Il Mondiale FIFA 2026 è iniziato da appena un giorno e già le polemiche sembrano occupare più spazio del calcio. Il dibattito è dominato da restrizioni, controversie politiche, problemi organizzativi e interrogativi sempre più pesanti sul ruolo della FIFA.
Nei giorni scorsi è circolata sui social una presunta dichiarazione attribuita a Ruud Gullit contro Gianni Infantino. La notizia è stata successivamente smentita da diversi siti di fact-checking. Tuttavia il problema non è ciò che Gullit abbia detto o non abbia detto: il problema è che le critiche che quelle frasi condensavano continuano a esistere anche senza il suo autore.
Le segnalazioni sulla revoca dei biglietti ai tifosi iraniani, il caso dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, selezionato dalla FIFA ma respinto dalle autorità statunitensi [è notizia recente che la UEFA lo ha nominato come direttore di gara della Supercoppa Europea tra PSG e Salisburgo], le perquisizioni invasive, le limitazioni imposte a delegazioni come quelle di Uzbekistan e Senegal: tutto contribuisce a comporre un mosaico desolante. Un Mondiale dovrebbe rappresentare l’incontro tra popoli.
Qui, invece, sembrano prevalere la burocrazia, il sospetto e la politica. Anche chi scrive ritiene che la leadership non si misuri con le fotografie accanto ai potenti del momento, né con i bilanci in attivo e gli accordi commerciali da miliardi di dollari. La leadership si misura nella capacità di assumersi responsabilità quando emergono problemi. E da questo punto di vista Gianni Infantino sta offrendo un esempio sconfortante e sconcertante. Non solo perché evita accuratamente di affrontare le questioni più scomode, ma perché riesce nell’impresa di far rimpiangere persino l’era di Sepp Blatter, che pure sembrava aver fissato standard difficilmente peggiorabili.
Non stupisce, allora, che il 10 giugno L’Équipe abbia scelto una copertina destinata a fare rumore. Sotto il titolo “WELCOME TO THE USA“, Donald Trump stringe la Coppa del Mondo mentre Gianni Infantino compare nelle vesti di un burattino. Una provocazione? Certamente. Ma anche una sintesi impietosa del clima che circonda questa manifestazione. Da noi, invece, la Gazzetta dello Sport ha preferito celebrare il “Mondiale milionario”, soffermandosi sui ricavi, sugli sponsor e sulle prospettive economiche. Una scelta che finisce per ignorare il vero tema della questione. Perché il valore di una Coppa del Mondo si misura dai principi che rappresenta. E quando i diritti, il rispetto e l’universalità dello sport diventano dettagli secondari, il rischio è che il Mondiale continui a chiamarsi tale soltanto per ragioni di marketing.
La rappresentazione scelta da L’Équipe è un’istantanea impietosa dello stato delle cose. Da mesi si moltiplicano le critiche nei confronti della gestione del torneo e sempre più osservatori ritengono che la commistione tra interessi politici, strategie di potere e leadership della FIFA abbia compromesso la credibilità stessa dell’evento. La copertina ha semplicemente dato eco mediatica al problema. Il principio di universalità del calcio, che Gianni Infantino ama evocare in ogni discorso ufficiale, è crollato miseramente di fronte alle imposizioni della politica statunitense. Certo, la FIFA non controlla le frontiere né rilascia i visti. Ma proprio per questo avrebbe dovuto interrogarsi prima di assegnare il torneo a Paesi che pongono limitazioni all’ingresso di delegazioni, arbitri, giornalisti e tifosi. Se non si è in grado di garantire che tutti coloro che si sono guadagnati sul campo il diritto di partecipare possano farlo in condizioni dignitose, allora si tradisce l’essenza stessa della competizione.
Quando il potere politico arriva a condizionare lo sport, quando la geopolitica detta le regole del pallone e perfino l’arte e la cultura vengono piegate alle esigenze della propaganda, significa che si è scesi molto in basso. E la sensazione è che il fondo non sia stato ancora toccato: basta attendere poche settimane, via via che l’evento entrerà nel vivo. Confesso che speravo si fosse già toccato questo fondo con Qatar 2022. Un Mondiale costruito sulle spalle di migliaia di lavoratori sfruttati, tra morti bianche, condizioni di lavoro indegne e diritti umani calpestati. Un Mondiale che mise a nudo l’indignazione a corrente alternata di una parte della politica occidentale. Gli stessi ambienti che giustamente denunciano le violazioni dei diritti umani perpetrate contro il popolo palestinese da parte degli israeliani mostrarono infatti una sorprendente indulgenza nei confronti di un emirato che di diritti civili e libertà individuali non ha mai fatto una bandiera. Diritti civili violati nei confronti di milioni di lavoratori, una discreta fetta dei quali era palestinese.
Oggi assistiamo semplicemente alla versione speculare dello stesso fenomeno. È la fazione opposta a minimizzare, giustificare o ignorare comportamenti che in altri contesti avrebbe definito intollerabili. Le restrizioni, le angherie e gli eccessi dell’amministrazione Trump vengono trattati con una cautela che sfiora spesso la complicità. E la FIFA, invece di rappresentare un argine, si è trasformata in una cassa di risonanza. Emblematica, in questo senso, la decisione di insignire Donald Trump di un premio FIFA per la pace, attribuitogli da Gianni Infantino per le sue presunte “azioni straordinarie per la pace e l’unità”. Una scena che sarebbe apparsa grottesca anche a un autore satirico. Non posso non pensare, in tal senso, al volto di Sacha Baron Cohen nel film “Il dittatore” mentre afferma, sghignazzando di gusto, che a Wadiya sono garantiti tutti i diritti umani.
Tanto più che pochi giorni dopo FairSquare, organizzazione impegnata nella tutela dei diritti umani, presentò una denuncia contro Infantino, accusandolo di aver violato i principi di neutralità politica della FIFA durante il sorteggio dei Mondiali 2026 a Washington. Uno show di due ore trasmesso in mondovisione che somigliava molto più a uno spot elettorale che a una cerimonia sportiva. L’apice si è raggiunto quando Infantino ha portato a Trump la Coppa del Mondo. Il presidente americano, scherzando solo fino a un certo punto, dichiarò che l’avrebbe volentieri tenuta nello Studio Ovale. A quel punto il presidente della FIFA decise di superarsi, consegnandogli una fantomatica“Coppa della Pace”. Un siparietto che sarebbe stato semplicemente imbarazzante in qualunque altro contesto. Qui è diventato il simbolo perfetto di una gestione sempre più incline alla piaggeria verso il potere.
Ogni episodio ha rafforzato la sensazione che questo Mondiale sia stato trasformato in uno strumento di rappresentazione politica, un giocattolo nelle mani di plutocrati, leader e apparati propagandistici. Non stupisce dunque che qualcuno abbia evocato, con tutte le differenze storiche del caso, il ricordo dei Giochi Olimpici di Berlino del 1936, proprio per sottolineare come il rischio di utilizzare lo sport come gigantesca vetrina politica sia sempre dietro l’angolo.
A rendere ancora più surreale il quadro c’è la vicenda dell’Iran. Questo sarà il primo Mondiale nel quale una nazionale parteciperà sul territorio di un Paese con cui esiste una situazione di aperta ostilità. Dopo lunghe incertezze, agli iraniani sono stati concessi i visti, ma non a tutti i membri della delegazione. Successivamente sono stati invitati a rinunciare al campo base previsto in Arizona e a trasferirsi a Tijuana, sul lato messicano della frontiera. Per disputare le partite dovranno attraversare il confine, raggiungere Los Angeles e poi tornare a dormire all’estero. Un’assurdità logistica e simbolica che racconta meglio di qualsiasi editoriale le contraddizioni di questo torneo. E il paradosso potrebbe diventare ancora più grande se Iran e Stati Uniti dovessero incrociarsi agli ottavi di finale.
Da inguaribile ottimista, molti anni fa immaginavo un ritorno dell’atmosfera di USA ’94. Sognavo un nuovo Roberto Baggio, un’altra cavalcata azzurra, un’altra estate da ricordare. Mi sbagliavo: gli Azzurri non saranno nemmeno presenti per la terza edizione consecutiva. Per giunta, il Divin Codino si è fatto ritrarre sorridente, in più occasioni, in compagnia del presidente FIFA. Ma il problema, oggi, è molto più grande di una mancata qualificazione. A essere cambiato non è soltanto il calcio. Sono cambiati il mondo e gli Stati Uniti. E, purtroppo, non in meglio rispetto a trentadue anni fa.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.











5 risposte
Congratulazioni per lo scritto. Ottimo il parallelo tra l’Equipe e la Gazzetta del Cairo. Utile tenere a mente che l’approccio con cui questi ultimi narrano i fatti del calcio nostrano e’ lo stesso
Chapeau Vincenzo! Condivido tutto e soprattutto il commiato del tuo articolo in grassetto teso a sottolineare quanto siano cambiati (ed ovviamente in negativo) e dopo un solo trentennio mondo e States!
Buona serata ed un caro abbraccio!
Massimo 48
Quadro dipinto perfettamente, con tanto di cornice. Mi dispiace sinceramente per Baggio che ha accettato di accostare il suo volto a quello di Infantino, seppur nelle vesti più distaccate di leggenda presente agli avvenimenti. Cito Baggio e non gli altri perché da Roby mi sarei aspettato che la sua densa emotività lo conducesse ad una riflessione.
Complimenti! Condivido totalmente l’analisi e mi trovo d’accordo sulle, tristi, conclusioni.
Complimenti per l articolo che condivido totalmente.
Purtroppo lo sport sta diventando sempre più politica e business e più l’avvenimento dovrebbe essere “popolare”(mondiali o europei di calcio , olimpiadi, grandi tornei di tennis) più è impossibile parteciparvi causa i costi dei biglietti.
Trovo incredibile che un giornale nazionalpopolare ( nel senso buono del termine) come la Gazzetta non faccia nulla per contestare questa deriva economica e politica