il campo, dentro il gioco-.

Da sempre appassionato di formazione degli allenatori, è relatore in convegni, workshop e seminari. Marito e Padre.

5 risposte

  1. Analisi lucidissima con cui concordo in toto. Sui peana alle vittorie delle nazionali giovanili senza poi seguito, mi viene in mente la vittoria del diciassettenne Diego Nargiso, nel 1987, al torneo di Wimbledon Under 18 (il Boys’ Singles). Ricordo l’entusiasmo diffuso per la giovane promessa, con tutti che si aspettavano di vederlo poi vincere anche tra i grandi. Rino Tommasi, unica voce fuori dal coro, fece notare che quelli che diventano davvero forti a 17 anni sono già nei tornei maggiori.

  2. Condivido in buona parte quanto hai riportato. A mio modesto avviso la crisi del calcio italiano viene tradizionalmente analizzata focalizzandosi sulle categorie d’élite o sui risultati delle nazionali giovanili, ignorando tuttavia che la genesi del talento precede soprattutto dall’infanzia e l’adolescenza. Per colmare questo vuoto culturale e strutturale, occorre adottare un approccio rigoroso professionale ed accademico fondato su direttrici scientifiche ed educative:

    1) Specializzazione precoce e formazione dei tecnici: L’adozione di percorsi accademici extra-calcio focalizzati sulla psicomotricità e sulle competenze neuro-cognitive permette di superare i limiti dei programmi federali generalisti, garantendo figure educative realmente competenti nella fascia d’età evolutiva (6–12 anni).

    2) Oggettività metodologica e supporto tecnologico: L’introduzione di sistemi di analisi basati sull’intelligenza artificiale e sul monitoraggio motorio consente di superare le valutazioni soggettive, tracciando scientificamente i percorsi di crescita individuali.

    3) Sostenibilità economica e inclusione sociale: L’accesso a bandi comunitari e a finanziamenti strutturati elimina i costi a carico delle famiglie, garantendo la democratizzazione della pratica sportiva e la parità d’accesso al movimento dilettantistico.

    4) Ottimizzazione del tempo formativo: L’integrazione di attività pomeridiane strutturate (14:30–16:30) trasforma il tempo extrascolastico in un’opportunità di alfabetizzazione motoria e cognitiva, moltiplicando le ore di esperienza pratica necessarie allo sviluppo del giovane atleta.

    Porto queste riflessioni avendo svolto da 4 anni un lungo lavoro progettuale per la soluzione di questi problemi ed avendo trovato le soluzioni definitive.

    Marco

  3. Premetto che mi definisco :” Mister di Calcio di Base”, da quando era NAGC e attualmente Scuola Calcio. Concordo che ci sono alcuni degli aspetti della crisi del Calcio italiano che riguardano sia la CULTURA e sia la FORMAZIONE. L’aspetto culturale riguarda essenzialmente i responsabili che gestiscono la Società( Pres./Diret.Sport./Resp.di Sett.) , mentre l’aspetto della Formazione riguarda il Mister responsabile della Categoria( Piccoli Amici/Primi Calci/Pulcini/Esordienti/. Dalla mia esperienza posso affermare che la stragrande maggioranza delle società di Calcio sono orientate soprattutto sulla “vittoria della partita” e sulla “posizione in classifica”. Ma l’aspetto più odioso e quello di organizzare i Tornei(di Settembre………Aprile/Maggio/Giugno) con la formula del Settore Agonistico con tanta di classifica e premiazioni per il Primo e Secondo posto. Tutta questa”cultura” viene trasmessa ai genitori i quali si fanno una “idea chiara” sulle capacità calcistiche del proprio figlio e sulla “qualità della squadra”. La selezione che viene fatta soprattutto se il Bimbo è “dotato fisicamente” , NON gliene frega niente delle Qualità Tecniche Calcistiche!!!!!!!! La crisi del Calcio Italiano è ESSENZIALMENTE CULTURALE!!!!! Bisognerebbe FORMARE CULTURALMENTE coloro che sono i Massimi Responsabili di Società, fare in modo che entrino nel Concetto di Attività della Scuola Calcio. Aggiungo, inoltre la questione ECONOMICA per le Famiglie che sono costrette a pagare l’Iscrizione che va dai 750 ai 1000 euro e il pagamento di 3/5 euro ingresso campo quando gioca il loro bimbo. Sinceramente nutro molti dubbi che si possa uscire da questa crisi del Calcio Italiano.!!!!!!

  4. Concordo in pieno con l’ultimo commento. Non possiamo pensare che si debbano pagare 1000€ per far frequentare ad un bambino di 6 anni una scuola calcio che incominci ad essere seria e fatta di persone preparate (almeno sulla carta) con poi tutti gli extra che ci sono (es kit abbigliamento, scarpe, trasferte, biglietti di ingresso…). Il calcio deve tornare ad essere sport popolare e come tale dare una possibilità a tutti. La preparazione di tanti professionisti andrebbe magari anche messa a disposizione pro bono delle tante realtà che vanno avanti con il volontariato e la passione come gli oratori che un tempo erano la prima vera palestra sportiva ma soprattutto educativa e che passava quei valori che i grandi e veri campioni della storia non si sono mai dimenticati.

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