PREMESSA TEORICA, CULTURALE E SCIENTIFICA: L’equivoco del termine enattivo nel calcio: tra moda linguistica e fondamento epistemologico.
Nell’ultimo periodo il termine “enattivo” ha iniziato a prendere piede anche nel linguaggio calcistico. Questo fenomeno, di per sé positivo, segnala un’apertura verso prospettive più avanzate della comprensione dell’apprendimento e della prestazione. Tuttavia, tale diffusione è accompagnata da un problema rilevante: il concetto viene spesso utilizzato in modo improprio, ridotto a etichetta metodologica o, peggio, assimilato a pratiche che ne contraddicono i presupposti epistemologici.
L’enattivismo, non è una tecnica, ma una teoria della conoscenza e dell’apprendimento. Esso si fonda sull’idea che conoscere non significhi rappresentare il mondo, ma emergere con esso attraverso l’azione. Il soggetto e l’ambiente non sono entità separate, bensì sistemi in relazione dinamica, in continuo accoppiamento strutturale. Alla luce di ciò, appare evidente la prima grande contraddizione: l’enattivismo è incompatibile con modelli di apprendimento lineari e seriali.
La logica “spiego, dimostro, esegui, correggo” presuppone una trasmissione di contenuti e una loro applicazione progressiva, mentre l’approccio enattivo riconosce che l’apprendimento emerge da situazioni vissute, significative e contestualizzate Essere enattivi, nel calcio, significa essere immersi nella realtà autentica del gioco. Significa agire in un contesto non frammentato, dove emozione, percezione, decisione e azione non sono fasi separate, ma dimensioni inscindibili di un unico processo.
Ogni gesto tecnico, ogni scelta tattica, ogni adattamento motorio nasce all’interno di una relazione viva con compagni, avversari, spazio, tempo, palla ecc..Da questo punto di vista, i giochi di invasione – e il calcio in particolare – rappresentano il terreno più fertile per un approccio enattivo. A differenza degli sport individuali, di quelli a contesto stabile, e anche di quelli situazionali posizionali, il calcio è caratterizzato da incertezza, variabilità e co-adattamento continuo per la compresenza spaziale e temporale di tutti I soggetti coinvolti. Questa particolarità fa in modo che il gioco non è mai identico a se stesso, che le condotte motorie e tecniche emergono momento per momento dall’interazione tra i giocatori.
Ridurre l’enattivismo a esercitazioni analitiche o a sequenze preordinate ( esercizio, esercitazione e trasferimento nel gioco) significa tradirne l’essenza. Non si è enattivi perché si inseriscono varianti o si aumentano le difficoltà, ma perché si costruiscono ambienti di apprendimento in cui il giocatore è realmente chiamato a dare senso alla propria azione.
L’utilizzo corretto del termine “enattivo” richiede una revisione profonda del modo di concepire l’allenamento. Non si tratta di aggiungere qualcosa, ma di cambiare paradigma: dalla trasmissione alla co-costruzione, dalla frammentazione all’unità, dalla prescrizione all’emergenza del gioco. Solo così ci si potrà davvero appropriarsi di questo concetto, pena una mistificatoria moda terminologica.
VENIAMO AL DUNQUE, cosa ci dicono le neuroscienze rispetto all’argomento del titolo?
Le evidenze neuroscientifiche – oggi supportate anche da tecniche di neuroimaging in situazione reale – mostrano un dato chiave per chi allena: Quando un intervento analitico è inserito dentro il gioco, si attivano gli stessi circuiti neurali della prestazione. Quando lo stesso intervento è proposto fuori contesto, questi circuiti non si attivano allo stesso modo.
Perché accade? Perché fuori dal gioco manca lo scopo. Senza scopo, il gesto è vuoto. Diventa esecuzione, non azione. Ma c’è un passaggio ancora più interessante. Le neuroscienze ci dicono che quegli stessi circuiti della prestazione si attivano anche quando l’intervento analitico viene proposto subito dopo aver giocato.
Perché?
Perché in quel momento c’è senso e significato. Il gesto non è più isolato, ma si aggancia a qualcosa di vissuto, percepito, intenzionato. Non è più un esercizio, è una risposta. Il sistema mentecorpospirito, infatti, non sta semplicemente eseguendo: sta riattivando, ristrutturando e raffinando circuiti già accesi dall’esperienza. Da queste evidenze nascono le tre modalità dell’allenamento capovolto nel paradigma fenomenologico-enattivo:
- Nel gioco: per gruppi con alta comprensione del gioco;
- Dal gioco e ritorno al gioco: per gruppi in fase di costruzione;
- Dopo il gioco: per gruppi meno esperti e per bambini della prima formazione.
Nel primo caso non si esce mai dalla realtà globale del gioco. Nel secondo caso, si prende in esame una situazione locale (sulla catena laterale, un due vs due in area..) Nel terzo caso si interviene alla fine del gioco per prendersi cura di condotte motorie e tecniche individuali .
Per gruppi meno esperti, e per bambini della prima formazione che hanno bisogno di consolidare il significato. Il punto non è scegliere se intervenire analiticamente, che mai nessuno si è sognato di escludere. Il punto è quando e dove farlo, perché è lì che si decide tutto. Stai allenando un gesto… o stai formando un giocatore?
Il processo che sostiene l’intervento analitico situato e pertinente nel paradigma fenomenologico-enattivo
Esso non si configura mai come una correzione esterna e lineare, ma come un atto interpretativo situato, emergente dalla relazione dinamica tra giocatore, gioco e contesto. L’allenatore diventa un facilitatore di significati, capace di osservare criticamente le configurazioni del gioco e di intervenire in modo pertinente, rispettando la complessità dell’esperienza vissuta dai giocatori.
Il processo che sostiene questo tipo di intervento si articola in cinque momenti fondamentali, strettamente interconnessi e non rigidamente sequenziali, ma circolari e ricorsivi.
- Riconoscere il problema (problem posing)
Il primo passo consiste nella capacità di cogliere una criticità emergente nel divenire del gioco.
Non si tratta di applicare categorie predefinite, ma di sviluppare una sensibilità percettiva che consenta di individuare squilibri, incoerenze o opportunità mancate all’interno della dinamica situata.
2. Focalizzare il problema (problem setting)
Una volta riconosciuto, il problema deve essere delimitato e reso significativo.
L’allenatore seleziona ciò che è rilevante in quel momento, evitando la dispersione e mantenendo il focus su un aspetto chiave che possa generare apprendimento.
3. Descrivere il problema (problem inquiring)
In questa fase si esplicita ciò che accade, attraverso una descrizione aderente alla realtà del gioco. La descrizione non è giudicante, ma orientata a rendere visibile ai giocatori la struttura dell’azione, favorendo una presa di coscienza condivisa.
4. Interpretare il problema ( problem-knowing)
L’interpretazione implica l’attribuzione di significato alla situazione osservata. L’allenatore connette ciò che accade con le intenzionalità dei giocatori, con le relazioni tra compagni e avversari, e con la logica interna del gioco. È qui che emerge la competenza esperta, capace di cogliere aspetti oltre il visibile.
5. Decidere il percorso risolutivo ( problem-solving)
L’ultima fase riguarda la scelta dell’intervento più adeguato.
Questo può svilupparsi secondo diverse direzioni: nel gioco (modifica immediata attraverso vincoli o consegne), dal gioco (momenti di riflessione o proposte mirate) e ritorno al gioco (reintegrazione nella situazione autentica), oppure dopo il gioco (analisi differita). La decisione è sempre contestuale e orientata a mantenere la coerenza con la realtà del gioco.
Si tratta di veri e propri compiti di realtà, autentici e significativi. Negli ultimi due casi, molto pertinenti nella prima formazione, si organizzano gruppi per fasce di livello che svolgono attività personalizzate per consentire a tutti e a ciascuno, nessuno escluso, il successo formativo.
In conclusione, questo processo rappresenta il cuore dell’intervento enattivo: un agire intenzionale, situato e significativo, che riconosce nel gioco la principale fonte di apprendimento. L’allenatore non impone soluzioni, ma accompagna I giocatori nella costruzione di senso, favorendo l’emergere di comportamenti adattivi e intelligenti.
La pertinenza delle modalità “dal gioco” e “dopo il gioco” nella prima formazione
L’esperienza vissuta in prima persona sul campo – e più in generale nei contesti educativi e formativi –, ma soprattutto I riscontri che ricevo quotidianamente da tutti coloro che si sono avvicinati a questo approccio, confermano con forza ciò che le evidenze neuroscientifiche iniziano a chiarire: nella prima formazione, le modalità di intervento “dal gioco e ritorno al gioco” e, ancor più, “dopo il gioco”, risultano essere le più pertinenti.
Questo non è un caso. È una necessità strutturale legata alla natura stessa dell’apprendimento nei soggetti in fase iniziale. Nella prima formazione, il giocatore non possiede ancora una comprensione sufficientemente stabile e profonda della logica del gioco. Le sue azioni sono spesso frammentate, discontinue, guidate più dalla reazione immediata che da una reale intenzionalità situata. In questo scenario, intervenire direttamente nel gioco rischia di essere poco efficace: il giocatore non ha ancora gli strumenti per integrare in tempo reale l’intervento all’interno del flusso situazionale.
È qui che la seconda e la terza modalità mostrano tutta la loro potenza.
La modalità “dal gioco e ritorno al gioco” crea una prima forma di ponte. Il gioco viene temporaneamente sospeso, ma non abbandonato. L’intervento analitico si inserisce in una continuità esperienziale ancora calda, ancora attiva. Il giocatore non si allontana realmente dalla situazione: la porta con sé. In questo spazio intermedio, può iniziare a riconoscere, dare forma e orientare le proprie azioni.
Ma è soprattutto la modalità “dopo il gioco” a rivelarsi profondamente trasformativa nella prima formazione. Qui avviene qualcosa di decisivo: l’esperienza precede l’analisi. Il giocatore agisce, vive, sperimenta – spesso anche sbagliando, disordinatamente, senza piena consapevolezza. Ma è proprio questo vissuto che crea il terreno su cui l’intervento analitico può attecchire.
Quando l’allenatore interviene dopo, il gesto analitico non è più astratto, non è imposto dall’esterno, è riconosciuto dall’interno perché precedentemente vissuto ed esperito Da un punto di vista neuroscientifico, questo si traduce nella riattivazione di circuiti già sollecitati dall’esperienza, che vengono così consolidati e raffinati.
Ma, ancora prima, è un processo fenomenologico: il gesto acquista senso perché si radica in un vissuto. In altri termini, nella prima formazione non si apprende partendo dalla spiegazione per arrivare all’azione. Si apprende partendo dall’azione per arrivare alla comprensione. È per questo che le modalità “dal gioco” e “dopo il gioco” non sono semplicemente alternative metodologiche, ma rappresentano una vera e propria coerenza pedagogica con il livello di sviluppo del giocatore.
Allenare, in questa prospettiva, significa rispettare I tempi della costruzione del senso. Significa accettare che la comprensione non può essere anticipata, ma deve emergere. Significa, soprattutto, riconoscere che il gioco non è il punto di arrivo dell’apprendimento, ma il suo punto di partenza. Così, l’intervento analitico smette di essere un momento separato e diventa parte di un processo circolare: esperienza, rielaborazione, nuova esperienza. Un processo in cui il giocatore non esegue semplicemente meglio, ma comprende di più.
E comprendendo gioca per davvero.











6 risposte
Non ci siamo. Siamo ancora molto distanti da cio’ che deve accadere.
Se parliamo di formazione generica a qualsiasi livello puo’ andar bene tutto.
Se parliamo di profili talentuosi e quindi di selezione di alto livello tutti i concetti espressi risultano molto distanti dai veri contenuti delle Neuroscienze del nostro tempo.
La via metodologica perseguita oggi nella gestione del talento e’ totalmente errata, altrimenti il nostro calcio non sarebbe sprofondato negli abissi come in effetti e’.
Non mi dilungo ma evidenzio qualche punto.
1) l’adulto di oggi ha una formazione totalmente inadeguata per individuare predittivamente il talento e assisterlo nella sua sublimazione, nelle attivita’ di campo;
2) occorre andare oltre il concetto di enattivismo; il talento DEVE DETERMINARE L’AMBIENTE NON COMPRENDERLO; E’ un difficilissimo salto ontologico che gli adulti devono fare;
3) Il talento non deve mai percepire-elaborare-decidere-agire; il talento deve percepire e agire; l’adulto interferisce pesantemente in questi processi, impedendone il naturale corso.
4) il gioco, senza interferenze, manipolazioni e costruzioni artificiose E’ L’UNICO MEZZO ALLENANTE A QUALSIASI ETA’.
L’ analitico dopo il gioco e’ incommentabile.
Grazie Nicola per il tuo intervento. In questo modo può aprirsi una discussione costruttiva.
filippo
È molto pericoloso giungere a frettolose conclusioni partendo da un serio presupposto quale embodied cognition ed enattivismo. Prima di diffondere ipotesi private tra l’altro contraddittorie spacciate per certezze riguardo il sensibile rapporto tra invasion e percorsi neuroeducativi, bisognerebbe attraversare momenti di lenta sana riflessione.
Grazie Simonetta per le tue considerazioni.In questo modo, come detto a Nicola, può aprirsi una discussione costruttiva.
filippo
Aggiungo in seguito al commento di Nicola Mazzeo che condivido, il fatto che per me anche in quella che viene definita formazione generica qualsiasi(che per me non esiste ma comprendo a cosa ci si vuol riferire) i concetti espressi, a mio parere, sono molto lontani da un serio approccio neuroscientifico ed evidenziano il solito tentativo alquanto pericoloso di giungere a delle conclusioni che portano decisamente fuori strada. Va bene discutere, ma partendo da presupposti rigorosamente scientifici
Avrei volentieri glissato sull’articolo ma per il rispetto che nutro per Filippo Galli e per i lettori del blog, provo a dare contezza di quanto scritto da me sopra. Lo faccio in punta di piedi per il rispetto infinito che nutro per neuroscienze e neuroscienziati i quali trascorrono le proprie vite in uno studio serio che per alcun motivo vorrei travisare o tradurre frettolosamente in informazioni erronee.
1.Certamente è la prospettiva enattiva quella in cui da svariato tempo ci stiamo collocando come allenatori. Non è una scoperta di questo blog o di chi ne scrive. Chi meglio degli allenatori ha sperimentato ogni istante di essere un corpo immerso in un sistema dinamico inscindibile? Abbiamo ormai una visione dell’apprendimento nel calcio basata sull’azione situata e pertinente (mi muovo se ho uno scopo- Rizzolatti’s group Parma anni 70), emergente dal contesto reale (affordances che si aprono e si chiudono), visione che non separa percezione e azione e che quindi si scorpora nettamente dal metodo analitico tradizionale che, FIGC permettendo, vorremmo archiviare. Che colloca gli aspetti tecnici fuori contesto, parcellizzati, ingabbiati nella catena lineare spiego-dimostro-eseguo-poi correggo. Ovvietà assodate. Bene, in virtù della propria SIGNIFICATIVITA’, L’APPRENDIMENTO, la PUNTUALIZZAZIONE, la CORREZIONE trovano senso DURANTE il gioco in un feed-forward immediato e comunicativo allenatore-giocatore permettendo così un EN-AGIRE. Per brevità suggerisco il COME attraverso cose già scritte in un vecchio articolo LA TERZA STANZA pubblicato da CAMBIODICAMPO.
2.Quando si tira la giacchetta delle neuroscienze per avvalorare le proprie affermazioni si rischia di equivocare. Infatti in un cocktail discutibile e assai pericoloso trovo concetti quali NEURAL REPLAY, STOCCAGGIO NEOCORTICALE, LTP, CONSOLIDAMENTO, determinanti certo, ma ottenibili durante il riposo neurologico e che poco hanno a che fare con L’INTERVENTO ANALITICO DELL’ALLENATORE COLLOCATO DOPO IL GIOCO che, come dice Nicola Mazzeo, è incommentabile. E anche qui si confonde facilmente il metodo TGfU/GAME SENSE che prevede un iter ben preciso ideato da Bunker e Thorpe, volto alla consapevolezza dell’errore da parte del giocatore, (utile e utilizzabile anche in ottica complessa). MA NON CONFONDIAMO PER FAVORE. Perché il metodo è scandito da fasi ben precise e le domande, input per la motivazione intrinseca del giocatore, sono inserite dentro la pratica e non successivamente alla stessa. Le recenti ricerche sulla memoria di Bruce Ecker hanno, si, identificato un particolare tipo di neuroplasticità innata del cervello, un riconsolidamento della memoria, un cambiamento neurologico guidato dall’esperienza. Ma non provocato nei modi e nei termini che indica lo scrivente. Avendo io citato un metodo da me molto amato e praticato( TGfU/GAME SENSE), sottolineo che a differenza di quanto si è scritto in passato, la differenza duale tra METODO e PARADIGMA risulta alquanto sorpassata, poichè nella pratica scientifica moderna e nelle teorie dei sistemi complessi dove non esistono soluzioni definitive, entrambi i concetti risultano ideali e presentano dei limiti. Sebbene infatti il metodo sia prescrittivo, replicabile e stabile, è in continua evoluzione poiché la scienza stessa è in continua evoluzione, rivoluziona grazie a Dio ipotesi e tecniche, rendendo proprio instabili i metodi specialmente per una situazione ad alta variabilità nella quale il calcio si configura. (UNDERSTANDING REPRODUCIBILITY AND REPLICABILITY THE EVOLVING PRACTICES OF SCIENCE,2013 THE ECONOMIST, “How science goes wrong National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine; Policy and Global Affairs; Committee on Science, Engineering, Medicine, and Public Policy; Board on Research Data and Information; Division on Engineering and Physical Sciences; Committee on Applied and Theoretical Statistics; Board on Mathematical Sciences and Analytics; Division on Earth and Life Studies; Nuclear and Radiation Studies Board; Division of Behavioral and Social Sciences and Education; Committee on National Statistics; Board on Behavioral, Cognitive, and Sensory Sciences; Committee on Reproducibility and Replicability in Science.Washington (DC): National Academies Press (US); 2019 May 7)
3.Necessario superare dunque questa idea che il feedback successivo all’apprendimento acceleri l’apprendimento stesso che, come detto, non segue sempre le logiche lineari tantomeno cronologiche e temporali. Anzi. Evolve anche l’idea del REPETITA JUVANT nell’ottica che la ripetizione, se meccanica e non incisiva ed efficace, associata al contesto e all’emozione, non verrà consolidata nella fase del meritato riposo che per questioni fisiologiche che non sto qui a richiamare è utile quanto la fase attiva. Le neuroscienze ci stanno dicendo che il cervello non impara ripetendo ma che l’informazione si consolida facendo e creando. Come poi si rafforzino le connessioni sinaptiche e si stabilizzino i circuiti dei gangli della base, difficile dire. Abbiamo a che fare con una generazione complessa di cui non abbiamo contezza, una generazione apparentemente distratta, considerando che aujourd’hui il contrario di distrazione non è più attenzione ma attrazione. E che il consolidamento riduce solo e per fortuna il carico cognitivo estraneo.
4. Arriviamo all’errore, il gap che si genera tra previsione e realtà, l’esperienza del quale ci porta a fare una nuova ulteriore previsione. Questi aggiustamenti successivi favoriscono l’apprendimento e avvengono durante la seduta di allenamento o durante la partita. La capacità di apprendere dall’errore è stimolata dalla SORPRESA e dalla NECESSITÀ DI ADATTAMENTO. E da altre 119 cosucce che non sto qui a ripetere avendone scritto a sufficienza in passato. Affinché il cervello possa modificare il gesto, c’è necessità che l’errore venga esperito in un contesto reale che ne evidenzi al massimo la difformità tra il VOLUTO e l’AGITO. L’inserimento dell’analisi durante la prestazione (in tempo reale, feed-forward) è fondamentale a mio avviso per adattamenti tattici istantanei. Non facile ma in pace con l’ottica della complessità. Come allenatori preparati e analisti scrupolosi ci insegnano da anni, prima della prestazione in chiave di pianificazione strategica e dopo la prestazione mirando alla consapevolezza dell’errore di abilità complesse esperite nel match, si potranno certamente prevedere sessioni di performance analysis, senza troppo sopravvalutarle sia creando aspettative grazie alla presa di decisione informata che alla correzione degli errori ormai commessi.
5.Potrei continuare con aneddoti di vita realmente vissuta inerenti l’argomento: dal coaching sapiente analitico e meticoloso di Antonio Conte a Vinovo alla rabbia del Prof. Roberto Sassi che osservava il reiterarsi degli stessi errori da parte dei giocatori della sua Primavera che si, avevano effettuato interventi analitici pre- ma soprattuto post- prestazione quando a quei tempi sembrava che i meccanismi neurobiologici mantenessero meglio il legame con il contesto. Ma rischierei di essere un tantino troppo analitica.