“SI FA COSÌ PERCHÈ SI È SEMPRE FATTO COSÌ”

Vorrei fare una breve riflessione riguardo ad una delle affermazioni rilasciate alla rivista “Il Nuovo Calcio” da parte del presidente del Settore Tecnico della FIGC Mario Beretta:

“Il bambino e il ragazzo devono essere i protagonisti di tutto, devono avere qualità proprie che successivamente metteranno al servizio della squadra. L’allenamento individuale può veramente essere una strada da percorrere per crescere. Guarda gli altri sport, quante sedute di tiro fanno i cestisti?”

Niente di nuovo, purtroppo, se non constatare come ci sia ancora una visione riduzionista e legata ad un’idea di apprendimento lineare anche da parte di chi occupa posizioni di vertice e dovrebbe guardare verso nuovi orizzonti, nuove interpretazioni del percorso formativo per gli allenatori e le allenatrici e, di conseguenza, dei giovani calciatori e delle giovani calciatrici. 

Il focus, in ogni caso, deve restare sull’oggetto e sul messaggio che ne scaturisce.

Senza voler tediare il lettore che, volendo, potrà trovare in questo blog, nella categoria “METODOLOGIA” diversi contributi relativi agli approcci metodologici che prendono spunto da ricerche, studi ed esperienze che risalgono ormai a decenni orsono, propongo, di seguito, alcune brevi considerazioni: 

  • la tecnica per essere funzionale ed efficace si apprende nella realtà del gioco, e non è, come si evince dalle dichiarazioni del presidente, un’abilità che si apprende fuori dal contesto del gioco per poi trasferirla al suo interno.
  • C’è poi tutto un tema pedagogico a cui si deve fare riferimento. Oltre che una responsabilità metodologica gli allenatori hanno una responsabilità sociale. Devono riportare il calcio alla sua essenza più pura, alla portata di tutti e per tutti, allontanandoci dall’eccessivo egocentrismo, per altro già presente nei bambini per loro natura. L’allenamento del singolo così come proposto stressa l’individualismo e alimenta solo aspetti nichilisti.
  • Ridurre il calcio all’individualismo è un messaggio sbagliato. Il giocatore si realizza nel collettivo, attraverso la collaborazione e l’interazione con i compagni ma anche attraverso l’opposizione degli avversari che ne condizionano i comportamenti e di conseguenza le sequenze motorie che determinano il gesto tecnico da utilizzare per risolvere le situazioni di gioco che, va da sè, non è mai identico al precedente nè al successivo.
  • Isolare il gesto tecnico è un errore metodologico. L’unica valenza positiva che può avere un lavoro individuale risiede nella possibilità di accrescere, dal punto di vista emotivo, l’autostima nel giovane calciatore o nella giovane calciatrice che lo/la farà sentire più pronto/a nell’affrontare la complessità del gioco. In tal senso, però, sono sufficienti alcuni minuti e non intere sedute.

Se non usciamo da questi equivoci metodologici non riusciremo a cambiare l’approccio alla formazione e a comprendere davvero cosa sia necessario fare per mettere un giocatore o una giocatrice nelle condizioni di apprendere.

Fatico a capire la distanza che si mantiene rispetto alle teorie pedagogiche più recenti sull’apprendimento motorio specifico del calcio. A meno che tutto non sia funzionale alla prossima apertura di corsi che magari verranno definiti IDP (Individual Development Player), volti ad abilitare i cosiddetti “maestri della tecnica” ufficializzando una prassi che ci riporta al bisogno di restare nella comfort zone, a quel “si fa così perché si è sempre fatto così”, tanto caro al mondo del calcio.

Cosa ne pensate?

14 risposte

  1. A mio giudizio, dai primi calci/piccoli amici fino ai pulcini andrebbe sviluppata la tecnica suddividendo la seduta di allenamento in una prima fase di gioco tipo Funiño. A seguire la fase di ball mastery (conduzione palla e finte) utilizzando la metodologia Coerver per poi mettere in pratica con il duello 1v1 (inserendo sempre la transizione). Alla fine della seduta, partita (partite libere) a seconda del numero di giocatori (3-5-7) permessi dalla categoria.
    A mio giudizio, si riesce a costruire qualcosa anche nelle società dilettantistiche

      1. BAMBINO PROTAGONISTA E L’ALLENAMENTO INDIVIDUALE
        Intanto, di quale protagonismo stiamo parlando?
        Esistono due visioni:
        una individualistica, che sviluppa il talento attraverso esercitazioni tecniche isolate e l’1 contro 1 come fine;
        una sistemica, che vede il giovane immerso nella complessità del gioco, dove la tecnica è strumento di decisioni situate. Circa l’allenamento individuale, oltre allo scopo emotivo-affettivo, può essere una risorsa solo se integra il gioco e ne rispetta il contesto; diventa riduttivo quando isola il gesto dal sistema relazionale in cui nasce e trova senso.
        Il calcio è complesso, dinamico, situato: ridurlo a duelli o ripetizioni tecniche significa semplificarne la natura.
        La vera sfida non è scegliere tra tecnica e gioco, ma integrarli in una visione coerente.
        La complessità del gioco prima o poi chiede il conto.

      2. A poco più di un km dalla mia abitazione trova sede il bel l’impianto calcistico con annessa scuola di Calcio Spes Montesacro rilevato e condotto già da alcuni anni da Alberto Aquilani, tra l’altro ns ex giocatore. Spesso mi reco a vedere gli allenamenti ed i vari istruttori a partire dai bambini di 6/7 anni fino ai ragazzi di 14/15 anni. Amo da sempre il calcio pur non essendo mai riuscito a giocar bene al pallone, riuscivo molto meglio nel tennis, pur tuttavia riesco, a furia di vedere tecniche di allenamento e partite, a cominciare a capire qualcosa in questa variopinta “Complessità del calcio” ovverosia che da un lato resta pur valido l’insegnamento e l’arte maieutica espressa dai vari preparatori ai futuri calciatori ma dall’altro appoggio in pieno l’assioma, almeno dal mio personale punto di vista, espresso in una semplice locuzione riportata da nostro Filippo….”devono riportare il calcio alla sua essenza più pura, alla portata di tutti e per tutti, allontanandoci dall’eccessivo egocentrismo…”

        Buona giornata.
        Massimo 48

  2. Ottima riflessione, il dibattito va alimentato e occorre ribattere colpo su colpo.
    Due rilievi:
    1) la federazione è alle corde completamente, perchè dà un colpo al cerchio ed uno alla botte, creando app e facendo manifesti in onore al funzionale e poi accogliendo oratori e rilasciando dichiarazioni nostalgiche di un ritorno all’analitico;
    2) io non sono favorevole al pensionamento dell’analitico, in certe circostanze serve e in quelle lo utilizzo, però attenzione perchè è un errore dire che “si è sempre fatto così”, altrimenti giocatori come Te non ci sarebbero mai stati. Il punto è che NON SI E’ MAI FATTO COSI’. L’analitico puro non è mai esistito (nel calcio, del resto non parlo): ai tempi in cui nelle scuole calcio ti facevano fare tutto il giorno muro, carrucola e coni, si giocava tutto il giorno in cortile e in piazza e quindi c’era anche il situazionale e l’allenatore poteva permettersi di farti palleggiare tutto il giorno. Oggi il monte ore è piccolissimo e bisogna fare il situazionale perchè la piazza è sparita. Quindi: il calcio si è appreso sempre nello stesso modo.

  3. Sinceramente faccio fatica a capire il perchè la FIGC si è arroccata nel mantenere una visione del Calcio Giovanile ormai superato ,visto l’evoluzione Neuroscientifica , la quale mette in evidenza l’apprendimento del Cervello mentre agisce nella Complessità. Molti studi ci dicono che il bambino-giocatore apprende la Tattica-Tecnica Calcistica e migliora la Coordinazione Specifica, se è immerso in un Sistema complessivo di gioco. IL Bimbo impara a Giocare e Giocando si diverte, mentre si annoia se lo si mette a ripetere per molti minuti esercizi con e senza palla. Affermare che “Si fa così perchè si è sempre fatto così” è sinonimo di Involuzione . L’Evoluzione è nella Natura della Vita……..e nel Calcio chi non si Evolve soccombe.

  4. Caro Filippo
    Oramai sembra una guerra tra il bene e il male , un’inutile disputa dialettica che non porta a nulla di costruttivo. Mai l’affermazione del grande Carlo Mazzone “La tecnica è il pane dei ricchi , la tattica è il pane dei poveri” fu più profetica. Ho la sensazione che oggi si stia facendo gara a chi ha la vertità assoluta in tasca.
    La tecnica è importante –e chi dice di no– per poter perseguire ed arricchire il bagaglio delle soluzioni tra le quali scegliere, ma deve, a mio avviso, essere contestualizzata, finalizzata ad uno scopo; ricordiamo infatti che il gioco del calcio è uno sport “open skills”, con situazioni sempre diverse tra loro. Johan Cruyff affermava che la Tecnica è passare la palla con un tocco, con la velocità giusta, sul piede giusto del tuo compagno.
    C’è necessità, quindi , di mettere in moto un processo di educazione al senso del gioco.
    Educare al gioco significa portare il giocatore, fin dai primissimi istanti della seduta, a viverne la sua complessità (più o meno elevata), rinunciando molto difficilmente ad elementi quali: palla, avversari e direzionalità . Lo scopo è quello di formare un giocatore consapevole, piuttosto che pensante; la differenza potrebbe sembrare una sottigliezza, ma personalmente parto dalla convinzione che qualsiasi calciatore sia in grado di pensare, la differenza la faranno però il cosa e il come.
    E poi usciamo una volta per tutte dall’equivoco culturale dove molte persone confondono il significato della parola “Tattica” con quello di “Strategia”. Tattica tattica vuol dire capacità di scegliere, nel minor tempo possibile, la soluzione migliore in quel preciso istante. L’obbiettivo dell’istruttore e dell’allenamento deve essere quello di mettere il giocatore al centro del progetto e nella condizione di prendere continuamente e in autonomia delle scelte con la consapevolezza di poter commettere degli errori.

  5. Che si impari a giocare a calcio giocando ormai credo sia indiscutibile come presupposto metodologico. Per quanto mi riguarda è un discorso di percentuali tra analitico e globale, 20 e 80% per dare un riferimento. La metodologia Coerver, che non è solo ball mastery come vedo scritto troppe volte, è dal mio punto di vista l’approccio corretto. Diamoci un obiettivo tecnico e tattico da perseguire nella seduta e creiamo una progressione di allenamento coerente, per tattico intendo l’apprendimento di una competenza non tattica collettiva. Bisogna creare nel scuole calcio giocatori che siano pronti individualmente, con tecnica, coraggio e creatività, basta con questi possessi a 7/8 anni dove il ragazzo vuole solo tirare, fare gol e dribblare.

  6. Nella frase riportata del Presidente si parla di “allenamento individuale”, locuzione talmente vaga che può abbracciare diverse definizioni.

    Se si intende l’abituare il ragazzo a giocare, allora non c’è discussione, non si va da nessuna parte. Se, invece, il significato è molto ristretto “miglioramento dell’abilità individuale a trattare il pallone”, bene allora uno spazio in tal senso va trovato.

    Io ricordo che d’istinto a nove anni tendevo a calciare di punta.

    Un musicista, per suonare uno strumento, deve prima imparare la tecnica musicale e poi le caratteristiche dello strumento, a questo punto è pronto per suonare con gli altri e divertirsi o essere professionista.

    Perciò il problema è che prima ci si accorda sulle definizioni e poi si ragiona.

    Poi, in questo che segue, mi trovi fedelmente allineato alla tua logica: ci si diverte quando si gioca; si impara il calcio giocandolo e si migliora giocandolo.

    Infine, la frase “si è sempre fatto così” è assurda, se come ragionamento è detta da un’alta carica tecnica o politica (ovviamente sportiva). Infatti, estremizzando, se devo andare da Bari a Milano, ci vado a cavallo o in carrozza trainata da cavalli, perchè prima si faceva così; ignorando che nel frattempo sono state inventate automobili, treni ed aerei.

    1. Ciao Giuseppe Mario Alfredo, la frase “si fa così perchè si è sempre fatto così” non è del Presidente del Settore Tecnico ma è la sintesi di un pensiero che tende a restare nel conosciuto, nella comfort zone.

  7. Buongiorno a tutti, i risultati della nostra Nazionale sono soltanto da guardare: dicono tutto.
    7a1 con la Norvegia, soltanto perché, nel primo tempo, hanno voluto che il pubblico non andasse via, altrimenti saremmo stati sommersi in modo “ancor più storico”.
    Non sto a discutere del ruolo di Mario Beretta, anche perché la crisi del nostro calcio è in corso da parecchi anni ed anche qui lo dicono i risultati: infatti, sono 20 anni che non siamo più protagonisti.
    Lasciamo da parte l’europeo vinto, un pochino per la grinta e molto per la fortuna: diversamente, ci saremmo qualificati per i mondiali, cosa che invece non è avvenuta.
    Io non ho le competenze per dire se sia meglio imparare la tecnica in modo individuale oppure attraverso dei gesti collettivi (scusate se mi esprimo male).
    Quello che posso dire e, che ha già detto qualcuno precedentemente, è che una volta si imparava molto nei cortili e nelle strade, cosa che è capitata anche a me.
    A Milano, negli anni ’70 giocavamo a pallone (non a calcio) in strada ed a volte sul marciapiede: questo mi ha (ci ha) permesso di diventare dei “brasiliani” forse anche “veneziani”; l’allenatore della squadra di calcio, aveva poco da insegnare sulla tecnica ed aveva da lavorare più che altro sul collettivo.
    Questa è la mia esperienza.
    Sino ad alcuni anni fa, personalmente, ero in grado di fare tanti palleggi e da bambino ho imparato a tirare da solo col sinistro, grazie ad un calcio d’angolo di Gianni Rivera.
    Oggi, troppo spesso ci si trova con ragazzi che partono troppo indietro e, a 15/16 anni non sono capaci di palleggiare o usare il piede “debole”.
    Per cui, è difficile impostare un allenamento di un certo tipo.
    Parlo di palleggio( e non semplici palleggi, ma palleggi anche con ostacoli e variazioni) e piede debole, perché a mio avviso, sono la prima cosa da curare per la tecnica; poi, certamente, è giusto andare oltre.
    Ripeto, non sono esperto in materia, mi limito soltanto a segnalare la mia poca conoscenza e ciò che vedo.
    Grazie.

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