In un ambiente complesso, dinamico, evolutivo e intrinsecamente incerto come il gioco del calcio, siamo abituati a riconoscere alcune capacità fondamentali del giocatore: adattamento, anticipazione probabilistica, proattività e riorientamento intenzionale delle condotte.
Tuttavia, queste capacità non appartengono esclusivamente al giocatore. Esse si estendono in modo altrettanto decisivo alla figura dell’allenatore.
Nell’approccio fenomenologico-enattivo, infatti, anche l’allenatore è immerso nel gioco. Non è un osservatore esterno che analizza e corregge, ma partecipa attivamente a un processo dinamico di co-costruzione del contesto, in continuo e mutevole accoppiamento con i giocatori e con il gioco stesso.
Se il giocatore manifesta queste capacità attraverso l’azione in campo, l’allenatore le esprime attraverso quattro strumenti operativi fondamentali: gli indicatori, l’emergenza, i criteri e la selezione degli ambienti di apprendimento. Questi strumenti non sono fasi rigide, ma momenti interconnessi di un processo continuo.
L’azione dell’allenatore inizia sempre dalla realtà autentica del gioco. Non parte da esercizi predefiniti o modelli astratti, ma da ciò che il gioco realmente richiede: le relazioni tra compagni, avversari, spazio, tempo e palla. In questo contesto emergono gli indicatori, ovvero quei segnali significativi che orientano la lettura della situazione. Possono essere, ad esempio, i tempi di smarcamento, le distanze tra reparti, la qualità delle transizioni o le modalità di pressione.
In questo primo momento, l’allenatore si ancora alla realtà , esercitando una forte capacità di adattamento e iniziando a sviluppare un’anticipazione probabilistica, riconoscendo pattern ricorrenti e possibili evoluzioni del gioco. Non decide subito cosa fare: si dispone piuttosto all’ascolto.
Dall’osservazione della realtà emergono poi comportamenti, soluzioni, errori e intuizioni. È il momento dell’emergenza. L’allenatore osserva ciò che i giocatori fanno realmente, come interpretano la situazione e quali soluzioni spontanee prendono forma. Non ricerca la perfezione tecnica, ma il senso dell’azione nel contesto.
In questa fase, coglie opportunità educative e intravede sviluppi possibili. È un momento delicato, perché richiede la capacità di non intervenire immediatamente, lasciando spazio al gioco affinché si esprima.
Solo successivamente entra in gioco il momento riflessivo, quello dei criteri. I criteri non sono regole imposte a priori, ma chiavi di lettura costruite a partire da ciò che è emerso.L’allenatore si interroga: quella scelta ha avuto senso? Ha favorito o limitato il gioco? Quali alternative erano possibili?
Attraverso queste domande, aiuta i giocatori a dare significato alle loro azioni, riorientando le condotte in modo intenzionale. Il criterio non è una correzione, ma una ri-significazione dell’esperienza vissuta.
A questo punto, l’allenatore agisce in modo trasformativo attraverso la selezione degli ambienti di apprendimento. Non propone esercizi isolati, ma crea situazioni che amplificano o vincolano determinati aspetti del gioco: riduce gli spazi per aumentare la velocità decisionale, modifica il numero di giocatori, introduce semplici vincoli per stimolare nuove soluzioni.
L’obiettivo non è far eseguire, ma far emergere. L’ambiente diventa così il vero dispositivo didattico.
Questo processo non è lineare, ma profondamente circolare. Dopo ogni intervento emergono nuove condotte, nuove dinamiche e nuovi criteri. Il ciclo si rinnova continuamente: osservazione, interpretazione, azione e trasformazione.
Nel calcio dei bambini, tutto questo assume un significato ancora più profondo. Qui l’allenatore diventa un “giocologo”: una figura che guida senza imporre e orienta senza sostituirsi. Non prepara esercizi, ma prepara sguardi. Si chiede cosa vuole osservare nel gioco: se i bambini cercano la palla, se collaborano, se reagiscono alla perdita del possesso, se iniziano a percepire lo spazio.
Osserva senza intervenire subito, accogliendo ciò che emerge: caos, intuizioni, tentativi, prime forme di collaborazione. Quando interviene, non lo fa per dire cosa fare, ma per stimolare riflessione, attraverso domande che aprono possibilità .
Se qualcosa non emerge, non lo spiega: modifica il contesto. Cambia il campo, il numero dei giocatori, le regole. In questo modo orienta il gioco senza controllarlo.
Il bambino, così, non esegue, ma si adatta. Non copia, ma scopre. In questo processo continuo, si sviluppano contemporaneamente le capacità del bambino e quelle dell’allenatore. Quest’ultimo non è più un correttore o un dimostratore, ma un osservatore sensibile, un creatore di contesti e un facilitatore di significati.
Nel calcio dei bambini, non si insegna il gioco: si crea il contesto affinché il gioco emerga.
L’allenatore non trasmette soluzioni, ma aiuta i bambini a costruirle, viverle e trasformarle.
Perché è proprio qui che nasce tutto: comprendere il gioco… giocando.
RAFFAELE DI PASQUALE IN COLLABORAZIONE CON FRANCESCO QUARANTA


BIO: Francesco Quaranta, classe 1980 laureato in Scienze Motorie presso Università di Torvergata, licenza Uefa B, attualmente è allenatore in un settore giovanile professionistico. Appassionato di metodologia e attento osservatore dell’evoluzione del gioco del calcio e dei giocatori. La sua visione umanista del mondo lo rendono un libero pensatore.











3 risposte
Ho scoperto la fenomenologia-enattiva grazie a questo sito.
Mi ritrovo molto nell’articolo, e, riguardo la gestione di una prima squadra, faccio ancora fatica ad adattare le esercitazioni per sviluppare i criteri adatti al mio contesto.
Inoltre ho creato una scheda di valutazione dei giocatori per trovare giocatori disposti a questa metodologia.
Grazie
Grazie Simone del tuo commento. Quello che stai vivendo è un passaggio molto significativo, perché indica che non ti stai limitando a “prendere idee”, ma stai cercando di trasformare il tuo modo di allenare.
La difficoltà che senti nell’adattare le proposte alla prima squadra è comprensibile. Il punto chiave è questo:
nell’approccio fenomenologico-enattivo non si tratta di adattare esercizi a un modello, ma di far emergere il gioco dal tuo contesto specifico.Più che chiederti:
“Quale esercitazione faccio?”
prova a chiederti:
“Quali problemi emergono davvero nelle partite della mia squadra?”
Allenare, in questa prospettiva, significa mettere i giocatori dentro configurazioni di gioco reali che ripropongono quei problemi, non costruire esercizi ideali.Quando dici che fai fatica a sviluppare i “criteri”, probabilmente stai cercando di trasmetterli in modo diretto.
Nel paradigma enattivo, invece:
il criterio non è spiegato,
ma vissuto, percepito e stabilizzato nell’esperienza.
Quindi chiediti: “Questa situazione obbliga davvero i giocatori a percepire quel criterio?”
Se la risposta è sì, sei sulla strada giusta, anche se l’esercizio è “imperfetto”. Con i grandi, più che con i giovani:
le esperienze pregresse sono forti
le abitudini sono consolidate
le resistenze sono naturali
Per questo:
semplifica meno
manipola poco
mantieni alta l’autenticità del gioco
Anche piccole modifiche (spazi, vincoli, punteggi) possono essere più efficaci di esercizi completamente costruiti. Il fatto che tu abbia creato una scheda per individuare giocatori adatti è molto interessante.
Ma fai attenzione a questo passaggio:
non cercare “giocatori adatti al metodo”
cerca giocatori disponibili a mettersi in relazione con il gioco
Più che valutare:
esecuzione tecnica ideale
prova a osservare:
apertura all’esperienza
capacità di adattamento
sensibilità al contesto
disponibilità a “stare dentro” situazioni incerte
In altre parole:
non chi “sa già”, ma chi è disposto a trasformarsi. Accetta la soggettività (anche la tua)
Questo è forse il punto più importante.
L’approccio fenomenologico-enattivo non è un metodo replicabile
non è una progressione standard
non è un insieme di esercizi “giusti”
È una relazione tra te, i giocatori e il contesto.
Quindi:
quello che costruirai tu sarà diverso da chiunque altro
e va bene così
Anzi, è proprio questo il segno che stai lavorando in modo autentico. Se vuoi un riferimento semplice per orientarti, usa questo:
“Questa proposta aumenta la qualità della relazione tra giocatore e gioco?”
Se sì:
anche se è imperfetta → tienila
Se no:
anche se è “bella” → lasciala.
Un caro saluto
Raffaele, grazie dei suggerimenti.
La scheda valutazione dei giocatori è fatta per capire non tanto chi si adatta, ma chi è disposto a modificare il proprio modo di giocare. Meglio ancora è specificatamente una valutazione per fare emergere i limiti del giocatore.
Vorrei condividerla con te, come posso inviartela?