MONDIALI 2026 – GRUPPO G – EGITTO: SULLE SPALLE DI SALAH

L’Egitto continua a portarsi addosso una curiosa contraddizione storica. È la nazionale più vincente d’Africa, quella che ha alzato più Coppe d’Africa di tutti, il paese dell’Al Ahly. Eppure ai Mondiali i Faraoni sembrano trasformarsi improvvisamente in una squadra incompiuta, quasi timida. Basta guardare i numeri per capire il paradosso: prima africana a partecipare a una Coppa del Mondo già nel 1934, ma appena quattro apparizioni complessive nella storia del torneo e nessuna vittoria all’attivo. Nemmeno nel 2018, quando Salah era probabilmente tra i tre giocatori più devastanti del pianeta. L’Egitto uscì subito, quasi stordito dalla pressione di un paese intero che si aspettava miracoli.

In panchina oggi siede Hossam Hassan, che con le sue 177 presenze in nazionale rappresenta una figura quasi mitologica. Uomo sanguigno, impulsivo, spesso persino teatrale, Hassan incarna perfettamente il calcio egiziano vecchia maniera: feroce agonismo, orgoglio nazionale e pochissima diplomazia. Da commissario tecnico sta cercando di costruire una squadra diversa rispetto alle versioni più romantiche del passato, meno dipendente dal talento puro e più equilibrata tatticamente. Hossam Hassan sembra ossessionato proprio da questo punto. Nelle interviste parla continuamente di “mostrare finalmente qualcosa di positivo” al Mondiale.

Naturalmente siamo lontani dai fasti dell’Egitto di Aboutrika, quando i Faraoni dominavano l’Africa, e persino dalla prima fase del grande Salah. Però sarebbe un errore considerare questa nazionale in declino irreversibile. L’Egitto resta una squadra nordafricana durissima da affrontare: esperta, fisica, capace di sporcare le partite e trascinarle dentro ritmi nervosi.

Dal punto di vista tattico, Hassan ha scelto una strada molto meno romantica rispetto alla tradizione tecnica egiziana degli anni Duemila. L’Egitto che vinse tre Coppe d’Africa consecutive tra il 2006 e il 2010 viveva di possesso, triangolazioni rapide e qualità associativa negli ultimi metri. Questa versione invece è molto più prudente. Durante l’ultima Coppa d’Africa i Faraoni si sono abbassati spesso con un blocco difensivo molto basso, quasi rinunciando deliberatamente al controllo della partita per puntare tutto sulle transizioni offensive.

C’è poi un dettaglio interessante che distingue ancora i Faraoni da molte altre grandi africane contemporanee: gran parte della struttura della squadra continua a vivere nel campionato locale. Portieri, difensori, diversi centrocampisti: molti arrivano ancora dall’universo Al Ahly-Zamalek-Pyramids. Questo garantisce una certa continuità tattica e soprattutto un’identità molto riconoscibile.

La probabile formazione egiziana racconta abbastanza bene l’idea di calcio di Hossam Hassan: pochi fronzoli, uomini esperti dietro e libertà relativa ai giocatori offensivi. In porta dovrebbe esserci Mohamed El Shenawy, 38 anni, trentasette anni e una carriera quasi interamente consumata dentro il sistema Al Ahly. Portiere poco spettacolare ma autorevole, uno di quelli che trasmettono calma più con la postura che con le parate plastiche. In Egitto lo considerano ormai una figura istituzionale.

Davanti a lui il reparto difensivo resta profondamente domestico, quasi a voler ribadire quanto il calcio egiziano continui a vivere soprattutto attorno al Cairo. Rabia e Yasser Ibrahim sono centrali diversi ma complementari: il primo più aggressivo, quasi da stopper vecchia scuola; il secondo più posizionale, maturato tardi ma diventato ormai affidabilissimo. Abdelmonem, centrale solido ma non altissimo, rappresenta la versione più moderna del difensore egiziano: rapido, mobile, abituato ai ritmi europei dopo il passaggio al Nizza. Se recupererà definitivamente dal crociato, potrebbe persino diventare il leader tecnico del reparto nei prossimi anni.

Sulle corsie Hassan pretende soprattutto disciplina. Fatouh a sinistra garantisce corsa continua e buona aggressività, mentre Mohamed Hany è il classico laterale egiziano cresciuto dentro il calcio dell’Al Ahly: ordinato, tatticamente educato e disposto a sacrificarsi senza troppe vanità offensive. Non sono terzini da highlights europei. Sono uomini da torneo breve, quelli che raramente fanno notizia ma evitano di perdere partite.
In mezzo al campo l’equilibrio resta la parola chiave. Marwan Attia è probabilmente il giocatore più sottovalutato della rosa: corre molto, sbaglia poco e soprattutto capisce quando rallentare la partita. Accanto a lui Hamdy Fathy offre fisicità ed esperienza internazionale, potendo persino abbassarsi tra i centrali quando la squadra sceglie di difendere a cinque. Non sarà un centrocampo creativo, ma è pensato per reggere pressione e secondi palloni.

Emam Ashour è il faro e la guida. Non è il più talentuoso, forse, ma il più funzionale. Centrocampista totale, corre ovunque, sporca linee di passaggio, aggredisce il pallone e collega i reparti. Durante l’ultima Coppa d’Africa è stato uno dei pochi a dare davvero continuità alla squadra.

Davanti, inevitabilmente, continua a dominare la figura di Mohamed Salah. A inizio Mondiale avrà trentaquattro anni e sarà paradossalmente il più anziano tra i giocatori di movimento convocati. Un dato che racconta bene quanto questa nazionale stia tentando un ricambio generazionale graduale ma inevitabile. Salah non possiede più l’esplosività devastante di qualche anno fa, però resta il punto di riferimento tecnico e psicologico dei Faraoni. E soprattutto continua ad avere quell’aura che nei grandi tornei pesa quasi quanto la condizione atletica.

Alle sue spalle si muove una generazione nuova, particolarmente interessante. Il simbolo più evidente è Hamza Abdelkarim, passato recentemente dall’Al Ahly al Barcellona B e già capace di lasciare tracce pesanti nel calcio giovanile spagnolo. Non è ancora il momento di caricarlo di responsabilità eccessive, ma il fatto stesso che un ragazzo cresciuto al Cairo sia riuscito a imporsi così rapidamente nella cantera blaugrana racconta molto della qualità tecnica che continua a esistere sotto la superficie del calcio egiziano.

Se Salah continua naturalmente a essere il centro gravitazionale della squadra, la crescita di Omar Marmoush ha alleggerito parecchio il peso psicologico sulle sue spalle. L’attaccante del City è forse il giocatore più moderno dell’intera rosa: rapido, mobile, capace di partire largo o accentrarsi improvvisamente. Hassan lo considera quasi complementare a Salah, non un’alternativa. Uno attacca lo spazio, l’altro decide il ritmo dell’azione.

Oltre a Salah e Marmoush esiste tutta una batteria di giocatori offensivi che Hassan può alternare a seconda della partita. Trezeguet, ad esempio, non è più il giocatore esplosivo visto ad Aston Villa, ma resta prezioso nelle gare sporche grazie alla capacità di attaccare senza palla e sacrificarsi in copertura. Zizo invece continua a dividere l’opinione pubblica egiziana: molto utilizzato dagli allenatori, meno incisivo di quanto il talento farebbe pensare.

Interessante anche il rapporto di Hassan con Salah. Il CT sostiene apertamente di utilizzarlo in modo diverso rispetto al Liverpool, cercando di liberarlo maggiormente negli ultimi trenta metri e permettendogli di arrivare più fresco nelle zone decisive. È quasi una gestione psicologica oltre che tattica. Hassan conosce perfettamente il peso che Salah porta addosso in patria e sembra volerlo proteggere persino dalla propria leggenda.

Il girone, tutto sommato, non è proibitivo. Il Belgio non è più quello della sua generazione dorata; la Nuova Zelanda appare inferiore tecnicamente; l’Iran invece rappresenta probabilmente il vero spartiacque psicologico e tattico. In Egitto c’è la convinzione diffusa che questa sia finalmente la volta buona per vincere la prima partita mondiale della propria storia. L’obiettivo della nazionale egiziana è smettere finalmente di sentirsi incompleta ogni volta che esce dal continente africano. L’Iran è squadra quadrata ma non è un ostacolo insormontabile. I Faraoni non hanno mai superato il primo turno. Totalizzare almeno quattro punti sembra un obiettivo plausibile.

I convocati

Portieri: 

Mohamed Alaa (1999, El Gouna), Mohamed El Shenawy (1988, Al Ahly), Mostafa Shobeir (2000, Al Ahly), El Mahdy Soliman (1987, Zamalek).

Difensori: 

Hossam Abdel Majid (2001, Zamalek), Mohamed Abdelmonem (1999, Nizza), Tarek Alaa (2002, Zed FC), Ahmed Fatouh (1998, Zamalek), Karim Hafez (1996, Pyramids FC), Mohamed Hany (1996, Al Ahly), Yasser Ibrahim (1993, Al Ahly), Rami Rabia (1993, Al-Ain).

Centrocampisti: 

Emam Ashour (1998, Al Ahly), Marwan Attia (1998, Al Ahly), Nabil Dunga (1996, Al-Najma), Hamdi Fathi (1994, Al-Wakrah SC), Muhannad Lashin (1996, Pyramids FC), Mostafa Mohamed (1997, Pyramids FC), Mahmoud Saber (2001, Zed FC), Ahmed Sayed (1996, Al Ahly).

Attaccanti: 

Hamza Abdelkarim (2008, Barcellona B), Ibrahim Adel (2001, FC Nordsjaelland), Haitham Hassan (2002, Real Oviedo), Mahmoud Hassan “Trézéguet” (1994, Al Ahly), Omar Marmoush (1999, Manchester City), Mohamed Salah (1992, Liverpool).

CT: Hossam Hassan.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

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