Ci sono domande che accompagnano ogni allenatore per tutta la sua vita. Una, più di tutte, ritorna puntuale alla fine di ogni stagione, dopo ogni allenamento e ogni partita: perché alleniamo i bambini?
Le risposte possono essere molte. Per insegnare il calcio, per trasmettere valori, per contribuire alla crescita di futuri giocatori o, più semplicemente, per restituire a questo sport una parte di ciò che ci ha donato.
Con il passare degli anni, però, mi sono accorto che la mia risposta era diversa.
Alleno i bambini perché ogni giorno mi regalano qualcosa da raccontare.
Ogni allenamento lascia qualcosa. Un gesto inatteso, una frase pronunciata con quella spontaneità che solo un bambino possiede, una sconfitta che insegna più di una vittoria, un errore che diventa una lezione, un sorriso, un litigio, un abbraccio.
Sono cose di bambini.
Quelle cose che fanno sorridere, riflettere, emozionare. Quelle cose che sembrano parlare di calcio ma che, in realtà, raccontano molto di più. Raccontano il loro modo di vivere il mondo e, inevitabilmente, raccontano anche noi adulti.
E tutte queste cose hanno un unico luogo in cui nascono.
Dentro il campo.
Non potrebbe essere diversamente.
È lì che i bambini si incontrano, sbagliano, ridono, litigano, si aiutano, imparano e sorprendono gli adulti. È lì che ogni allenamento diventa qualcosa di molto più profondo di una semplice esercitazione. È lì che prendono forma tutte quelle esperienze che, stagione dopo stagione, finiscono per cambiare anche noi.
Ma dentro il campo c’è qualcosa di ancora più importante.
C’è il gioco.
Il gioco è il vero centro di tutto. È ciò che permette ai bambini di esprimersi, di prendere decisioni, di inventare soluzioni, di mostrare la propria personalità. È il linguaggio attraverso il quale imparano, crescono e costruiscono relazioni. Senza il gioco, il campo sarebbe soltanto uno spazio delimitato da quattro linee bianche.
È proprio per questo che continuo a pensare che tutto inizi dentro il campo, dentro il gioco.
Perché è lì che il calcio smette di essere soltanto uno sport e diventa un’esperienza educativa.
Del resto, il gioco è una delle cose più serie che un bambino possa fare. Lo affronta con entusiasmo, attenzione, dedizione e autenticità. Gioca per il piacere di farlo, ma anche con il desiderio di riuscire, di migliorarsi, di scoprire ciò che è capace di fare. Nel gioco mette in mostra la parte più vera di sé.
Ed è proprio qui che nasce la responsabilità dell’allenatore. Ogni seduta, ogni settimana, ogni stagione rappresentano una sfida: creare contesti motivanti, formativi e ricchi di significato, nei quali ogni bambino possa trovare contemporaneamente l’occasione di migliorarsi e la libertà di esprimere ciò che sa fare, ciò che ama fare e ciò che potrebbe diventare.
Se c’è una convinzione che, secondo me, ogni allenatore dovrebbe fissare nella propria mente e non dimenticare mai, è questa:
Il miglioramento non avviene per gradini. Avviene per salti di qualità.
È una differenza sostanziale. Siamo portati a pensare che, lavorando bene, oggi un bambino debba essere un po’ migliore di ieri e domani un po’ migliore di oggi. Ma non funziona così.
Nel lavoro con i bambini il miglioramento è spesso invisibile. Si costruisce lentamente, si sedimenta, cresce in silenzio. Poi, quando meno te lo aspetti, emerge. Quello che fino al giorno prima sembrava impossibile diventa improvvisamente naturale. Non perché sia successo qualcosa in quell’istante, ma perché quel bambino stava costruendo da tempo le basi per quel salto di qualità.
Il calcio, però, aggiunge un’ulteriore complessità.
È uno sport di squadra.
Questo significa che ogni bambino segue tempi di sviluppo diversi. Nella stessa squadra, con la stessa età, lo stesso allenatore, gli stessi allenamenti e lo stesso ambiente, un bambino può compiere il proprio salto di qualità oggi e un altro tra sei mesi. O tra un anno.
Ed è proprio qui che molti allenatori rischiano di perdere fiducia nel proprio lavoro.
Perché a volte quel salto di qualità non arriva nel tempo che abbiamo a disposizione.
Arriva la stagione successiva.
Quando quel bambino non si allena più con noi. Quando ha un altro allenatore, forse un’altra squadra, un altro ambiente.
È inevitabile pensare: “Peccato, non raccoglierò ciò che ho seminato.”
Io, invece, credo che sia proprio questo l’aspetto più bello dell’allenare i bambini.
Sapere che il nostro lavoro appartiene più al futuro che al presente.
Accettare che non tutto ciò che seminiamo lo vedremo germogliare con i nostri occhi.
Avere la consapevolezza che il nostro compito non è raccogliere i frutti, ma preparare il terreno perché qualcuno, un giorno, possa raccoglierli.
Se questa prospettiva ci affascina, allora probabilmente abbiamo scelto il mestiere giusto.
Se invece abbiamo bisogno di vedere immediatamente i risultati del nostro lavoro, di misurare ogni settimana i nostri progressi e di raccogliere personalmente ogni frutto seminato, forse dovremmo rivolgere le nostre energie a un contesto diverso.
Allenare i bambini significa avere fiducia nel tempo.
Ed è proprio qui che, molto spesso, nasce il nostro errore.
Quando il miglioramento tarda ad arrivare, o peggio ancora quando abbiamo la sensazione che gli altri non lo vedano, siamo tentati di cercare scorciatoie. Abbiamo bisogno di vedere qualcosa cambiare subito, quasi per rassicurare noi stessi che il lavoro stia andando nella direzione giusta.
Così finiamo, spesso inconsapevolmente, per scegliere proposte sempre più chiuse, compiti rigidamente definiti, esercitazioni basate sulla meccanica del gesto, sulla ripetizione e sulla precisione esecutiva. Perché in quei contesti il miglioramento è facilmente osservabile. Un palleggio in più, un passaggio più preciso, un gesto tecnico ripetuto meglio del giorno precedente.
Sono progressi reali, certo.
Ma la domanda che dovremmo porci è un’altra.
Stiamo migliorando il gesto o stiamo migliorando il giocatore?
Sono due cose profondamente diverse.
Il calcio non è una sequenza di movimenti perfetti. È un gioco fatto di relazioni, di decisioni, di problemi da risolvere, di compagni, di avversari, di spazio e di tempo. Ridurre tutto questo a una serie di esercizi chiusi significa, molto spesso, insegnare bene qualcosa che il gioco chiederà in modo completamente diverso.
Per questo credo che la strada giusta sia un’altra.
Credo in un apprendimento che nasca dalla scoperta, dalla collaborazione, dalla ricerca di soluzioni e dalla capacità di adattarsi a situazioni sempre nuove. Credo in un apprendimento implicito, nel quale il bambino costruisce competenze giocando, spesso senza accorgersi di stare imparando.
Perché, se il gioco è davvero il centro di tutto, allora anche il modo migliore per imparare a giocare dovrebbe partire da lì.
È per questo che continuo a credere che il modo migliore per imparare il calcio sia, semplicemente, giocare a calcio.
Dentro il campo nascono le cose da raccontare. Dentro il gioco nascono i bambini che un giorno diventeranno calciatori.

BIO: Gianluca Urgnani, 50 anni, marito e padre, Uefa B. Da oltre 30 anni allenatore nell’Attività di Base; da dieci nel settore giovanile di FC Internazionale, attualmente con incarico di allenatore U9.
Il talento del tempo.











3 risposte
Mister Gianlu semplicemente il numero uno !!!!!!!!!
Articolo bellissimo
Spesso mi pongo la domanda: perchè, da sempre, ho scelto di allenare i bambini.?
La risposta è molto semplice: perchè mi consegnano le chiavi per entrare nel loro mondo, perchè in quell’ ora e mezza. mi sento ancora il bambino che scendeva in cortile con la palla sotto il braccio. Ho voglia di giocare, di farli giocare, di condividere con loro una passione che non si è mai spenta.
Vero quello che dici, a volte il frutto del nostro lavoro si vede solo dopo lungo tempo, ma noi abbiamo il dovere di seminare e nutrire. Al resto ci penserà il tempo.
Grazie per i tuoi preziosi contributi
complimenti Mister ,in più occasioni ti ho ascoltato sui social, condivido in pieno il tuo pensiero.Grazie dei tanti spunti che riceviamo da te , fondamentali noi che viviamo in realtà dilettantistiche