Dalla ripetizione alla ricorsività.
Il calcio è uno sport di invasione e di abilità aperte. La ripetizione del gesto, in funzione del suo apprendimento, si giustifica negli sport ad abilità chiuse. Negli sport di invasione è dimostrato che la ripetizione confligge enormemente con la loro logica intrinseca.
Chi parla e scrive di calcio continuando a ignorare la sua natura più autentica alimenta pratiche metodologiche superate. Lo sottolineiamo ancora: la ripetizione trova una sua coerenza negli sport chiusi, caratterizzati da contesti stabili e prevedibili, negli sport di invasione, al contrario, essa entra in conflitto con la loro logica intrinseca, fatta di variabilità, adattamento e continua emergenza di situazioni nuove. In questo scenario, non è la ripetizione a rappresentare la via maestra, bensì la ricorsività: un processo dinamico, circolare, in cui percezione, decisione e azione si rigenerano continuamente all’interno del gioco.
Ed è proprio in questa prospettiva che si apre un cambio di paradigma, radicale e necessario. Questo articolo nasce con l’obiettivo di mettere a confronto queste due prospettive, analizzandone i presupposti teorici, le implicazioni pratiche e le ricadute sullo sviluppo del giocatore.
Una riflessione che vuole offrire strumenti operativi per allenatori, formatori e studiosi, chiamati oggi più che mai a scegliere consapevolmente quale strada percorrere.
“Ripetere per migliorare” è un principio radicato, quasi indiscutibile. Eppure, se osserviamo davvero la natura del gioco, emerge una contraddizione evidente. Il calcio non è ripetizione. È variazione continua.
Nel paradigma fenomenologico-enattivo, allenare non significa semplificare il gioco, ma modularne la complessità per renderla accessibile. Questa modulazione avviene lungo due direzioni:
- il contesto (spazi, numero di giocatori, regole, vincoli)
- gli agiti intenzionali (le possibilità d’azione del giocatore)
Fino a configurazioni come il 5 contro 5 o il 4 contro 4 con portieri, il gioco conserva tutte le sue strutture fondamentali: sostegno, ampiezza, profondità, iniziativa individuale.
In questo modo,ogni azione diventa più frequente e la decisione più rilevante. Analogamente, nel 3 contro 3 aumentano i duelli e la velocità decisionale, nel 2 contro 2 emergono relazioni dirette e responsabilità individuale, nell’1 contro 1 si radicalizza l’azione individuale.
Non è una perdita di complessità, ma una sua focalizzazione. Qui, l’analitico cambia natura: passando da esercizio autoreferenziale a intervento situato, si trasforma.
Non è interrompere il gioco, spiegare e far ripetere. Non si estrae il gesto dal contesto, ma si agisce dentro la situazione per orientare l’attenzione, rendere visibili possibilità non colte, affinare tempi e relazioni. L’analisi non è astratta. È sempre incarnata nell’esperienza.
Prima il gioco, poi l’analitico: il senso viene prima della forma Le evidenze neuroscientifiche sono chiare:
quando un intervento analitico avviene dentro il gioco, o subito dopo, si attivano gli stessi circuiti della prestazione. Fuori dal contesto, questo non accade allo stesso modo.
Perché? Perché manca lo scopo.
Nel gioco, ogni azione è carica di significato: percepire, decidere e agire sono inseparabili.
Fuori dal gioco, il gesto si svuota: diventa tecnica senza intenzione, movimento senza senso.
Da qui nasce l’idea dell’allenamento capovolto secondo questo processo: il gioco genera il bisogno, la situazione lo manifesta, l’analitico lo affina.
Perché ? Perché senza esperienza, non c’è significato e senza significato non c’è apprendimento profondo.
Perché ripetere negli sport di invasione è in conflitto con la realtà del gioco? Perché il gioco è dinamico, imprevedibile, relazionale, situato. Non esistono due situazioni identiche. Eppure, nonostante ciò l’allenamento tradizionale continua a insistere su gesti isolati, condizioni stabili, esecuzioni standard.
Il risultato? Automatismi rigidi, scarsa trasferibilità, dipendenza da contesti prevedibili. Si perseguono competenze chiuse…in un sistema aperto.
La ricorsività: il vero cuore dell’apprendimento.
Se la ripetizione è reiterazione dell’identico, la ricorsività è ritornare sul problema nella differenza. Il giocatore non rifà la stessa cosa, ma è sollecitato a riconoscere la familiarità delle configurazioni di gioco, ad adattare le proprie azioni, a rielaborare l’esperienza, adattribuirne significati. In questo modo, viene costantemente immerso in situazioni mutevoli, ma mai completamente sconosciute.
È in questa tensione tra familiarità e novità che nasce l’apprendimento incarnato. Quindi orientarsi verso la ricorsività significa cambiare sguardo: non eliminare la variabilità per facilitare l’esecuzione ma progettare esperienze facilitate significative per stimolare l’adattamento, dove l’allenatore non controlla tutto, ma fa in modo che emergano problemi autentici, decisioni reali, agiti intenzionali.
Questo percorso ricorsivo ha lo scopo di educare un giocatore che non esegue ma che sia invece adattabile, sensibile al contesto, autonomo, intenzionale. La tecnica non scompare, ma cambia origine: non nasce dalla ripetizione, bensì è generata dall’interazione continua con il gioco. Occorre cambiare paradigma, abbandonare la logica della ripetizione non significa affatto rinunciare alla tecnica, significa ridefinirla.
In questo paradigma la tecnica non si perfeziona ripetendo, ma facendola riemergere continuamente in contesti variabili.
In sintesi, la ricorsività non è una semplice alternativa metodologica. È un vero e proprio cambio di paradigma. È oramai assodato che negli sport di invasione non si apprenda replicando il passato, ma abitando continuamente le sue trasformazioni. Ed è lì che accade qualcosa di fondamentale: il gioco smette di essere un contenuto da insegnare, e diventa un’esperienza da vivere. In questo modo, il giocatore diventa, finalmente, protagonista del proprio apprendimento.











7 risposte
Bellissimo articolo. Concetti condivisibili e che andrebbero spiegati a chi si ostina a non capire. A chi continua a parlare senza sapere e senza voglia di comprendere come si è evoluto il calcio in questi anni. C’è chi dice:”ma 20 anni fa noi facevamo…” 20 anni: ere geologiche nel calcio. Una domanda: quando parla di “ricorsività”, immagino si riferisca alla creazione di un contesto specifico, come mezzo allenante; che possa far scaturire comportamenti e dinamiche di gioco sempre nuove oppure intende proprio cercare di far interiorizzare una dinamica specifica mediante quella ricorsività? A me piace definirla esplorazione attraverso esperienze immersive sempre diverse. Che noi dobbiamo supportare; cercando di aiutare i/le ragazzi/e, mediante la creazione di contesti ecologici di gioco, sempre differenti e che consentano ai nostri atleti/e la possibilità di aumentare il proprio bagaglio di conoscenze e, contestualmente, una sempre più ampia comprensione e capacità interpretativa delle varie dinamiche di gioco che si trovano dinanzi. Penso che stiamo dicendo la stessa cosa, usando parole diverse. È solo una mia curiosità. Ancora complimenti ed a presto.
Tutti in linea con l’idea moderna di avere un “giocatore pensante” che sa interpretare le situazioni di gioco diverse che si presentano durante una partita.
Su questo punto caro Salvatore non sono d’accordo.
Il giocatore nel gioco non è solo pensante, oppure scegliente, enagisce ( nel blog troverai un articolo al riguardo). Qui ti dò una risposta sintetica e mi auguro altrettanto significativa.
Il giocatore non prima pensa e poi agisce, ma agisce pensando e pensa agendo, in un unico processo continuo.
È qui che entra il concetto di enazione.Nel modello tradizionale:
percezione → decisione → azione
come se fossero fasi separate e sequenziali.
Nell’approccio enattivo, invece:
percezione, decisione e azione sono inseparabili, emergono insieme.
Il giocatore non elabora una soluzione mentale per poi applicarla, ma, costruisce la soluzione mentre interagisce con il gioco.
Enagire” (da enazione) significa che il giocatore non si limita a reagire al gioco
ma co-costruisce il gioco stesso attraverso la sua azione
Non è dentro una situazione già data, la situazione prende forma anche grazie a lui.
Un esempio concreto
Immagina un centrocampista che riceve palla:
Nel modello “pensante”:
guarda
analizza opzioni
sceglie
esegue un passaggio
Nel modello enattivo:
mentre controlla la palla, orienta il corpo,
nel frattempo osserva i movimenti degli avversari
con un micro-movimento invita una pressione
e in quell’interazione emerge la linea di passaggio
Non ha “deciso prima”:
la decisione nasce dentro l’azione.Il giocatore enagente è accoppiato al contesto
è in relazione continua con compagni,
avversari,
spazio,
tempo,
palla e direzionalità.
Non è un soggetto che “calcola” dall’esterno, ma un sistema in relazione che si trasforma mentre agisce.
Non più intelligenza = scegliere la soluzione migliore.
Ma, intelligenza = saper far emergere soluzioni efficaci dentro la relazione con il gioco
È un’intelligenza:
situata,
corporea,
dinamica,
distribuita.
Affermare “giocatore pensante” implica ancora una separazione.
Dire “giocatore che enagisce” significa riconoscere che il gioco non è qualcosa da risolvere, ma qualcosa che si genera nell’azione stessa del giocatore.
Caro Piergiorgio, ti ringrazio davvero, parole che fanno piacere e che soprattutto aprono confronto, che è la cosa più importante.
Sì, siamo assolutamente sulla stessa linea: cambia il linguaggio, ma il significato è condiviso.
Quando parlo di ricorsività, non mi riferisco alla ripetizione di una dinamica specifica da interiorizzare in modo rigido. Piuttosto, la ricorsività è il principio che sostiene l’immersione continua in esperienze significative, che vengono proposte e riproposte modulandone la complessità.
È proprio questa modulazione che permette di mantenere il legame con la realtà del gioco, di evitare la standardizzazione delle risposte
di favorire l’emergere di comportamenti sempre nuovi, adattivi e situati. In questo senso, la tua definizione di esplorazione attraverso esperienze immersive sempre diverse è perfettamente coerente.
Noi creiamo contesti, li riattraversiamo, li trasformiamo… ma non per fissare soluzioni, bensì per ampliare le possibilità di azione e comprensione dei ragazzi e delle ragazze.
Grazie ancora per il contributo, davvero centrato. A presto!
L’analitico e’ addirittura pernicioso perche’ attiva la plasticita’ in ambito cosciente cognitivo dove le aree corticali operano a circa 10 bit al secondo mentre i flussi informazionali intercettati dai sensi viaggiano a un miliardo di bit al secondo.
Lo scopo dell’allenamento deve essere quello di far interiorizzare infinite gestualita’ attraverso il vissuto di infiniti momenti situazionali, al fine di far conseguire al ragazzo talentuoso – che puo’ contare quindi su una notevole ” sapienza innata ” – l’automaticita’ delle gestualita’.
L’automaticita’ delle gestualita’ attinge dagli ambiti dell’inconscio cognitivo e consente di eliminare la decisione dalla “triade” percezione-decisione-azione.
Il calciatore di elite possiede popolazioni neuronali capaci di trasformare la percezione in azione senza processi cognitivo-coscienti
( indispensabili nella decisione ).
In tutto questo, la genetica la fa da padrona, l’allenamento prima ancora che a formare e migliorare il calciatore ha l’affascinante caratteristica di provare a scoprire l’esistenza nel calciatore di sapienze innate da sublimare.
Purtroppo, qui da noi le metodolgie essendo tutte orientate a insegnare e mai a scoprire realizzano il disastro in cui siamo piombati.
Se parliamo ancora di percezione-decisione-azione in ambiti ( fasi delle gare caratterizzate da altissima intensita’ e densita’ ) in cui al massimo in 200 millesimi di secondo ( e anche meno ) occorre passare dallo stimolo ambientale all’azione motoria, vuol dire che siamo a zero nel modo di concepire la metodologia.
Anche Calafiori lo ha detto con estrema genuinita’, in Premier, durante la settimana si va in palestra per fare quello che si deve fare, poi quando si va in campo si gioca ad altissima intensita’! Punto!
Se si mette a confronto una sessione di allenamento della Premier con una sessione di allenamento di una squadra Italiana se ne esce con sbalordimento. Figurarsi nei settori giovanili.
Ti ringrazio Nicola perché il tuo intervento mette il dito su un punto reale: nei contesti ad alta intensità il tempo per “decidere” semplicemente non c’è.
Ma proprio per questo è necessario fare un passo oltre.
Non è che il giocatore elimina la decisione perché agisce grazie all’inconscio, è che la decisione, nel gioco reale, non è mai esistita come fase separata.
Parlare di percezione-decisione-azione significa descrivere qualcosa che in partita non accade.
In 200 millisecondi non si decide: si enagisce.
Il giocatore di alto livello non trasforma la percezione in azione “senza cognizione”,
ma attraverso una cognizione incarnata, distribuita, situata nel corpo e nella relazione con il contesto.
Non è il cervello che comanda e il corpo che esegue.
È il sistema giocatore-ambiente che, nel suo accoppiamento, fa emergere l’azione.
Qui l’allenamento cambia radicalmente significato.
Non serve “insegnare gesti” né affidarsi a una presunta sapienza innata da scoprire, ma creare contesti ricchi, variabili, autentici, in cui il giocatore costruisce nel tempo la propria sensibilità al gioco.
L’automaticità non è il contrario della cognizione, è cognizione incorporata, sedimentata nell’esperienza.
E anche sulla genetica serve chiarezza:
il talento non è un destino da rivelare, ma una potenzialità che emerge nell’interazione continua tra giocatore e ambiente.
Quando un giocatore come Riccardo Calafiori parla dell’intensità della Premier, non sta dicendo che lì “non si pensa”:
sta mostrando un contesto che costringe il giocatore a essere pienamente dentro il gioco, senza possibilità di separarsi da esso.
Ed è esattamente questo il punto.
Il problema non è che alleniamo troppo la decisione.
È che alleniamo fuori dal gioco.
E fuori dal gioco non si sviluppa né pensiero, né azione, né tantomeno enazione.
Concordo in toto con quanto scritto da Raffaele e Nicola. La storiella del “giocatore pensante” è una barzelletta. Lo è sempre stata. Nel calcio-soprattutto in quello moderno-il tempo per “pensare” a livello conscio, è inesistente. Quello per farlo a livello inconscio e subconscio è limitatissimo. Nel calcio si fa. Non si “pensa”; né si “sceglie”. Si agisce. Ovviamente in ogni gesto ed in ogni azione/interazione/reazione c’è il pregresso ed il vissuto di ogni calciatore. Ci sono le sue percezioni acquisite nel tempo, attraverso le esperienze accumulate e ci sono le sue capacità interpretative; cognitive e predittive. Esiste il famoso esempio che si fa sull’inchiodare quando un gatto attraversa la strada all’improvviso. Nessuno in quel momento “pensa”: “devo frenare, altrimenti lo metto sotto!” Si frena e semmai dopo si realizza tutto l’accaduto; spavento compreso. Dobbiamo cominciare a far comprendere questa cosa. Allo stesso modo, dobbiamo anche sdoganare la giocata fatta da bordocampo o peggio ancora, dal divano davanti alla tv o dalla tribuna. Un conto è ciò che vediamo noi dalla panchina; dal seggiolino o dal divano; un altro è quello che vede il calciatore coinvolto. Dal campo. Con un’altra prospettiva, che è poi quella reale e l’unica che conta. Un allenatore può e deve creare mezzi allenanti ed ambienti favorevoli all’interiorizzazione di comportamenti da seguire. Intenzioni. Individuali e di squadra. Si può abituare la squadra a mettere in campo questi comportamenti, anzi, si deve. Il come lo si vedrà. Ma la giocata è sacra ed è tutta del giocatore.