La vicenda di Guglielmo Steiner si colloca in uno dei periodi più drammatici della storia italiana ed europea, intrecciando memoria familiare, formazione sportiva e impegno civile in un destino tanto breve quanto significativo.
Nipote di Giacomo Matteotti, Steiner – per tutti “Mino” – proveniva da una famiglia della borghesia industriale. La sua crescita fu segnata tanto da un contesto sociale privilegiato quanto da una forte eredità morale: quella di un parente divenuto simbolo dell’opposizione al fascismo.
Prima che la storia lo travolgesse, Mino fu un giovane appassionato di sport. Tra il 1926 e il 1928 giocò negli Allievi del Milan, in anni in cui il calcio italiano stava strutturandosi in modo sempre più organizzato.

In quel periodo il Milan attraversava una fase di rinnovamento, lontano dai grandi successi che sarebbero arrivati più tardi. La prima squadra partecipava a un campionato ancora strutturato in gironi regionali e fasi finali, prima della nascita della Serie A a girone unico nel 1929.
I rossoneri si affidavano a giocatori di talento come Adolfo Baloncieri e Mario Magnozzi, cercando di tornare competitivi a livello nazionale. Tuttavia, i risultati furono altalenanti e il club non riuscì a imporsi tra le squadre più forti del periodo. Nonostante ciò, questo periodo fu importante per costruire le basi della crescita futura della società.
Per Steiner entrare nel vivaio rossonero significava confrontarsi con un ambiente competitivo e formativo, dove disciplina e spirito di squadra erano centrali. È facile immaginare come quell’esperienza abbia contribuito a costruire il suo carattere: il senso di responsabilità verso il gruppo, la capacità di resistere alle difficoltà, la determinazione. Qualità che, in un contesto completamente diverso, sarebbero riemerse negli anni successivi.
L’attività politica e il carcere
Terminati gli studi, si laureò in legge e iniziò a lavorare presso lo studio di Lelio Basso, figura di primo piano dell’antifascismo italiano e futuro protagonista della vita politica repubblicana. Fu proprio in quell’ambiente, frequentato da intellettuali e oppositori del regime, che Steiner maturò una più consapevole adesione politica, avvicinandosi al Partito d’Azione. Questo impegno gli costò già nel 1939 un primo arresto e la detenzione nel carcere milanese di Carcere di San Vittore, luogo simbolo della repressione fascista.
Dopo lo sbarco alleato in Sicilia nel 1943, Steiner fu coinvolto in un’operazione delicata e rischiosa, nota come “Missione Law”. L’incarico prevedeva un’infiltrazione via mare: raggiungere la costa ligure con un sommergibile, raccogliere informazioni sui movimenti tedeschi e contribuire a mettere in salvo militari sbandati, aiutandoli a trovare rifugio oltreconfine, in Svizzera. Sbarcato nei pressi di Cavi di Lavagna, riuscì a raggiungere a piedi San Michele di Pagana, dove, con l’aiuto della sorella, recuperò una radio ricetrasmittente precedentemente nascosta, strumento fondamentale per mantenere i contatti.
Il Binario 21 e il campo di concentramento
Rientrato a Milano, riprese i contatti con gli ambienti antifascisti e si inserì nelle attività della Resistenza, pur senza partecipare direttamente ad azioni armate. Frequentava in particolare la cosiddetta “Baracca 18”, un luogo di ritrovo e coordinamento per esponenti dell’antifascismo di area azionista e socialista, spesso liberi professionisti. In quel contesto entrò in contatto con figure di rilievo come Leopoldo Gasperotto, che sarà poi fucilato nel campo di Fossoli, e Brenno Cavallari, tra le vittime dell’eccidio del poligono di Cibeno, una delle più feroci rappresaglie naziste contro prigionieri politici in Italia dopo l’eccidio delle Fosse Ardeatine.
Parallelamente, Steiner coltivava anche un progetto culturale: fu tra i promotori della rivista “Lo Stato Moderno”, che però non riuscì mai a vedere pubblicata. Nel marzo del 1944, infatti, venne nuovamente arrestato, a seguito della delazione di un informatore, e rinchiuso ancora una volta a San Vittore.
Poche settimane dopo iniziò per lui il tragico percorso della deportazione. Dalla Stazione Centrale di Milano, dal famigerato Binario 21 – oggi luogo della memoria – fu trasferito prima al campo di transito di Campo di Fossoli, e successivamente al campo di concentramento di Mauthausen. In seguito venne destinato al sottocampo di Ebensee, uno dei più duri del sistema concentrazionario nazista, dove i prigionieri erano impiegati in lavori forzati estenuanti in condizioni disumane.
Fu lì che Guglielmo Steiner morì, il 28 febbraio 1945, a pochi mesi dalla fine della guerra.
La memoria e la pietra d’inciampo
La sua memoria è oggi affidata anche a una delle “pietre d’inciampo” posate a Milano, parte del progetto ideato dall’artista Gunter Demnig, che ricorda le vittime della deportazione nei luoghi in cui vissero e lavorarono. Un segno discreto ma potentissimo, che restituisce un nome e una storia a chi è stato cancellato.

Ho avuto anche l’opportunità di incontrare suo figlio, Marco Steiner, in occasione della presentazione del libro “Un calcio alla guerra”, che ho scritto insieme a Mauro Raimondi (Milieu Edizioni, 2021). In quell’occasione mi raccontò un aspetto molto umano e rivelatore della figura di suo padre.

MARCO STEINER, A DESTRA, FIGLIO DI MINO STEINER
Guglielmo Steiner detestava le armi, e proprio per questo la sua scelta di entrare nella Resistenza assume un significato ancora più profondo. Decise infatti di contribuire alla lotta di Liberazione offrendo supporto e partecipazione, pur senza imbracciare un fucile.
Questo elemento aiuta a comprendere meglio la sua traiettoria: quella di un uomo che, pur rifiutando la violenza, non rimase neutrale di fronte all’ingiustizia. La figura di Guglielmo Steiner emerge così non solo come quella di una vittima del nazifascismo, ma come esempio di una generazione che, partita dai campi da calcio e dagli studi universitari, si trovò a scegliere la strada più difficile: quella della libertà, pagandone il prezzo più alto.

BIO: Davide Grassi, giornalista pubblicista, ha collaborato con diversi quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera, e con magazine di calcio e radio. Ha scritto e curato diversi libri soprattutto di letteratura sportiva, ma anche di storia della Seconda guerra mondiale e musica. Con il suo primo libro, nel 2002 ha vinto il premio “Giornalista pubblicista dell’anno” e nel 2021 ha ricevuto il Premio letterario “Franco Loi”. Ha pubblicato molti libri sulla storia del Milan, è vicepresidente dell’Associazione Milanisti 1899 ed è stato tra i fondatori di Radio Rossonera. Il suo sito è www.davideg.it










2 risposte
Bisogna apprezzare la libertà ogni giorno, sentire che qll la abbia fatto anche cose buone mi fa inalberare
Vi ringrazio per questo ricordo nella giornata di oggi: la memoria va coltivata!
Mi complimento con Filippo e te, che ci scrivi, per lo “spessore” che state dando a questo ottimo blog!
Un caro saluto.
Amerigo