LA VIA PORTOGHESE AL MILAN: TRA MAGIA, DELUSIONI E UN FUTURO DA SCRIVERE

Per tanti anni, a San Siro, di “portoghesi” se ne parlava eccome… ma non perché arrivassero calciatori da Lisbona o da Oporto. Il termine, nel gergo popolare, indicava infatti chi cercava di entrare allo stadio senza pagare il biglietto. Negli anni Settanta e Ottanta, quando i controlli erano ben diversi da quelli odierni, c’era sempre qualcuno che tentava la fortuna scavalcando cancelli o trovando gli stratagemmi più fantasiosi. Un’abitudine tutt’altro che apprezzata, ma che è rimasta nell’immaginario di tanti tifosi.

Poi, con il passare degli anni, il Milan ha finalmente aperto le porte anche ai portoghesi… quelli veri. Non sono stati molti, ma hanno lasciato ricordi molto diversi tra loro: qualcuno ha conquistato il cuore dei tifosi, altri sono passati quasi inosservati, altri ancora hanno fatto discutere più per le aspettative che per quanto mostrato sul campo.

Ripercorriamo allora la storia dei calciatori portoghesi che hanno indossato la maglia rossonera, tra campioni affermati, promesse e occasioni mancate.

Il primo calciatore portoghese a vestire la maglia del Milan fu Paulo Futre, uno che il proprio nome se l’era già costruito ben prima di arrivare a Milanello. Vincitore della Coppa dei Campioni con il Porto nel 1987, secondo nella classifica del Pallone d’Oro dello stesso anno e autentica bandiera dell’Atlético Madrid, sbarcò in rossonero nell’estate del 1995, quando Fabio Capello stava allestendo la squadra che avrebbe poi conquistato lo Scudetto.

La storia, però, durò il tempo di una comparsa a causa di un fastidioso infortunio al ginocchio. In una rosa ricca di campioni come Baggio, Weah, Savićević e Simone, Futre trovò pochissimo spazio e dovette attendere l’ultima giornata di campionato per esordire in rossonero. Il 12 maggio 1996, nel largo 7-1 contro la Cremonese, entrò in campo al 79′ proprio al posto di Roberto Baggio. Il bilancio finale è presto fatto: una presenza, nessun gol, ma uno Scudetto in bacheca. Non è certo il contributo che i tifosi si aspettavano da un giocatore del suo calibro, ma resta comunque il primo nome della storia dei portoghesi del Milan.

Se Paulo Futre rappresentò una breve parentesi, Manuel Rui Costa è stato, senza alcun dubbio, il primo grande portoghese a lasciare un segno profondo nella storia del Milan.

Nell’estate del 2001 Silvio Berlusconi mise a segno quello che, all’epoca, fu il colpo più costoso della sua presidenza: *85 miliardi di lire per strappare il fuoriclasse portoghese alla Fiorentina. Un investimento enorme, fatto per consegnare al Milan il suo nuovo leader tecnico. Dopo un inizio con Fatih Terim, fu soprattutto sotto la guida di Carlo Ancelotti che Rui Costa divenne uno degli uomini simbolo della rinascita rossonera.

Nei suoi cinque anni a Milanello conquistò praticamente tutto: Champions League, Coppa Italia e Supercoppa Europea, sfiorando la vittoria della Coppa Intercontinentale, sfumata soltanto ai calci di rigore contro il Boca Juniors.

I numeri raccontano 11 reti in cinque stagioni, ma ridurre Rui Costa alle statistiche sarebbe profondamente ingeneroso. Il portoghese era il calcio fatto eleganza: visione di gioco, tecnica sopraffina, assist illuminanti e una classe capace di rendere semplice anche la giocata più difficile. Era uno di quei calciatori che facevano alzare il pubblico in piedi non tanto per i gol, quanto per il modo in cui riuscivano a costruirli.

Ancora oggi, a distanza di anni, Manuel Rui Costa è ricordato dai tifosi del Milan con un affetto speciale. Non è stato soltanto un grande giocatore, ma uno degli interpreti più raffinati e amati dell’epoca d’oro di Carlo Ancelotti, un fuoriclasse che ha saputo trasformare ogni tocco di palla in un piccolo gesto d’arte, conquistando la stima dello spogliatoio e l’affetto incondizionato del popolo rossonero.

Per rivedere un altro portoghese con la maglia rossonera bisogna fare un bel salto in avanti, fino all’estate del 2017. In quei mesi il Milan, reduce dal cambio di proprietà, era protagonista di una campagna acquisti faraonica e tra i colpi che fecero più rumore c’era André Silva.

Acquistato dal Porto per 38 milioni di euro, arrivava con l’etichetta del bomber del futuro, il centravanti destinato a riportare il Diavolo ai vertici del calcio italiano ed europeo. Le aspettative erano enormi, forse persino troppo per un ragazzo di appena 21 anni.

Le cose, però, non andarono come i tifosi speravano. In Serie A faticò a trovare continuità e a lasciare il segno, mentre riuscì a mettersi maggiormente in evidenza nelle coppe europee. Il bilancio finale della sua avventura milanista recita 41 presenze e 10 gol in due stagioni, numeri decisamente inferiori a quelli che avevano giustificato un investimento così importante.

Da lì iniziò un lungo girovagare: prima il prestito al Siviglia, poi quello all’Eintracht Francoforte, dove la sua carriera sembrò finalmente ritrovare ossigeno. Insomma, al Milan André Silva non è riuscito a mantenere le promesse della vigilia e, per i colori rossoneri, resta un’operazione di mercato poco fortunata. Col senno di poi, però, sarebbe ingeneroso liquidarlo semplicemente come un “bidone”: negli anni successivi ha dimostrato di avere qualità e senso del gol, trovando in altri contesti quella continuità che a Milano, per un motivo o per l’altro, non è mai riuscito a esprimere.

L’unico a lasciare un ricordo complessivamente positivo tra i portoghesi arrivati negli ultimi anni è stato Diogo Dalot. Arrivato in prestito dal Manchester United nell’autunno del 2020, non aveva il compito di fare la differenza, ma quello, molto più concreto, di garantire affidabilità e duttilità sulle corsie laterali.

E il suo lo ha fatto con serietà. Senza grandi clamori, Dalot si è ritagliato il proprio spazio nella squadra di Stefano Pioli, facendosi apprezzare per disponibilità, impegno e capacità di adattarsi sia sulla fascia destra sia su quella sinistra. Non un giocatore destinato a infiammare San Siro, ma un professionista sempre pronto quando chiamato in causa.

La sua avventura in rossonero si è chiusa dopo meno di un anno e 33 presenze con 2 gol. Nessun rimpianto particolare al momento della separazione, ma nemmeno giudizi negativi: semplicemente il ricordo di un terzino affidabile, passato dal Milan con discrezione, senza infamia né lode, lasciando comunque l’impressione di aver sempre dato tutto per quella maglia.

L’ex enfant prodige del calcio europeo, João Félix, quello che agli inizi della carriera in molti avevano frettolosamente accostato addirittura a Cristiano Ronaldo, è sbarcato a Milanello nel mercato di gennaio del 2026 con la speranza di rilanciarsi e di regalare ai rossoneri quella fantasia capace di accendere una stagione.

Il suo arrivo aveva inevitabilmente diviso i tifosi. Da una parte c’era chi era convinto che un talento del suo livello, finalmente in un ambiente importante, avrebbe potuto fare sfracelli e cambiare il volto dell’attacco rossonero. Dall’altra, invece, non mancavano gli scettici, convinti che si trattasse dell’ennesima scommessa dal grande nome ma dal rendimento troppo discontinuo per incidere davvero.

Alla fine, il campo ha dato ragione ai più prudenti. Nei pochi mesi trascorsi a Milano, da gennaio a giugno 2026, João Félix ha acceso San Siro soltanto a intermittenza, regalando qualche giocata di classe e sporadiche fiammate, senza però riuscire a trovare quella continuità che da anni gli viene richiesta. Il bilancio finale parla di 21 presenze e 3 gol, troppo poco per un giocatore arrivato con un bagaglio di aspettative così pesante.

La sua esperienza in rossonero si è così conclusa quasi con la stessa rapidità con cui era iniziata.

Il 1º agosto 2019 il Milan investe 30 milioni di euro, più una percentuale sull’eventuale futura rivendita, per acquistare a titolo definitivo Rafael Leão. Il portoghese firma un contratto quinquennale e arriva a Milano come uno dei talenti più luminosi del panorama europeo, con il compito di riportare entusiasmo e qualità a una squadra alla ricerca di una nuova identità.

Da quel momento inizia una storia fatta di accelerazioni irresistibili, giocate da fuoriclasse, gol pesanti e assist spettacolari, ma anche di pause improvvise e di quella continuità che, secondo molti, gli avrebbe permesso di entrare definitivamente nell’élite del calcio mondiale. Leão è il classico giocatore capace di vincere una partita da solo…e di far discutere quando non lo fa.

Tra alti e bassi, promesse non sempre mantenute e lampi di genio che hanno infiammato San Siro, è diventato uno dei volti simbolo del Milan degli ultimi anni. Decisivo nella conquista dello Scudetto del 2022, ha saputo conquistare l’affetto di una larga fetta della tifoseria, pur rimanendo spesso al centro delle critiche per alcuni atteggiamenti in campo giudicati troppo superficiali o poco continui.

È il destino dei grandi talenti: da chi può cambiare una partita con una sola giocata ci si aspetta sempre qualcosa in più.

La scorsa stagione sembrava davvero poter rappresentare il suo ultimo capitolo in maglia rossonera. Le voci di mercato si sono rincorse per mesi e il suo addio è sembrato, a tratti, una possibilità concreta. Eppure, il matrimonio tra Leão e il Milan non è ancora finito. Chissà che il futuro non riservi ancora qualche pagina importante da scrivere insieme, nella speranza che il talento immenso del portoghese riesca finalmente a trovare quella continuità che lo trasformerebbe, senza più alcun dubbio, in un campione assoluto.

Ci sono ambizioni che ti accompagnano per tutta la carriera e, per me, allenare il Milan è sempre stata una di queste. So perfettamente cosa rappresenta questo Club: storia, prestigio e una tifoseria straordinaria in tutto il mondo. È una sfida che affronto con orgoglio ed entusiasmo, con la piena consapevolezza di ciò che significano questi colori. Non vedo l’ora di iniziare e di vivere ogni giorno la passione che anima il Milan.

Con queste parole Rúben Amorim si è presentato al popolo rossonero, parole che trasmettono entusiasmo, rispetto e la piena consapevolezza del peso di una delle panchine più gloriose d’Europa. Ora spetta al campo trasformare le promesse in risultati.

Amorim raccoglie l’eredità degli altri due allenatori portoghesi della storia del Milan, Paulo Fonseca e Sérgio Conceição. Il loro bilancio è stato diverso: il primo non è riuscito a lasciare il segno, il secondo ha comunque avuto il merito di regalare ai tifosi una Supercoppa Italiana, trofeo che resterà nella storia del club. Ma il popolo milanista, si sa, è abituato a guardare oltre. Al Milan non basta vincere ogni tanto: il Milan vive per competere ai massimi livelli e per alzare trofei con continuità.

Il nuovo tecnico arriva a Milanello dopo la complicata parentesi al Manchester United, un’esperienza che non ha cancellato quanto di ottimo aveva costruito in precedenza allo Sporting Lisbona. Chiamato nel 2020, il club biancoverde investì ben 10 milioni di euro per liberarlo dal Braga, una cifra record per un allenatore. Una scommessa che si rivelò vincente.

Nel 2021, infatti, Amorim riportò lo Sporting alla conquista del campionato portoghese dopo diciannove anni di attesa, spezzando un digiuno che sembrava interminabile. Nella stessa stagione arrivò anche la Coppa di Lega, conquistata proprio contro il Braga. Negli anni successivi consolidò il progetto, dando alla squadra un’identità precisa, un calcio moderno e la mentalità vincente che lo ha fatto diventare uno degli allenatori più apprezzati del panorama europeo.

È proprio questa la speranza che oggi accompagna il suo arrivo a Milano. Il Milan non cerca soltanto un bravo allenatore: cerca un uomo capace di inaugurare un nuovo ciclo vincente, di valorizzare i giovani, di restituire entusiasmo a un ambiente che sogna di tornare protagonista in Italia e in Europa.

Con l’arrivo di Rúben Amorim, la colonia portoghese del Milan è destinata ad allargarsi. Il primo volto nuovo sarà quello dell’attaccante Gonçalo Ramos, acquistato dal Paris Saint-Germain e fortemente voluto dal nuovo tecnico rossonero, che lo considera il centravanti ideale per il suo sistema di gioco. Soprannominato “O Pistolero“, Ramos ha svolto le visite mediche lontano dai riflettori, negli Stati Uniti, prima di iniziare ufficialmente la sua avventura in maglia rossonera.

Su di lui le opinioni sono contrastanti. C’è chi lo considera un attaccante ancora incompiuto, spesso rimasto nell’ombra di bomber più celebrati, e chi invece è convinto che, con la fiducia di Amorim e in un ambiente che crede nelle sue qualità, possa definitivamente esplodere. Del resto, non sarebbe la prima volta che un giocatore cambia dimensione semplicemente trovando l’allenatore giusto al momento giusto.

I tifosi rossoneri, dopo anni di ricerca del centravanti capace di raccogliere l’eredità dei grandi numeri nove del passato, sperano di aver finalmente trovato un attaccante in grado di garantire gol, personalità e continuità. Il peso di quella maglia è enorme, ma anche le grandi storie del Milan sono spesso iniziate con una scommessa.

E potrebbe essere soltanto l’inizio. Il mercato rossonero guarda con sempre maggiore attenzione al Portogallo e uno dei nomi più chiacchierati è quello di António Silva, talentuoso difensore centrale del Benfica, considerato tra i prospetti più interessanti del calcio europeo. Giovane, forte fisicamente, elegante nell’impostazione e con ampi margini di crescita, rappresenterebbe un altro tassello perfetto per il progetto di Amorim.

Che sia soltanto una coincidenza o l’alba di una vera e propria “rivoluzione lusitana”, lo dirà il campo. Di certo, dopo anni in cui i portoghesi hanno regalato al Milan emozioni alterne, oggi a Milanello si respira un’aria diversa. C’è un allenatore giovane, moderno e ambizioso, un centravanti chiamato a raccogliere una pesante eredità e un mercato che potrebbe parlare sempre più portoghese.

I tifosi rossoneri hanno imparato a non esaltarsi troppo presto, ma una cosa è certa: la speranza è tornata. E nel calcio, spesso, è proprio la speranza il primo passo verso i grandi trionfi. Se Amorim riuscirà a trasmettere al Milan la mentalità vincente mostrata allo Sporting e Gonçalo Ramos saprà trasformare le occasioni in gol, allora questa nuova pagina portoghese potrebbe diventare una delle più belle della storia recente del Diavolo. Perché ogni ciclo vincente nasce da un’idea, da uomini che ci credono e da una tifoseria pronta a sognare. E il popolo rossonero, da questo punto di vista, non ha mai smesso di farlo.

I precedenti portoghesi in rossonero hanno regalato emozioni contrastanti: campioni indimenticabili come Rui Costa, promesse incompiute, meteore e qualche rimpianto. Ora tocca a loro scrivere un capitolo diverso. Magari il più bello.

Perché i tifosi del Milan, in fondo, chiedono una cosa sola: vedere quella bacheca tornare a riempirsi. E se il nuovo corso portoghese dovesse riportare a Milanello altri trofei, allora il nome di Amorim entrerebbe di diritto tra quelli destinati a essere ricordati con affetto nella gloriosa storia rossonera. Il talento, le idee e il coraggio non gli mancano. Adesso è il momento di trasformarli in vittorie.

BIO: Franco Morabito

Nato a Milano nel 1970, vive in provincia di Milano e, oltre ad essere milanista da sempre, è amante della lettura, dei viaggi e dello sport in generale e del calcio in particolare.

‘’Ogni libro che leggo, ogni luogo che visito e ogni sfida sportiva che affronto mi regalano nuove emozioni, che cerco di trasformare in storie da condividere con chi ama lasciarsi trasportare dalla fantasia e dall’avventura’’.

È l’autore dei romanzi ‘’Il sogno di Moleque’’ e “I giurati del silenzio – il potere non parla…ordina“.

2 risposte

  1. grande Milan con uomini poi calciatori che oggi non vedo in generale. spero che chi viene al Milan oltre hai guadagni abbiano amore per la grande Maglia che indossano ricordo Maldini Costacurta galli tassotti ecc ecc tutto campioni . dimenticavo Il Grande Baresi ciao e forza sempre Milan buon tutto grazie

  2. Gran bell’articolo e perfettamente condivisibile Franco, Chapeau!! Ho la strana sensazione che questo Amorim possa realmente lanciare un nuovo corso per il nostro tribolato Diavolo. Troppe le coincidenze, l’assist di Leao a beneficio di Gonzalo Ramos nei Mondiali di calcio, l’amore innato del coach per il Milan, il suo percorso positivo precedente alla disavventura anglosassone, la sua filosofia di gioco e la voglia matta di tornare vincente con la squadra amata e cercata! Farà sicuramente meglio dei suoi conterranei trainer precedenti. Buona fortuna Ruben!!

    Massimo 48 ❤️🖤

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