La definizione di “giocatore moderno” è riferita anzitutto all’unione tra qualità tecnica e forza fisica, ormai imprescindibile dato il numero di impegni e i ritmi di gara, in secondo luogo alla duttilità del calciatore. Per decenni una formazione prevedeva portiere, terzini, stopper, libero, mediano, ali, mezzeali (centrocampisti interni), trequartista (il mitico numero 10) e il centravanti. Ho inserito anche il portiere perché persino la sua figura si è evoluta, al punto che oggi vi sono allenatori che prediligono addirittura il numero 1 più bravo con i piedi piuttosto che il più bravo a… parare (il Napoli di queste ultime stagioni è stato uno degli esempi più significativi, ma potremmo citare molti altri club).
Poi è arrivato il calcio totale, il primo esasperato modello olandese dove tutti facevano quasi tutto, fino al punto di caduta in cui bisogna essere bravi nella propria skill, ma anche in quella secondaria: un attaccante deve saper difendere (e avere voglia di farlo), mentre i difensori e i marcatori “ruvidi e arcigni”, come venivano definiti, devono saper attaccare o comunque cavarsela con i piedi, non bastandogli più menare e spazzare la palla. Ricordate una delle battute più celebri del grande Nereo Rocco? “Una grande squadra deve avere un portiere che para tutto, un assassino in difesa, un genio a centrocampo, un ‘mona’ che la butta dentro e 7 muli che corrono”. Questa era la provocazione di un concetto ampiamente condiviso.
Personalmente, uno degli universali più forti di questa epoca iniziata negli anni ’70 con l’Ajax e l’Olanda, è stato non a caso il tulipano Frank Rijkaard, la cui maestosità fu offuscata solo dai suoi connazionali Gullit e Van Basten. Nel Milan attuale, non ho dubbi sulla polivalenza elevata di Adrien Rabiot: il francese riassume perfettamente questa lunga premessa, miscelando nel suo pentolone forza, tecnica, duttilità, varietà di colpi. Lanciato da Carlo Ancelotti nel Paris Saint-Germain. Dopo una lunga gavetta che lo aveva portato anche al Man City nel 2008 quando aveva solo 13 anni, Rabiot ha poi vestito le maglie della Juventus e dell’Olympique Marsiglia da dove il Milan lo ha prelevato all’inizio di questa stagione.
Nelle Nazionali giovanili francesi ha collezionato 44 presenze con 4 gol, approdando a quella maggiore a soli 21 anni e avendo oggi un palmarès di 57 partite e 7 gol. Carattere fumino a intermittenza, con interferenze sparse della madre negli affari suoi di campo (si arrabbiò con Thiago Motta quando a Parigi voleva farne un regista arretrato e lei disse ai giornali che il figlio era una mezzala…), si è separato dall’OM alla fine della scorsa estate dopo un furioso litigio col compagno di squadra Jonathan Rowe. L’allora tecnico De Zerbi mise entrambi ai margini del gruppo, nonostante Rabiot arrivasse da un’ottima stagione in cui si era imposto da leader e beniamino dei tifosi.
Nel Milan fino ad oggi ha confermato una crescente maturazione mentale, con atteggiamenti sempre positivi e propositivi sia in campo che nel rapporto con i media, ed anche in rossonero è diventato un punto di riferimento per la squadra e per i sostenitori. Ecco perché oggi, dopo appellativi e soprannomi che – più che l’uomo e il giocatore – hanno bollato i suoi comportamenti con spiccati picchi di insofferenza, possiamo definire Adrien Rabiot un moderno capitano: si comporta in campo e fuori come un esperto bucaniere ed è stimato dai più giovani come dai coetanei. Allegri, che lo ha (ri)voluto con sé insistendo fortemente con il club, ha decisamente azzeccato la scelta perché oggi il Milan con Rabiot è una cosa, senza Rabiot è un’altra.

BIO: Luca Serafini è nato a Milano il 12 agosto 1961. Cresciuto nella cronaca nera, si è dedicato per il resto della carriera al calcio grazie a Maurizio Mosca che lo portò prima a “Supergol” poi a SportMediaset dove ha lavorato per 26 anni come autore e inviato. E’ stato caporedattore a Tele+2 (oggi SkySport). Oggi è opinionista di Sportitalia e direttore della Fiera digitale dello sport . Ha pubblicato numerosi libri biografici e romanzi.










2 risposte
Buongiorno Luca, senza Rabiot è il Milan della prima giornata e, sempre senza Rabiot, a mio avviso, saremmo ottavi o giù di lì.
Rabiot è una gran bel giocatore e a proposito di esempi, come in un articolo di qualche giorno fa su questo canale, allenarsi con i grandi giocatori, aiuta a diventare più bravi.
Rabiot e Modric sono esempi di capacità tecnica e mentale, ma la mentalità principalmente, la da la società ed il Milan di Berlusconi ne è stato un esempio.
Direi che posso fermarmi qui…alla società.
È fuor di dubbio Luca che un giocatore come Adrien Rabiot non possa che non ricordare le gesta di un altro grande nel suo ruolo quale Frank Rijkard. L’excursus che hai ben sintetizzato nell’assioma calcistico del mitico Paron sarebbe da applicarsi nelle nostre inaridite Scuole di Calcio. Avverto una inguaribile nostalgia di quel calcio quando ancora i numeri di ruolo andavano dall’1 all’11 ed il portiere indossava una mise completamente nera sino a quando l’ecletticito e talentuoso Ricky Albertosi non scese in porta con una ruffiana maglia giallo limone!!…che tempi!!…che bel calcio che godevamo!
Concludo e chiedendo scusa amo formulare una personale divagazione….se Rabiot e Modric avessero rifornito con i loro preziosismi di gioco un certo Olivier Giroud in luogo di una scriteriata equipe purtroppo deputata a gestire il nostro attacco, saremmo sicuramente più sereni e pimpantamente al posto dei non amati cuginastri!
Buona giornata!
Massimo 48