TRA MANGA E REALTÀ

La prima volta che aprii un libro per il puro piacere di leggere e non per adempiere a un compito scolastico fu per avventurarmi tra le pagine di un’antologia a fumetti di Paperino che ancora oggi conservo tra i volumi della biblioteca di casa mia. Da quel giorno, per usare le parole di Montesquieu, non ho avuto mai un dolore che un’ora di lettura non abbia dissipato.

Nel corso degli anni ho letto di tutto: dai classici della filosofia ai bestseller di Stephen King, passando per opere immortali come L’ingegnoso gentiluomo Don Chisciotte della Mancia e Il nome della rosa.

Eppure, memore della meraviglia provata con quell’avventura di Paperino, ho sempre trovato il tempo per un buon fumetto. Oltre ai personaggi della Disney, occupano un posto speciale nel mio cuore Tintin — che considero il miglior fumetto mai realizzato —, Dylan Dog, di cui possiedo l’intera collezione, e Captain Tsubasa, il manga di Yoichi Takahashi da cui fu tratto l’anime noto in Italia come Holly e Benji. La fama del principale protagonista di questo spokon è nota a tutti, anche a chi non ha mai guardato neppure un episodio. Oliver «Holly» Hutton è un baby prodigio del calcio che, per rendere l’idea, sembra avere il piede sinistro di Maradona, il piede destro di Zico, le doti acrobatiche di Van Basten, la leadership di Zoff, la visione di gioco di Pirlo e la resistenza di Javier Zanetti — in altre parole, il più forte calciatore di tutto l’universo calcistico.

Ovviamente, chi era ragazzino negli anni della messa in onda non poteva non innamorarsi di un personaggio simile. Nessuno di quei piccoli spettatori, però, era stato avvisato del fatto che non stavano guardando un semplice cartone animato sul calcio, bensì una sorta di epopea fantascientifica ambientata su campi lunghi quanto Sunset Boulevard, con una curvatura terrestre tale da nascondere la porta oltre l’orizzonte.

Le partite duravano settimane, i palloni sfidavano impunemente le leggi della fisica e un contropiede richiedeva una preparazione logistica degna di una spedizione himalayana. In questi stadi surreali si affrontavano eroi e antagonisti entrati di diritto nell’immaginario collettivo di un’intera generazione.

Il principale rivale di Holly era Mark Lenders, un concentrato di testosterone e rabbia agonistica che giocava con le maniche arrotolate, demoliva muri a pallonate e trasformava ogni incontro in una battaglia da vincere ad ogni costo. C’erano poi il carismatico Benji Price e il suo acrobatico rivale Ed Warner; Julian Ross, che se non fosse stato cardiopatico sarebbe risultato persino più forte del protagonista; i mastodontici Teo Sellers e Clifford Yuma, che a 13 anni avevano già la corporatura di Brock Lesnar; l’inutile portiere Alan Crocker, che in tutta la serie avrà effettuato non più di tre parate; il saggio Philip Callaghan, forse l’unico personaggio a non aver bisogno di superpoteri per lasciare il segno; il goffo Bruce Harper, l’unico difensore capace di risultare decisivo quasi esclusivamente con la faccia e, infine, i più improbabili di tutti, gli acrobatici gemelli Derrick, autori di valanghe di gol grazie alla “Catapulta Infernale”, una tecnica che trasformava uno dei due in un trampolino umano per proiettare il fratello verso il pallone da spedire in rete.

L’aspetto più imbarazzante della serie, tuttavia, riguardava l’extra-campo e il gossip su Roberto Sedinho, l’ex fuoriclasse brasiliano dall’etica quantomeno discutibile piazzatosi a casa Hutton con il dichiarato obiettivo di allenare Holly. Bastarono poche puntate perché chiunque capisse che tra il bomber paulista e la madre di Holly era in corso una sfacciata relazione fedifraga, favorita dall’assenza del padre del protagonista, perennemente disperso in qualche angolo dell’oceano a bordo della propria nave.

Eppure, tra corna, rovesciate, tiri della tigre, tiri dell’aquila e tiri del falco il sogno finisce per realizzarsi. Holly trascina infatti il Giappone alla conquista del Mondiale U-16 superando la Germania per 3-2 in finale. Tutto molto divertente, certo. Sarebbe però un errore liquidare Captain Tsubasa come una semplice fantasia sportiva, poiché dietro quel mondo di portieri karateka, campi infiniti e colpi impossibili si nasconde una storia che ha avuto conseguenze molto concrete sul calcio giapponese.

Quando nel 1981 Yoichi Takahashi iniziò a pubblicare il manga, il calcio occupava una posizione marginale nel panorama sportivo giapponese; la nazionale era ancora lontana dai vertici internazionali, il professionismo non esisteva e l’interesse del pubblico era rivolto prevalentemente al sumo, al wrestling e al baseball. In questo contesto, le avventure di Tsubasa Ozora contribuirono ad avvicinare al pallone milioni di giovani lettori, trasformando uno sport che fino a quel momento aveva dato al Paese soltanto un bronzo olimpico (quello conquistato a Città del Messico nel 1968) in un potente fenomeno culturale.

L’impatto dell’opera sulla diffusione del calcio nel Paese è stato tale da ricevere un riconoscimento ufficiale dalla stessa Federazione calcistica giapponese. Nel 2023, infatti, Yoichi Takahashi è stato inserito nella Hall of Fame della Japan Football Association, che ha esplicitamente riconosciuto il contributo del suo manga alla popolarizzazione del calcio e alla crescita del movimento nazionale.

Tuttavia, sarebbe altrettanto sbagliato attribuire a Captain Tsubasa l’intero merito della crescita del movimento. Il successo del manga si inserì infatti in un contesto più ampio, nel quale il Giappone stava progressivamente rafforzando il proprio rapporto con il calcio internazionale. Dal 1980 al 2004 Tokyo ospitò la Coppa Intercontinentale, la prestigiosa sfida tra i campioni d’Europa e quelli del Sudamerica che, prima dell’avvento del Mondiale per Club, rappresentava il massimo confronto possibile tra le due grandi scuole calcistiche del pianeta. Per un quarto di secolo il pubblico nipponico ebbe così l’opportunità di assistere dal vivo alle imprese delle migliorisquadre del mondo, consolidando ulteriormente l’interesse nazionale verso questo sport.

Il definitivo salto di qualità arrivò però all’inizio degli anni Novanta. Nel 1992 nacque la J.League, il primo campionato professionistico della storia del Giappone. Non si trattò semplicemente della creazione di una nuova competizione sportiva, ma dell’avvio di un progetto organico destinato a modernizzare l’intero movimento attraverso investimenti e nuove infrastrutture.

I risultati non tardarono a manifestarsi. Nello stesso 1992 la nazionale nipponica conquistò la sua prima Coppa d’Asia, mentre l’anno successivo visse la traumatica esperienza della cosiddetta «Agonia di Doha», quando la qualificazione al Mondiale statunitense sfumò negli ultimi istanti della sfida contro l’Iraq. Tuttavia, quella delusione anziché arrestare la crescita del movimento contribuì a rafforzarne le ambizioni. Nel 1997 arrivò finalmente la storica qualificazione ai Mondiali di Francia 1998, la prima nella storia della nazionale, mentre dall’edizione casalinga dei Mondiali del 2002, organizzata insieme alla Corea del Sud, i Samurai Blu sono diventati una presenza stabile sulla scena internazionale. Le quattro Coppe d’Asia conquistate nel 1992, 2000, 2004 e 2011, unite alla crescente presenza di calciatori giapponesi nei principali campionati europei, testimoniano la solidità di un percorso costruito con pazienza, competenza e programmazione.

Quanto raccontato fin qui aiuta a comprendere che, in fondo, esistono due nazionali giapponesi: quella disegnata da Yoichi Takahashi e quella reale, formata da calciatori in carne e ossa come Kunishige Kamamoto, Kazuyoshi Miura e Hidetoshi Nakata, il quale ha più volte riconosciuto quanto Captain Tsubasa abbia contribuito ad alimentare la sua passione per il calcio.

Nel tempo, le due dimensioni si sono sovrapposte fino a diventare quasi indistinguibili. Non sorprende quindi che nell’universo di Captain Tsubasa abbiano finito per trovare spazio anche figure appartenenti al calcio reale come Roberto Baggio, apparso in un episodio del 1995.

E così, un po’ per ciò che il cartone animato ha rappresentato e un po’ perché l’infanzia, come ha scritto Eugenio Scalfari ne L’uomo che non credeva in Dio, «è una stagione fatata. La sola di tutta una vita che non finisce mai e t’accompagna fino all’ultimo respiro», per molti italiani cresciuti con Bim Bum Bam l’assenza della selezione azzurra al Mondiale del 2026 potrebbe trasformarsi in un’occasione inattesa: tornare a tifare per il Giappone, come si faceva da bambini quando Holly sfidava la Germania di Karl-Heinz Schneider e la Francia di Pierre Le Blanc. Io, ormai prossimo ai cinquant’anni ma ancora ragazzino nello spirito, lo farò, e pazienza se la realtà non ripeterà i miracoli del manga.

BIO: Davide Pollastri nasce a Monza il 26 marzo 1977.

Fin da giovanissimo manifesta un forte interesse per la lettura e talento per la scrittura.

Tra il 2000 e il 2004 alcuni suoi scritti vengono pubblicati da alcuni importanti quotidiani nazionali.

Nello stesso periodo inizia a fare musica e a farsi chiamare Seven, riuscendo a farsi apprezzare all’interno della scena Hip Hop Underground grazie allo stile scanzonato e all’originalità dei testi.

Nel 2014 scrive e stampa il suo primo romanzo dal titolo “L’Albero della Vanagloria”.

Nel 2016 con il racconto “L’Amore Assente” è tra i vincitori del concorso letterario Stampa Libri realizzato in collaborazione con Historica Edizioni.

Nel 2019 è tra i semifinalisti del “Cantatalento”-Festival di Arese. Sempre nel 2019 realizza alcuni video sulla storia della Juventus e apre su Facebook il Blog “Seven Racconta”; i racconti del Blog, dedicati a tutti quei calciatori capaci di farlo innamorare del “gioco più bello del mondo”, fanno breccia nel cuore di molti appassionati e riscuotono interesse. Alcuni degli ex calciatori protagonisti dei suoi racconti ringraziano pubblicamente Pollastri per le storie scritte su di loro.

Dal 2020 è ospite di importanti trasmissioni web-televisive tra cui ‘Signora Mia’, ‘Che Calcio Che Fa’ e ‘LeoTALK’, condotto dalla nota giornalista Valeria Ciardiello.

Nel 2021 è l’ideatore del programma web ‘Derby d’Italia-Una trasmissione pensata da chi ama il calcio per voi che amate il calcio’.

Sempre nel 2021 esce il suo secondo libro dal titolo “C’era una volta la Danimarca Campione d’Europa”.

Il 20 ottobre del 2021 appare in una puntata di ‘Guess My Age-indovina l’età’, il quiz show trasmesso da TV8 e condotto da Max Giusti.

Nel 2022 esce il suo terzo libro dal titolo “Maccheroni alla Trapattoni”. Dal 2023 collabora con ‘Monza Cuore Biancorosso’ e ‘Fatti Nostri’, un giornale indipendente online dedicato a tutti gli italiani che vivono nelle diverse parti del mondo.

Dal 2024, dopo aver frequentato la scuola di alta formazione per il calcio ‘Elite Football Center’, scrive anche per Sporteconomy.it, market leader nell’informazione applicata all’economia dello sport.

Una risposta

  1. Grande articolo! la visione della curvatura terrestre in contropiede rendeva ancor più epica l’impresa calcistica dei giovani eroi giapponesi.
    Da lì è davvero nata una nazionale che negli ultimi mondiali si vede più della nostra, anche grazie alle acconciature spaziali dei suoi giocatori.
    Forza Giappone, allora, ma anche forza Olanda che mi folgorò nel ‘’74 (avevo 10 anni) e da allora mi fa sperare in una grande vittoria mondiale.

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