Il calcio italiano sta vivendo una trasformazione profonda che riguarda non solo il campo, ma soprattutto le proprietà dei club. Sempre più società di Serie A sono controllate da fondi d’investimento stranieri o da gruppi internazionali, una realtà che fino a qualche decennio fa sembrava impensabile. Oggi squadre storiche come Milan, Inter, Roma, Fiorentina, Parma, Genoa e Verona hanno alle spalle proprietà estere, mentre la figura del presidente-padrone, tanto amata dai tifosi, sembra appartenere ormai al passato.
Per anni il calcio italiano è stato caratterizzato da imprenditori che vedevano nella propria squadra una passione prima ancora che un investimento.
Figure come Silvio Berlusconi al Milan, Massimo Moratti all’Inter, Sergio Cragnotti alla Lazio o Franco Sensi alla Roma hanno segnato un’epoca. Presidenti che vivevano il club quotidianamente, che si presentavano negli spogliatoi, che parlavano direttamente con i tifosi e che spesso investivano risorse personali pur di rendere competitiva la propria squadra.
Oggi il modello è completamente diverso.
I fondi internazionali gestiscono i club come aziende, con l’obiettivo di valorizzarne il patrimonio e aumentare i ricavi.
Le decisioni vengono prese seguendo logiche finanziarie, con particolare attenzione alla sostenibilità economica e alla crescita del valore del brand. Un approccio che da un lato ha portato maggiore solidità gestionale, ma dall’altro ha allontanato il lato romantico del calcio.
Molti tifosi lamentano proprio questa distanza. Non esiste più il presidente che mette la faccia dopo una sconfitta o che si lascia trascinare dall’emotività di una vittoria. Al loro posto ci sono consigli di amministrazione, manager e dirigenti che spesso operano da migliaia di chilometri di distanza. Il rapporto diretto con la piazza si è inevitabilmente raffreddato.
Tuttavia, bisogna riconoscere che il calcio moderno richieda competenze e risorse sempre maggiori.
I costi sono aumentati e competere a livello internazionale è diventato difficile senza strutture finanziarie solide alle spalle. Per questo molti club italiani hanno scelto la strada degli investitori stranieri.
La sfida per il futuro sarà trovare un equilibrio tra sostenibilità economica e identità. I tifosi possono accettare proprietari internazionali, ma continuano a chiedere una cosa fondamentale: passione. Perché il calcio non è soltanto un business, ma un patrimonio culturale e sentimentale che va oltre qualsiasi bilancio.

BIO: DAVIDE SACCHETTI:
Frequento l’università di Cassino e collaboro con diverse redazioni sportive











2 risposte
Condivido pienamente il tuo pensiero Davide sulla personalità ed il ruolo reale da attribuire ai Presidenti nella stragrandre maggioranza delle nostre squadre ormai armeggiate dai più disparati business stranieri. Ricordo una piacevole stretta di mano avuta personalmente negli anni 70 con Costantino Rozzi Presidente dell’Ascoli in un pomeriggio domenicale all’uscita di un hotel in Via Veneto dove avrebbe pernottato per seguire da vicino la sua squadra impegnata contro la Lazio. Ed ogni domenica si replicava questo impegno che ai giorni d’oggi è praticamente impensabile. Ma questo ormai è il nostro calcio, del quale ovviamente ne avvertiamo una concreta assenza.
Buona giornata!
Massimo 48 ❤️🖤
Davide, il calcio ha avuto una sua evoluzione, non solo nel calcio giocato, ma anche e soprattutto nell’azienda società di calcio. Se ricordo bene fino al 1965 le squadre professionistiche non avevano l’obbligo di essere una società di capitali.
Le fonti economiche erano principalmente le entrate da stadio, un po’ di pubblicità nello stadio oltre alle immissioni di risorse dei presidenti imprenditori.
Questo ha comportato un livello di stipendi molto più basso degli attuali (parlo in moneta rivalutata) e, all’epoca, lo sviluppo del settore giovanile. La maggior parte o comunque una buona parte della rosa era di provenienza interna. Ad esempio, il Milan 1959 contava su Buffon e Maldini presi giovanissimi e ai ragazzi entrati dalle giovanili: Trebbi, Radice, Salvadori, Zagatti, Fontana, Bean, Danova, Ferrario e Trapattoni. Gli esterni al vivaio erano Schiaffino, Liedholm e Altafini. Rivera arriverà l’anno successivo a 17 anni.
L’importanza del vivaio nel fondare la “rosa” sarà centrale fino a tutto il 1981. Nel 1982 viene ripristinata la possibilità di avere uno straniero.
Quindi, grosso modo, anche negli anni ottanta, la fonte di guadagno rimane sempre la stessa: gli incassi dello stadio e la “passione dei presidenti”.
Ma gli americani hanno iniziato a pensare d investire nel calcio; nel frattempo, è stata introdotta la Tv dal vivo a pagamento; gli investitori americani hanno trascurato di investire in Italia, Spagna e Germania, poichè i club essendo ai vertici del calcio costano molto. Si rivolgono ai club inglesi, molto affini a loro e dal prezzo più basso.
La TV a pagamento porta il calcio nel mondo, per cui il campionato e le coppe europee vengono trasmesse in diretta, sempre nel mondo.
A questo punto sono entrati in gioco i grandi marchi sportivi ed il gioco è fatto, per i club inglesi, che diventano molto popolari fuori dell’Europa. e quindi appetibili anche dagli sponsor ricchi.
A questo punto, come tu rilevi, la questione economica è diventata importantissima, perchè i migliori calciatori tendono ad andare dove sono pagati meglio.
I presidenti citati da te e altri, per rimanere ai vertici del calcio europeo hanno dovuto sborsare un bel po’ di patrimonio personale.
Agli inizi del2000 molti club italiani (sostanzialmente le sette sorelle) erano messi male, ed hanno avuto chi prima e chi dopo una caduta dei conti. Infatti, sono usciti dal calcio e trasferite le azioni a proprietà straniera.
Ormai, con le regole attuali e il quasi generale scarso coinvolgimento del settore giovanile nella prima squadra, siamo caduti nell’importanza internazionale.
Personalmente, vedo il nostro rilancio nel ridare molta importanza al settore giovanile e prendere di lì la maggior parte dei calciatori e/o con lo scouting sia per gli italiani che pe gli stranieri.
Se non torniamo ai vertici del calcio europeo difficilmente faremo proseliti fuori dall’Italia.
Concordo con il tuo finale della ricerca del migliore equilibrio tra” sostenibilità economica e identità”.