DIFESA: IL MITO DELLA RESTAURAZIONE

“Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria”
(Inferno, V, vv. 121-123)

I ritorni raramente possiedono la facoltà di inaugurare nuovi inizi. Più spesso i ponti con il passato si rivelano la via preferenziale per evitare il rischio dell’inventiva e garantirsi il privilegio dell’immobilità, se non addirittura per rifugiarsi nella soluzione prêt-à-porter: un usato sicuro da esibire nei momenti di scarsa vena creativa.

Sarà una forma mentis dettata dalla cultura nazionale, che spesso svende la memoria come surrogato della conoscenza. Non serve sapere, l’importante è ricordare. Eppure si è tutti pressoché convinti che non basti riportare indietro le lancette per far sì che il meccanismo funzioni senza intoppi. Anzi, del vissuto, quando lo si riporta in auge, se ne individuano prima le storture, gli anacronismi e le ingenuità.

Fanno specie quindi le parole dell’ultimo Pallone d’Oro azzurro, Fabio Cannavaro, il quale si è aggiunto a un nutrito stuolo di ex campioni che nel corso del tempo ha, talvolta comprensibilmente, rilasciato dichiarazioni critiche verso una percepita deriva “covercianesca” nello sviluppo dei calciatori, con un accanimento in questo caso verso la scarsa competenza difensiva.

“…quattro gol presi da Israele, sette gol in due partite dalla Norvegia; ma non è che forse il problema è il non saper più difendere?”

Il nodo irrisolto, come esemplificato dai fallimenti della Nazionale, sarebbe dunque da ricercarsi nelle radici pedagogiche del nostro calcio. Troppo “terzo uomo” e “costruzione dal basso”, e poca praticità, riassumendo in una riga.

Chi è avvezzo ai ragionamenti sulla complessità noterà il ripetersi dello schema fallace che antepone lo sviluppo di una caratteristica particolare al ruolo che il lavoro sistemico ha nella crescita simultanea di tutte le qualità fondamentali del giocatore.

Analizzando storicamente il contesto calcistico che ha cresciuto i grandi difensori italiani, si noterà infatti come la “golden generation” di talenti dalle più spiccate individualità sia coincisa fattualmente con due fenomeni.

Il primo fu l’avvento, in numero sempre maggiore, di stranieri di altissimo livello nel campionato italiano. Profili che univano fisicità, caratteristiche tecniche e conoscenze fino ad allora sconosciute al football di fattura nostrana.

Il secondo fu l’affermazione del calcio di zona, portato alla ribalta da Liedholm a metà anni Ottanta.

Fu poi Arrigo Sacchi a innestare le marce alte e a rendere il 4-4-2 con difesa di reparto non solo un concetto innovativo, ma un vero e proprio prodotto di ingegneria sportiva, applicabile soltanto tramite l’esercizio di una rigorosa sintonia da parte di tutto l’organico.

Giusta, sbagliata, amata o odiata che fosse, la rivoluzione sacchiana sancì l’obbligo di adeguamento del sistema ai suoi dettami. Una metamorfosi che venne estesa inevitabilmente anche alle fila degli Azzurri.

Confrontarsi con Sacchi, o provare ad emularlo, voleva dire giocoforza alzare il livello della proposta di gioco. Più studio, più ricerca e anche più tattica, che pare non nuoccia alla salute.

Ridurre la crescita di un movimento durata quindici anni a una maggiore sapienza nella gestione dell’impatto fisico è quantomeno riduttivo. Proprio perché quella stessa padronanza del mestiere diveniva dirimente nel caratterizzare giocatori il cui processo formativo, coadiuvato dalla grande competitività, era già arrivato a buon livello.

Laddove ci si sentiva forti, non era necessariamente e solo un merito personale, quanto piuttosto l’aver saputo sfruttare il lavoro di sistema come piattaforma privilegiata per esporre il proprio talento, anche quello riguardante il confronto tête-à-tête con l’avversario.

Se vi è infatti uno sport in cui il rapporto geometrico con la “zona” e dove prima ancora del contatto con l’avversario, la distanza da esso diventa dirimente, è proprio la Boxe. Un esercizio strenuo di balzi, saltelli, accorciamenti, finte. Un gioco di specchi che privilegia la danza e lo sfioramento, prima di tradursi in knock-out.

Da tesi personale, l’impatto che il gioco di zona ha avuto sul calcio italiano ha comportato un’evoluzione del pensare difensivo. 

Principi quali la gestione dello spazio e del tempo, il sentire la presenza del compagno, l’ancorare alla fiducia reciproca il mantenimento di una linea ideale, non hanno di certo svantaggiato i “boxeur” del prato verde.

A prova di ciò vi sono profili del calibro di Alessandro Nesta, o lo stesso Cannavaro, cresciuti e instradati verso i grandissimi palcoscenici rispettivamente da Zeman e Malesani, non certo due esempi di calcio retrospettivo.

Ma sebbene questa sia soltanto una postilla metodologica, ciò non cambia lo schema ricorrente che emerge dall’analisi. La grandezza di un movimento si verifica alla presenza di tre aspetti: competitività diffusa, formazione evoluta, abbondanza di risorse e mezzi per poterle sostenere. Se uno di questi si atrofizza, viene meno anche la risultante, ovvero la fecondità di talenti.

Per contravvenire quindi alle parole dell’attuale C.T. dell’Uzbekistan, il “saper difendere come una volta” non sarà il principio che innescherà la rinascita collettiva del calcio, semmai soltanto uno stentato ritorno al tradizionalismo e agli stilemi di una idealizzata epoca d’oro, essa stessa molto poco tradizionale.

La ferocia agonistica diverrà valore solo come aggiunta a tutte le caratteristiche richieste dal gioco contemporaneo. La parte non esclude il tutto, né può sostituirlo.

Un calcio che appositamente ricerca testate, gomiti alti e calcioni non rafforzerà altro che le presenze nelle infermerie.

GIANMARCO COMAI E ALESSIO RUI

BIO: Alessio Rui è nato e vive a San Donà di Piave-VE ove svolge la professione di avvocato. Dal 2005 collabora con la Rivista “Giustizia Sportiva”, pubblicando saggi e commenti inerenti al diritto dello sport. Appassionato e studioso di tutte le discipline sportive, riconosce al calcio una forza divulgativa senza eguali. Auspica che tutti coloro che frequentano gli ambienti calcistici siano posti nella condizione di apprendere principi ed idee che, fatte proprie, possano contribuire ad una formazione basata su metodo e coerenza, senza mai risultare ostili al cambiamento.

Una risposta

  1. Sul piano del principio sposo in pieno la tesi di Alessio e Giammarco (ordine alfabetico). Purtroppo il decadimento del calcio italiano ha diverse ragioni: economiche non siamo più tra le società più ricche (è cambiata la struttura del fatturato e noi siamo arrivati troppo tardi a modificare le nostre entrate), b) questo ha inciso sulla possibilità di avere i migliori calciatori al mondo, che a loro volta migliorano gli italiani che ci giocano insieme o contro; c) ancora, la forte riduzione dei praticanti iscritti e la concorrenza degli altri sport in una società civile fattasi più ricca.

    A questo aggiungo, con particolare riferimento alla nazionale, non si può più contare sulla intelaiatura di una squadra da completare con altri giocatori.

    Ancora, lo scadimento non è solo nei difensori (ove fosse così), ma anche negli altri ruoli. Il successo del 2006 vedeva in campo fior di campioni.

    La conclusione è che, a a prescindere dalla qualità dei singoli difensori, è venuta meno la fase difensiva, ma anche, in alcuni scontri decisivi, quella di attacco (Macedonia e Bosnia).

    Quindi, purtroppo, il problema non solo “vecchio contro nuovo”, ma il decadimento del calcio in Italia.

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