SARAJEVO 1996: LA PARTITA DELLA VITA TRA LE MACERIE ED IL TRAMONTO DI UN CICLO AZZURRO

Anche nel mondo del Calcio ci sono “esultanze” ed  “esultanze”, come in ogni situazione dipende sempre dal contesto. Quando al 10′ minuto Enrico Chiesa segnò il gol del momentaneo 1-1, nella gara amichevole disputata a Sarajevo il 6 Novembre del 1996,  gli Azzurri esultarono con molto calore. I vertici della Federazione bosniaca dichiararono nel post-partita che vedere l’Italia esultare per un gol contro di loro era il più grande complimento ricevuto. Significava che l’Italia li stava trattando come avversari veri, come una Nazionale reale, e non come una squadra di “poveri rifugiati” a cui concedere un pareggio per carità.

Ben diverso è stata la reazione per l’esultanza azzurra, ripresa dalle telecamere RAI, dopo la vittoria bosniaca contro il Galles. Pochi giorni fa è circolato un video sui social che ritraeva alcuni giocatori azzurri (tra cui Federico Dimarco, Pio Esposito e Guglielmo Vicario) mentre esultavano alla notizia della vittoria della Bosnia contro il Galles ai rigori. In Bosnia il video è stato interpretato come una mancanza di rispetto, come se gli Azzurri considerassero la Bosnia un avversario più facile rispetto al Galles. Proprio per spegnere ogni polemica e prevenire atteggiamenti antisportivi, da parte dei tifosi bosniaci, nei confronti degli Azzurri, è intervenuta la Federcalcio bosniaca. La FSBiH ha, infatti,  ricordato a tutti che “il Canto degli Italiani” va sempre applaudito e che l’Italia, a prescindere dalle situazioni, merita il massimo rispetto perché “gli italiani e gli Azzurri hanno dimostrato la massima vicinanza nel momento più buio del popolo bosniaco”, ovvero quella della lunga Guerra civile degli anni Novanta. Nella fattispecie la FIGC fu l’unica federazione che accettò l’invito della neonata Federazione di Sarajevo, proprio per disputare la sopracitata gara del 6 Novembre del 1996 .

Ci sono partite che sfuggono alle logiche delle classifiche e dei trofei per entrare di diritto nella Storia diplomatica e sociale di un popolo. Quel giorno, il 6 novembre 1996, il calcio internazionale visse una delle sue giornate più surreali e umane della sua Storia recente. Non era una finale di Coppa del Mondo, né una sfida per il primato nel ranking FIFA: era soltanto un’amichevole tra la Bosnia-Erzegovina e l’Italia. Ma per la città e i cittadini di Sarajevo quella gara rappresentava il primo rintocco di una campana che annunciava il ritorno alla civiltà dopo 1.425 giorni di assedio, il più lungo incubo della Storia umana del XX secolo. Quell’incontro rappresenta il paradigma di come il pallone possa essere il primo vagito di normalità dopo l’orrore più cupo.

Nel novembre del 1996, l’assedio di Sarajevo si era concluso ufficialmente da meno di un anno. La città era un cimitero a cielo aperto: i parchi pubblici erano diventati distese di lapidi bianche, i palazzi del centro erano scheletri anneriti dal fuoco e i “viali dei cecchini” facevano ancora paura solo a guardarli. In questo scenario, la Federcalcio bosniaca, guidata dal presidente Jusuf Pušina, cercava un riconoscimento internazionale. L’invito rivolto all’Italia non era casuale: l’Italia era la nazione dei vice-campioni del mondo in carica e il calcio italiano era, all’epoca, il centro del pianeta. Accettando l’invito, Arrigo Sacchi e la FIGC non firmarono solo per un’amichevole, ma per una missione di pace.

Il clima che accolse la Nazionale italiana fu surreale: la delegazione azzurra atterrò in un aeroporto presidiato dai blindati dell’IFOR (la forza multinazionale della NATO). Durante il tragitto verso l’hotel, i calciatori rimasero incollati ai finestrini del pullman, immersi in un silenzio irreale. Paolo Maldini e Dino Baggio ricordano ancora oggi lo sguardo perso nel vuoto dei calciatori mentre il pullman attraversava la Sniper Alley (il viale dei cecchini). I palazzi erano un enorme  “formaggio svizzero” bucato dalle granate, e ogni spazio verde rimasto era stato convertito in un cimitero d’emergenza. L’Italia non era lì per vincere, ma per testimoniare che la Bosnia esisteva ancora. La gara si sarebbe disputata nello stadio Koševo (oggi Stadio Asim Ferhatović Hase), uno dei simboli di questa metamorfosi. Costruito per le Olimpiadi Invernali del 1984, durante la guerra era stato utilizzato come obitorio improvvisato e deposito di munizioni. Del gioiello messo in mostra alle Olimpiadi di 12 anni prima era rimasto ben poco: le tribune erano sventrate e l’erba del campo era cresciuta in modo irregolare su un terreno che aveva ospitato di tutto, tranne che sport. Il maxischermo dello stadio era perforato dalle pallottole, così fu coperto da uno striscione che recitava “Grazie Azzurri”. Quel pomeriggio di novembre, 40.000 persone riempirono gli spalti pericolanti. Non c’erano vetri alle finestre delle tribune stampa, il freddo era pungente, ma l’entusiasmo era elettrico. Per la Bosnia, quella partita era l’atto di nascita ufficiale della propria identità sportiva davanti al mondo.

Alla vigilia il CT azzurro Arrigo Sacchi spiega: “Vogliamo dare serenità a questa gente. Giocare a Sarajevo dopo quattro anni significa che si sta tornando alla normalità”. La Nazionale saluta il corposo contingente di connazionali e soprattutto fa visita all’ospedale psichiatrico della città portando doni,ai piccoli ricoverati, simbolici, ovvero sorrisi e un briciolo di conforto, e materiali, pennarelli, quaderni, matite, generi alimentari. Oltre a ciò gli Azzurri portano con sé palloni e divise per giocatori e arbitri, oltre a completi firmati di Pignatelli per la selezione balcanica.

Sotto il profilo tecnico, l’Italia di Sacchi stava attraversando un momento di crisi profonda dopo l’eliminazione ai gironi di Euro ’96,  Il CT scelse di sperimentare, lanciando titolare Francesco Toldo e schierando una difesa con Carnasciali, Ferrara e Padalino.

Per la Bosnia il ct Muzurović si è trovato a mettere assieme una squadra con giocatori poco esperti e quasi sconosciuti. Diversi giocatori, specie tra i più giovani della rosa, sono tutti scappati all’estero allo scoppio del conflitto, rifugiandosi principalmente in Germania. Il terzino destro Sead Kapetanović si è accasato al  Wolfsburg,  l’ala Hasan Salihamidžić, il giocatore più promettente della Bosnia, ha lasciato Sarajevo con la famiglia quando aveva solo 15 anni, e adesso gioca all’Amburgo. Mehmed Baždarević, brillante regista con una lunga carriera in Francia, ha ormai 36 anni ed è sulla via del ritiro; Mehmed Kodro, punta del Tenerife con un passato in Real Sociedad e Barcellona, è il giocatore più quotato, ma il club spagnolo non lo ha liberato per questa amichevole. La stella della Bosnia è allora la punta Elvir Bolić, la cui carriera è stata profondamente segnata dalla guerra: a 20 anni aveva lasciato lo Čelik Zenica per trasferirsi alla Stella Rossa di Belgrado, con la prospettiva di diventare uno dei calciatori più forti della Jugoslavia, ma dopo poche partite la situazione politica lo aveva costretto a fuggire in Turchia uscendo lentamente dal grande giro del calcio europeo.

Vista l’impossibilità di usufruire dell’impianto di illuminazione, la Federazione bosniaca chiede ed ottiene di disputare la gara alle 13.30, la diretta RAI viene aperta dalla storica voce di Bruno Pizzul con un messaggio “E’ quasi inutile sottolineare i significati di questa partita che vanno ben al di là dell’episodio calcistico e sportivo”.

La gara si fa subito effervescente: dopo 5 minuti di gioco, la 22enne punta del Bursaspor Elvir Baljić scocca il tiro, Toldo respinge, ma Salihamidžić corregge in gol, confermandosi il nuovo idolo del calcio locale. Il futuro esterno del Bayern Monaco e della Juventus è uno dei simboli della selezione balcanica, essendo uno dei profughi della Diaspora bosniaci. All’epoca però il suo nome è ancora ignoto ai più, tant’è che Pizzul palesa delle evidenti difficoltà nel pronunciarne il cognome (ripete più volte “Salih -Amizic” dividendo in due parti del cognome). Bastano pochi minuti all’Italia per pareggiare con Chiesa, che mette in rete un passaggio di Zola mancato dal difensore Muhamed Konjić. Appena prima dell’intervallo, però, è Bolić a riportare avanti la squadra di casa, trovandosi solo davanti a Toldo e dribblandolo con eleganza.

I successivi 45 minuti vedono uno sterile dominio dell’Italia, che non riesce a cambiare il risultato, nonostante gli ingressi di Ravanelli, Simone e Zola, l’Italia non riuscì a scalfire il muro bosniaco. Al fischio finale, l’invasione di campo fu pacifica e commovente: per i bosniaci, aver battuto l’Italia significava esistere di nuovo agli occhi del Mondo. Il fischio finale scatenò una festa che Sarajevo non vedeva da anni, i giocatori bosniaci piangevano mentre il pubblico invocava i nomi degli Azzurri in segno di gratitudine per essere venuti fin lì.Tuttavia, per il calcio italiano, Sarajevo fu l’inizio della fine di un’epoca. La stampa nazionale fu impietosa: perdere contro una nazionale “formata da profughi e reduci”, come scrissero alcuni giornali con la consueta durezza che accompagnò il Sacchi azzurro, fu considerato inaccettabile.Pochi giorni dopo aprirono la strada alle dimissioni di Sacchi, il tecnico di Fusignano farà subito ritorno al suo Milan per sostituire Óscar Washington Tabárez, mentre in azzurro approderà Cesare Maldini.

Oggi, quella partita viene ricordata dalle parti di Sarajevo come il “punto zero” del calcio bosniaco, la notte in cui campioni come Baljić, Bolić e Salihamidžić dimostrarono che la Bosnia poteva competere con i giganti. Per l’Italia, resta il ricordo di una trasferta che insegnò ai calciatori il valore della libertà. Come disse il presidente del CONI Mario Pescante: “Siamo venuti qui per aiutare un Paese in difficoltà. Ci siamo riusciti: missione compiuta,  fino in fondo”. Sarajevo non dimenticò mai quel gesto di fratellanza degli Azzurri, che accettarono di giocare dove altri avevano paura anche solo di atterrare.

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BIO: Stefano Terranova, nato a Policoro (Mt) 37 anni, insegnante di Storia e Storia dell’Arte. Seguo il calcio per passione, convinto che dietro un pallone che rotola c’è sempre una storia interessante da raccontare, dietro un gesto tecnico un pò si sprezzatura da ammirare. 

Una risposta

  1. Una quindicina di anni fa sono stato a Sarajevo per lavoro: un’esperienza che mi toccato profondamente per ciò che ho visto, ciò che mi è stato raccontato e per come sono stato accolto.
    Una iniezione di umanità che mi porto dietro da allora, un’esperienza, anche breve, che suggerisco di fare, potendo, a tutte le persone che non hanno una memoria precisa di quanto sia accaduto laggiù.
    Mi ha fatto molto piacere leggere il racconto di Stefano perché non ricordavo quella partita e tutto quello che di positivo ha generato. Meglio così, rende meno pesante la mia tristezza legata a quello che altri italiani hanno fatto negli anni precedenti e su cui sta indagando la magistratura.
    Credo che stasera sarà un altro bel momento di Sport…

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