SINNER E GIORNALISMO: SPUNTI SUL DIBATTITO RIGUARDANTE CRESCITA, TALENTO E SOGNI

FOTO DI COPERTINA DALLA CHAT WHATSPP “TENNIS & MILAN FRIENDS”

C’è una metrica che avvicina ogni sport, da quello di squadra a quello individuale, da quello maggiormente improntato sulla fatica fisica e sul dinamismo a quello di strategia e pianificazione. Mi chiedo quindi che cosa abbiano in comune calcio, tennis, atletica leggera, curling, giusto per citarne uno per tipologia, in un’analisi trasversale che possa offrire spunti di riflessione, sia per chi inizia un percorso di consapevolezza sia per chi è già più “strutturato” e si pone quotidianamente le domande per evolvere nella direzione della propria crescita. 

Prima di rispondere vorrei riportare qui le recenti indicazioni derivanti dall’editoriale di Mauro Mazza (ex direttore Rai 1 e TG2), secondo cui Jannik Sinner sarebbe “italiano ma non troppo” perché privo di quella “sregolatezza latina” in cui ogni residente lungo lo stivale si possa rispecchiare. Rispetto a questo contributo del giornalista romano, dell’indubbia esperienza e della navigata professionalità, mi guardo bene dall’attribuire un’idea di torto o di ragione. E questo perché innanzitutto non è il mio mestiere, visto che dare ragione a qualcuno spetta unicamente a chi attribuisce un giudizio di legalità o di merito. Il coaching è neutralità e un mental coach abbraccia proprio questa visuale, esaminando i punti di forza del proprio interlocutore con l’unico fine di facilitarne l’evoluzione: in questo caso, si tratta di estrarre ciò che c’è di funzionale e positivo nel messaggio di Mazza, affinché se ne possa trarre uno spunto.

Aggiungerei anche che l’incedere mediatico vada sempre contestualizzato, per cui nelle parole del giornalista c’è un’efficace menzione di alcuni tratti distintivi tradizionali, oltre ad un ragionamento condivisibile, su alcune delle abitudini dell’italiano medio, da quello “cantato” dal grande Toto Cutugno, con l’autoradio sempre nella mano destra, a quello più attualizzato di oggi, con un curriculum fatto di impegno accademico e certificazioni di ogni genere. E in questo senso, chi mette al centro delle proprie quotidiane azioni l’impegno e la valorizzazione dei propri obiettivi, sviluppa una mentalità che punta ad andare oltre, a “camminare sopra” (Walk On per dirla con un canzone degli U2 del 2000). Non è forse ciò che andiamo spesso citando nell’acceso dibattito sul talento in Italia? 

Se è vero, come è vero, che la dispersione delle abilità sia una vera e propria piaga che si riflette, fra le altre cose, nella mancata qualificazione ai mondiali di calcio del 2026 della nazionale maggiore, vorremmo posizionare la storia del giovane Sinner, quello che lascia la comodità e l’affetto di casa a 13 anni per andare a vivere a centinaia di chilometri da essa, con in testa la potenza di un grande sogno da proteggere ogni giorno in tutti i modi. La sua è la vicenda di un’Italia moderna, quella che ha messo da parte già da un po’ la “cultura degli alibi” (cit. Julio Velasco), che lavora quotidianamente per l’eccellenza attraverso sacrificio e disciplina e che lavora per andare oltre la paura. Quando nelle interviste Sinner parla di orgoglio nell’essere italiano, fa riferimento proprio a questo e a come vincere sia una naturale conseguenza di un processo che vada evaso in ogni sua curva, in ogni rallentamento e in ogni imprevisto. Metodo contro miracolo, lavoro contro mandolino, risultato immediato contro percorso di crescita, invidia contro ispirazione. 

La “compostezza” di Sinner, ma anche di tanti atleti come lui, in ogni disciplina e categoria, è uno dei loro punti di forza ed è l’evoluzione dello stereotipo del latino incapace di gestire le proprie emozioni cui fa riferimento l’analisi di Mazza. Si tratta di far educare ogni bambino, fin da molto giovane, in ogni campetto, palestra o pista, a direzionare i propri stati d’animo attraverso un lavoro su focus, self-talk e fisiologia. All’estero lo fanno, ma lo facciamo anche noi in Italia, e lo facciamo da numeri uno! Gestire le emozioni non è un tratto caratteristico dell’atleta-androide, ma un’abilità fondamentale per chi fa sport e più in generale, lavora ogni giorno per tirare fuori il Sinner che ha dentro; per chi ha capito che valorizzare il proprio potenziale è una competenza non delegabile. E per chi vuole avvicinare un passo alla volta, il proprio sogno di bambino.

Bio: Francesco Borrelli

 Francesco è un Mental Coach certificato Acsi – CONI. Oltre alla Laurea in legge presso l’Università degli Studi di Genova, si è formato in PNL attraverso corsi e Master conseguiti nell’ambito di aziende private di cui ha fatto parte. Negli anni ha coltivato la sua passione per lo sport scrivendo per testate giornalistiche liguri, oltre a svolgere il proprio lavoro di consulente d’azienda in ambito bancario. L’attività di Mental Coach lo porta da diverse stagioni ad accompagnare sportivi impegnati a preparare Olimpiadi e Mondiali, oltre a calciatori di tutte le età, agevolandone i rispettivi percorsi e seguendone tutta la trafila giovanile fino all’approdo in prima squadra. Il suo sogno è continuare ad aiutare i giovani calciatori, anche rossoneri, dal suo ufficio a Milanello, di fianco alla “palestra delle leggende”.

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4 risposte

  1. Buongiorno Francesco, anche questo articolo, come il precedente su Puyol, lo trovo estremamente interessante.
    Grazie molte, per lo spunto che riesci (o riesce) a dare.

  2. Ho la sensazione che negli sport individuali, a differenza di quelli di squadra, sia molto più facile individuare il talento al quale chiedere di affrontare un percorso di crescita di alto livello!

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