WORLD CUP ’26 – IL TRACOLLO DEL SENEGAL CONTRO IL BELGIO

Il calcio, per sua natura, è un’opera aperta che rifiuta la logica lineare della cronaca per rifugiarsi spesso nel territorio dell’imprevedibile e — come capita fin troppo sovente alla selezione senegalese — del crudele. Nella notte di Seattle, i sedicesimi di finale del Mondiale 2026 hanno messo in scena la più classica e spietata delle tragedie sportive. Per ottantotto minuti, il Senegal ha accarezzato la qualificazione perfetta, dimostrando una superiorità a tratti imbarazzante contro il Belgio. Poi, quando il traguardo sembrava ormai tagliato, le luci si sono spente. Il 3-2 finale in favore dei Diavoli Rossi sancisce l’eliminazione dei Leoni al termine di una rassegna mondiale che, nata sotto i migliori auspici, si chiude con il sapore amaro dell’incompiutezza: un verdetto emotivamente devastante che ha costretto i tifosi a vivere l’ennesimo, repentino giro di giostra sulle montagne russe.

Un dominio totale: la forza geometrica dei Leoni

Chi ha assistito alla gara di ieri sera ha visto, per quasi tutta la durata del match, la sublimazione tattica e atletica del progetto senegalese. Non eravamo di fronte a una squadra arroccata, dedita esclusivamente alla transizione feroce; il Senegal ha imposto le proprie geometrie attraverso una proprietà di palleggio invidiabile e una qualità tecnica diffusa.

La selezione africana si è dimostrata una corazzata fisica in ogni reparto: dominante nei duelli aerei in difesa, straripante nella densità mediana e devastante nelle accelerazioni esterne. Eppure, a questa debordante forza atletica i Leoni hanno saputo abbinare un calcio fluido, fatto di uscite pulite palla al piede e interscambi di posizione che hanno letteralmente privato il Belgio di punti di riferimento. Sullo 0-2 la partita sembrava saldamente in ghiaccio: un manifesto di maturità calcistica che pareva proiettare il Senegal verso l’aristocrazia del torneo, rendendolo una credibile outsider per il prosieguo della competizione iridata.

Il crollo emotivo e il fattore Lukaku

Poi, il buio improvviso. Il calcio della complessità ci insegna che le partite non si vincono solo con i chilometri percorsi o con le percentuali di passaggi riusciti, ma con la gestione emotiva dei momenti decisivi; ed è proprio sotto questo aspetto che il Senegal aveva maggiormente impressionato nel corso della gara. Al minuto ottantotto, su un’isolata disattenzione difensiva, il Belgio ha trovato la rete dell’1-2. Lì si è consumato il blackout psicologico.

Il Senegal, improvvisamente, si è scoperto fragile, smarrito, prigioniero della paura di vincere. La struttura geometrica che aveva anestetizzato i trequartisti belgi è evaporata, lasciando spazio a un’anarchia posizionale figlia del panico.

In questo scenario di pura tensione emotiva, a cambiare le sorti del match e forse dell’intero Mondiale belga è stato l’ingresso di Romelu Lukaku. Seppur palesemente lontano dal top della forma e costretto a una mobilità ridotta, il centravanti dei Diavoli Rossi ha fatto valere il peso specifico della sua leadership e della sua sola presenza magnetica nei sedici metri. Lukaku ha calamitato su di sé le attenzioni dei centrali senegalesi, ripulendo palloni sporchi e riuscendo ad aprire i varchi decisivi per l’incredibile e letale rimonta consumatasi nei minuti di recupero.

Chiosa finale: una cicatrice peggiore del 2019

Questa rassegna iridata si chiude per il Senegal con un bilancio profondamente deludente, ben al di sotto del reale valore espresso dalla rosa. Per questo gruppo, la sofferenza patita in questa notte americana è una ferita destinata a sanguinare a lungo. È un dolore paragonabile, per certi versi, a quello della finale di Coppa d’Africa persa nel 2019 contro l’Algeria al Cairo, ma se vogliamo ancora più difficile da metabolizzare e lacerante.

Nel 2019 a condannare il Senegal fu un gol fortuito dopo pochissimi minuti di gioco, una traiettoria sporca che trasformò la partita in un lungo, infruttuoso assalto contro un muro difensivo. Ieri, invece, il Senegal è stato padrone assoluto del proprio destino. Ha accarezzato la gloria, ha dominato l’avversario sul piano del gioco, per poi scivolare sul terreno viscido delle proprie insicurezze psicologiche. Nel 2019 fu la sfortuna, unita a un pizzico di inesperienza; ieri è stata un’autentica, drammatica rinuncia alla propria identità nel momento più importante. Un passo indietro che costringerà l’intero movimento a interrogarsi su cosa manchi davvero per compiere l’ultimo, decisivo step verso l’élite mondiale.

BIO: MANLIO SANTULLI

Nato e cresciuto a Roma, è un Praticante Avvocato presso il Foro di Roma e Scout per un importante realtà calcistica capitolina. Divide le sue giornate tra i codici e i campi di gioco, cercando di applicare la stessa precisione analitica al diritto ed allo studio del calcio come sistema complesso. Grande appassionato di storia, scrive per esplorare le radici del gioco e le sue evoluzioni ed implicazioni socio-culturali.

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