Nel 2010 la Spagna, grazie ad una rete di “don” Andres Iniesta nel corso dei tempi supplementari, batte l’Olanda (alla terza sconfitta nell’atto conclusivo della manifestazione dopo il duplice dispiacere incassato nel mitologico decennio degli anni settanta) e si laurea per la prima (e sinora unica) volta nella storia campione del mondo.
Le “furie rosse”, che due anni prima dell’ora narrata vittoria iridata avevano conquistato il titolo continentale contro la Germania (battuta in semifinale in quest’edizione del Mondiale), ribadiscono la propria supremazia nella competizione più agognata, scrivendo la pagina più importante del calcio iberico e altresì decretando il primo successo di una selezione europea al di fuori dei confini del Vecchio Continente.
Un’epopea temporale, quella della “Roja”, che assume i contorni di un dominio incontrastato se si aggiunge la vittoria, seconda consecutiva, nel 2012, del titolo europeo ai danni di una stanca e tramortita Italia, annichilita con un perentorio ed indiscutibile 4-0.
Figlia del “guardiolismo” e del “tiki taka”, con diversi esponenti del contemporaneo Barcellona, considerato da molti la migliore squadra di tutti i tempi, la nazionale spagnola regalerà al mondo un calcio fatto di possesso estremizzato, tecnica sopraffina, dominio dei tempi e degli spazi, soluzioni individuali sublimi all’interno di un’avanzata organizzazione collettiva.
In terra di Sudafrica, paese designato a ricoprirsi dell’onore e a rivestirsi dell’onere di organizzare la prima edizione assegnata al “continente nero”, la nazionale azzurra, campione in carica, darà in quel momento insospettabilmente avvio ad un ciclo, non ancora conclusosi, capace di tramandare agli almanacchi le inverosimili statistiche di due edizioni consecutive caratterizzate dall’immediata eliminazione patita nel girone iniziale e addirittura di tre mancate qualificazioni alla fase conclusiva, un’onta senza precedenti che priverà il torneo più importante del football della nazionale capace di trionfare in quattro circostanze ( con altresì tre podi ) e l’Italia di un appuntamento ormai amara voragine storica dalle cui profondità è doveroso risalire.
La sconfitta contro la Slovacchia e i due pareggi contro Paraguay e Nuova Zelanda rappresenteranno, di fatto, l’inizio del precipizio calcistico in ambito mondiale, parzialmente mitigato dalle due finali continentali ottenute nel 2012 e nel 2021.
Quattro anni più tardi, in Brasile, toccherà alla Costa Rica e all’Uruguay sancire l’inevitabile declino azzurro:a nulla valse la beneaugurante vittoria iniziale contro l’Inghilterra griffata dalle firme di Marchisio e Balotelli.
Sarà la Germania a conquistare in terra amazzonica il quarto titolo mondiale raggiungendo, conseguentemente, l’Italia nella speciale classifica storica, e altresì sfatando il tabù relativo all’assenza di trionfi da parte delle compagini del Vecchio Continente sul suolo americano.
Se la finale contro l’Argentina (la gara più volte disputata negli atti conclusivi, verificatasi nel 1986, nel 1990 e nell’edizione ora narrata) rappresenta l’apoteosi ed il sigillo sulla conquista del trofeo, l’incontro che passerà alla storia riguarderà la semifinale contro il Brasile, vinta dalla Germania per 7-1: un’umiliazione che richiamò il “Maracanazo” del 1950 e che sarà tramandata ai posteri come “Mineirazo”, suggellando ulteriormente il paragone con la pagina meno gloriosa del calcio verde-oro.
Un incontro surreale che lascerà attoniti gli spettatori sugli spalti di Belo Horizonte e tutti gli appassionati incollati agli schermi in ogni angolo del globo: senza Neymar (infortunatosi contro la Colombia) e Thiago Silva (squalificato), la Germania chiuderà ampiamente la contesa già nel corso della prima frazione di gioco in virtù dell’incredibile parziale di 5-0 grazie alle reti di Müller, Klose, Khedira e alla doppietta di Toni Kroos.
Per il Brasile l’unica, magrissima, consolazione sarà rappresentata dalla rete di Mario Gotze che consentì sì alla selezione teutonica di far suo il Mondiale ma soprattutto di evitare che gli acerrimi rivali dell’Argentina alzassero proprio sotto il cielo carioca il più ambito trofeo internazionale.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.










