Visionario, leggiadro, elegante.
Michael Olise sta costringendo il mondo calcistico a rispolverare, al fin di essere aggiornata, nuovamente documentata, una letteratura apparentemente ormai vetusta, accatastata su scaffali in disuso ove giace la raccolta epica di un football sinuoso e tecnicamente aulico, reso immortale dalla sontuosa schiera di quei fuoriclasse succedutisi in epoche volte ad essere sublimate dall’essenza della figura per eccellenza, il numero dieci, la sintesi per antonomasia dell’espressione e del connubio fra l’essere umano e l’attrezzo del mestiere.
Seppur “defilato” dal calcio moderno sulla corsia di destra, significativamente a primo impatto habitat naturale del mancino francese, quindi “allontanato” da quelle zone che in passato sarebbero state lui immediatamente consegnate e riservate, nonostante un rendimento apicale che è certificazione suprema e consacrazione della regalità sui suddetti territori posseduti, Olise ha ulteriormente innalzato le proprie qualità una volta dirottato da Deschamps (che di qualche 10 non propriamente secondario è stato compagno di squadra) nelle vesti di trequartista classico, rivestendone purezza e genialità.
Erede designato di quelle peculiarità artistiche che hanno perennemente contraddistinto i fantasisti di ogni epoca, Olise si è adattato perfettamente alle richieste del calcio moderno:partecipa al pressing, aiuta la squadra in fase di non possesso, ha l’intensità e la gamba necessarie per reggere ritmi altissimi, è virtuoso ed ipnotico nel dribbling, vede corridoi di passaggio che altri non riescono ad individuare, è un giocatore altamente “cerebrale”, capace di indirizzare tempi di gioco e ritmo dell’incontro.
Praticamente impeccabile nelle scelte, sa quando accentrarsi, accelerare, gestire, servire, aiutare, imbucare, concludere, fornire filtranti precisissimi.
Doti maestose che lo hanno già condotto ad un passo dall’eguagliare (e verosimilmente superare) lo storico record di Pelé, risalente all’edizione del 1970, rappresentato dal numero di assist forniti in un singolo mondiale:sei.
Quelli dispensati in stagione sono (per il momento) trentadue.
32.
Dei vecchi numeri 10 sembra solo non possedere, forse, o non ancora, la magnetica sensazione vibrazionale di dominare a prescindere le frequenze proprie e altrui, degli spalti, della gara, di ogni cosa possa poi essere sintetizzata dall’esecuzione leggendaria applicata sulla sfera da ammaestrare.
Come se quella letteratura necessitasse altresì di essere ritoccata e rinsavita dalla più intima e pura esternazione di dominio ancestrale, al fin di rinverdire il legame supremo ed invisibile fra chi conduce e chi esegue.
Fra i miti irraggiungibili e la loro prosecuzione animica.
Fra il 10 ed il pallone.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.










