Dopo il clamoroso tracollo che ha visto chiudere il Milan al quinto posto una stagione che per lunghi mesi lo aveva avuto come principale inseguitore dell’Inter, la società ha optato per l’avvicendamento in panchina. Massimiliano Allegri lascia infatti una squadra che, fino alla primavera, sembrava avere in mano la qualificazione alla Champions e perfino qualche velleità di riaprire il campionato. Poi sono arrivati gli infortuni, i punti persi contro avversari abbordabili e una volata finale horror.
Da qui la decisione della società di voltare pagina e affidarsi a Rúben Amorim, uno dei tecnici più discussi, studiati e, allo stesso tempo, affascinanti dell’ultima generazione. Un uomo che non appartiene infatti alla categoria degli allenatori che adattano continuamente il proprio sistema agli uomini a disposizione. È semmai il contrario: esige che siano gli uomini ad adattarsi alla sua idea di calcio.
Gli anni d’oro allo Sporting
Allo Sporting Ruben Amorim aveva edificato la propria squadra attorno a una struttura con difesa a tre, esterni molto alti e un calcio di posizione fondato sul possesso, sulle rotazioni continue e sull’occupazione razionale degli spazi. Una squadra capace di trasformarsi più volte nell’arco della stessa azione, passando da un prudente 5-2-3 in fase difensiva a un aggressivo 3-2-5 quando aveva il pallone tra i piedi.
Il tecnico portoghese chiedeva ai suoi giocatori di attirare la pressione avversaria per poi colpire verticalmente appena si apriva uno spazio. I tre difensori impostavano dal basso, i due centrocampisti fungevano da cerniera e gli esterni garantivano ampiezza, mentre gli attaccanti occupavano i cosiddetti half spaces per creare superiorità numerica e linee di passaggio sempre disponibili. Al di là del modulo, la vera forza di quello Sporting era data dalla chiarezza delle idee. Amorim chiedeva pressing aggressivo, distanze corte, movimenti codificati e soprattutto una fedeltà quasi religiosa ai princìpi di gioco. Chi lo conosce bene racconta che la semplicità dei messaggi e la coerenza delle richieste siano sempre state una delle sue qualità principali.
La fase difensiva dello Sporting di Amorim era forse ancora più interessante di quella offensiva. Perché dietro l’apparente prudenza della linea a cinque si nascondeva un sistema di pressione sofisticato e tutt’altro che rinunciatario. Quando la squadra non riusciva a recuperare il pallone in alto, si disponeva generalmente con un 5-2-3, talvolta trasformato in un più prudente 5-4-1. Amorim aveva un’ossessione tattica: proteggere il centro del campo. Per questo motivo il blocco difensivo concedeva deliberatamente il possesso nelle zone laterali: non una rinuncia o una concessione ma una trappola tattica. La prima linea di pressione indirizzava infatti la costruzione avversaria verso una delle due fasce. A quel punto scattava il meccanismo. L’esterno del lato interessato usciva aggressivamente dalla linea difensiva per attaccare il portatore di palla, mentre l’esterno opposto stringeva la posizione trasformando di fatto la retroguardia in una linea a quattro. I due mediani accompagnavano il movimento con un rapido scivolamento laterale, chiudendo ogni possibile linea di passaggio interna.
Più che recuperare immediatamente palla, l’obiettivo era togliere all’avversario qualsiasi alternativa. Chi riceveva sulla fascia si ritrovava improvvisamente intrappolato. Davanti aveva la pressione dell’esterno, dentro il campo trovava i centrocampisti pronti a intercettare ogni scarico, dietro arrivava il lavoro degli attaccanti, che continuavano a schermare le linee di passaggio più sicure. Nel frattempo il difensore centrale più vicino era pronto a uscire in copertura qualora l’esterno fosse stato superato, mentre il resto della linea arretrata si preparava a difendere eventuali cross o cambi di gioco. Tutto era studiato per restringere progressivamente lo spazio a disposizione del rivale.
Anche il comportamento del tridente offensivo seguiva princìpi molto precisi. Il centravanti non partecipava alla pressione in modo frenetico. Restava invece in posizione per chiudere le linee centrali e impedire che il pallone tornasse nel cuore del campo. Gli esterni, invece, modulavano la propria aggressività a seconda delle caratteristiche dell’avversario. Contro squadre particolarmente abili nei cambi di gioco, uno dei due si abbassava fino a formare una seconda linea di pressione. Quando invece Amorim voleva aumentare il rischio, l’esterno lontano dal pallone rimaneva più alto, pronto a trasformare un recupero in una transizione offensiva immediata. Era una filosofia che ricordava, per certi aspetti, il calcio di posizione applicato alla fase difensiva. Lo Sporting accompagnava il pallone dove voleva. E quando la trappola si chiudeva, l’avversario spesso si ritrovava senza vie d’uscita.
Le difficoltà nel mutuare questi concetti allo United
Per capire perché Amorim abbia dominato in Portogallo e abbia invece fallito al Manchester United bisogna partire da un presupposto fondamentale: non è cambiato Amorim bensì l’ambiente in cui le sue idee dovevano vivere. Questa è una distinzione che molti commentatori non hanno colto. Amorim non è mai stato un allenatore pragmatico. Non è mai stato un Ancelotti, un Mourinho o un Allegri, per intenderci, ovvero tecnici che partono dai giocatori a disposizione e costruiscono un sistema attorno alle loro caratteristiche. Il portoghese appartiene alla categoria opposta: quella degli allenatori che costruiscono una struttura e pretendono che siano i giocatori ad adattarsi ad essa. È esattamente ciò che aveva fatto allo Sporting e proprio ciò che non ha funzionato allo United.
Al Manchester United quella macchina si è presto inceppata non perché il disegno fosse sbagliato, ma perché mancavano gli ingranaggi giusti. Amorim non aveva più gli interpreti disciplinati e sincronizzati che aveva costruito negli anni allo Sporting, e la differenza si è vista subito nei dettagli che nel calcio contano più dei proclami. Bastava un ritardo nel ribaltamento del lato debole, un’uscita mal coordinata del quinto, una copertura tardiva del centrale o una lettura imperfetta del mediano perché la trappola laterale smettesse di essere una trappola e diventasse una strada spalancata per l’avversario. In Portogallo, quella pressione indirizzata era una scelta intelligente; in Inghilterra, troppo spesso, è diventata una collezione di buche e spazi vuoti, un sistema che chiedeva precisione chirurgica e assoluta a una squadra che, per struttura, abitudine e qualità dei singoli, non poteva offrirgliela con continuità.
Il motivo del fallimento in Premier è presto detto: Amorim ha trovato, semplicemente, un contesto che non permetteva più alle sue idee di reggersi in piedi da sole. Allo Sporting il suo calcio era una disciplina condivisa, a Manchester, invece, è diventato un atto di fede troppo esigente per una rosa costruita da altri, con altri princìpi, altri tempi e altre fragilità. Così il tecnico portoghese ha continuato a chiedere ordine, compattezza e sincronismo a un gruppo che, nella migliore delle ipotesi, gli restituiva frammenti di quelle virtù; e ogni volta che il pallone finiva largo, ogni volta che il centro rimaneva esposto, ogni volta che la copertura arrivava un istante troppo tardi, si vedeva con crudezza la distanza fra il calcio immaginato, disegnato sulla lavagnetta, e quello realmente giocato.
Cosa aspettarsi al Milan
Amorim aveva confessato una simpatia particolare per il Milan, arrivando a dichiarare che un giorno gli sarebbe piaciuto allenare i rossoneri. Il portoghese è arrivato davvero sulla panchina del Milan, ma vi è arrivato in un momento che presenta insieme enormi opportunità e altrettanti rischi. Dal punto di vista tattico, il matrimonio appare persino logico. Da anni il Milan oscilla tra sistemi e interpretazioni diverse senza mai trovare una vera identità riconoscibile. Amorim, al contrario, è un allenatore che vive di identità. La sua difesa a tre non è un vezzo estetico né una fissazione numerica. È il punto di partenza di un’idea più ampia fatta di occupazione razionale degli spazi, pressione organizzata, costruzione dal basso e superiorità posizionale. Chi pensa che il suo calcio si riduca a un semplice 3-4-3 commette lo stesso errore di chi giudica un libro dalla copertina. Dietro quei numeri esiste un sistema complesso che richiede sincronismi, letture e disciplina collettiva.
Lo stesso Amorim non ha mai nascosto la propria fedeltà ai princìpi che lo hanno portato al successo. Quando gli chiesero se fosse disposto a cambiare modulo, rispose che neppure il Papa sarebbe riuscito a convincerlo. La battuta fece sorridere, ma conteneva una verità profonda. Amorim è uno di quei tecnici che ritengono che sia il contesto a doversi adattare all’idea. Questa convinzione lo ha reso vincente a Lisbona e, allo stesso tempo, gli è costata cara a Manchester.
Per questo motivo il vero interrogativo non riguarda tanto Amorim quanto il Milan. La rosa sarà costruita per sostenere il suo calcio? Gli esterni avranno la gamba necessaria per coprire l’intera fascia? I difensori saranno in grado di difendere con molti metri alle proprie spalle? Il centrocampo possiederà l’intelligenza tattica necessaria per proteggere il centro e accompagnare continuamente le rotazioni? Sono domande molto più importanti di qualsiasi dibattito sul modulo.
Milan degli ultimi anni è apparso spesso come una società attraversata da correnti, sensibilità e centri decisionali differenti. La figura di Zlatan Ibrahimović, uomo di fiducia di RedBird e sempre più influente nelle dinamiche del club, ha finito inevitabilmente per accentrare attenzione e potere. Amorim avrà bisogno di un contesto chiaro, compatto e possibilmente sereno. Le sue idee richiedono tempo, fiducia e protezione, nonché una società che remi nella stessa direzione. Il calcio di Amorim, come quello dei suoi predecessori connazionali alla guida della squadra rossonera, non è uno di quei sistemi che possono sopravvivere nel caos: ha bisogno di giocatori scelti con criterio, compatibili con le richieste dell’allenatore e disposti ad accettare una disciplina tattica rigorosa. E, soprattutto, ha bisogno di una dirigenza che sappia distinguere tra una difficoltà fisiologica e una crisi vera, così pure di un ambiente che creda nel progetto anche quando arriveranno inevitabili momenti di difficoltà.
Se il Milan riuscirà a fornire ad Amorimi giocatori giusti e la tranquillità necessaria per lavorare, i rossoneri potrebbero finalmente ritrovare quell’identità che inseguono da anni. Se invece prevarranno le tensioni, le interferenze e la tentazione di cercare scorciatoie, allora il rischio è di assistere all’ennesimo progetto incompiuto del calcio italiano. Amorim porta una ventata d’aria fresca in un contesto e in un campionato stantio come idee e come movimento. La nostra Serie A è un movimento gattopardiano, ricco di slogan, ma dove all’atto pratico si rimane restii al cambiamento. Per questo motivo, a differenza di quanto avviene altrove, è utopistico pensare che il prosieguo del percorso do Amorim in rossonero non sia condizionato dai risultati ottenuti il primo anno.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.











4 risposte
Grazie per i bellissimi spunti !
Personalmente, condivido perfino le virgole !
Chiaro, documentato e ben scritto. Mi sarebbe piaciuta una parte su chi della rosa attuale (quale che sia) potrebbe adattarsi alle idee di Amorim: ma potrebbe essere lo spunto per un altro articolo!
Ciao Luca,
Grazie per il feedback. Parlando con Filippo, ho ritenuto prematuro parlarne. Come ipotizzato giustamente da te, preferisco attendere novità sul mercato, proprio al fine di avere idee più chiare per la redazione di un articolo in tal senso. Ad oggi ti direi che servono quattro profili: centrale, centrocampista, ala e centravanti. Fofana e Rabiot sono adatti al calcio del mister, ma a mio avviso il calcio di Amorim non può prescindere dalla presenza di un costruttore di gioco. Con il probabile addio di Modric, attendiamo la sorte di Jashari. Ricci potrebbe essere rivitalizzato. Saelemakers e Bartesaghi non vanno toccati. Pulisic è un calciatore piuttosto simile ai vari Trincao e Pote. Serve un centravanti con caratteristiche diverse. Non mi espongo, naturalmente, su Camarda.
Buongiorno Vincenzo, articolo dettagliato come sempre.
Amorin è un buon allenatore, ma questa proprietà riesce spesso a “bruciare” gli allenatori con un modo di fare quantomeno discutibile.
la domanda da farsi però è: “perché Amorin ha accettato?”.
Forse perché è milanista, forse perché non è “ferreo” come Rangnick, forse perché ha bisogno di rilanciarsi in un ambiente “perdente” come quello rossonero.
Al primo perché, sembra che tutti gli addetti ai lavori, siano misteriosamente milanisti, interisti juventini ecc., però se chiedi loro di “spalmare” i contratti o di giocare un anno gratis, aspetta e spera (solo per metterli alla prova!); per cui, al fatto che il sogno fosse allenare il Milan, non so.
Se invece, non è “ferreo” come Rangnick, allora temo (spero di sbagliarmi) che ne vedremo delle belle, perché il campione svedese farà il bello ed il cattivo tempo; però il dubbio che questo sia il motivo più valido è altamente preoccupante.
Il terzo, cioè “l’ambiente perdente” è quello per non “bruciarsi”: infatti, se farà male, cosa mai gli potremmo dire noi tifosi, avendo alle spalle questa proprietà?.
Al netto di tutto ciò, sono convinto che Amorin sia un buon allenatore, che fa del gioco propositivo una delle sue caratteristiche, per cui dipenderà soprattutto dalla proprietà, se avrà intenzione di assecondare il suo credo calcistico o meno.
A margine vorrei aggiungere che, a fare la guerra ad Allegri, questa proprietà (o meglio il campione svedese) ha fatto male, perché se fossimo arrivati secondi, se la sarebbe cavata con un attaccante (Vlahovic o, Lukaku o Lewandowsky) e l’anno prossimo avremmo lottato (non vinto) per lo scudetto, consolidando i piazzamenti Champions nel corso degli anni.
Adesso, invece, se si vuole riportare questa squadra nel “minimo tabellare”, bisogna costruire la squadra per Amorin, altrimenti…..