10, NON PIÙ – 4 –

Jari Litmanen, fantasista ed ago della bilancia del sublime, nonché giovanissimo, Ajax di fine Novecento, è stato uno dei talenti più puri e raffinati dell’intera storia del calcio europeo.

Squisitamente tecnico, intuitivamente tattico (innato dominio concettuale della zona da occupare) fu eminentemente noto per la sua capacità di anticipare le giocate, muovendosi nei perimetri cruciali del terreno di gioco ed appropriandosi, con letture logistiche che anticipavano i movimenti degli avversari, di quegli spazi vitali per tramutare una costruzione manovrata in un’azione pericolosa: una dote che lo rendeva un trequartista estremamente efficace, notevolmente propenso ad innalzare la percentuale realizzativa della compagine d’appartenenza.

Il miglior giocatore finlandese di ogni epoca ha deliziato gli stadi del Vecchio Continente nell’ultimo decennio dello scorso millennio: con i “lancieri” di Amsterdam ha conquistato in quel di Vienna, ai danni del Milan, la Coppa dei Campioni nella stagione 1994-95 e addirittura sfiorato nuovamente il successo l’anno seguente (divenendo notabilmente capocannoniere dell’edizione con nove centri), allorquando un suo gol, quello del momentaneo pareggio, servì soltanto a trascinare la sfida contro la Juventus di Marcello Lippi ai calci di rigore, con i tiri dagli undici metri che premiarono la compagine bianconera.

Con il club olandese vinse quattro campionati, tre coppe nazionali e quattro supercoppe, oltre alla Supercoppa Europea e alla Coppa Intercontinentale (rispettivamente contro Saragozza e Gremio), corollario del successo in Champions League.

All’età di ventotto anni si ricongiunse a Van Gaal in quel di Barcellona, ma l’esperienza blaugrana, al pari di quella successiva con la maglia del Liverpool, non riservò al fuoriclasse scandinavo quella gloria preliminarmente accostabile ad entrambe le avventure: nonostante i trionfi in Coppa UEFA, Supercoppa Europea, FA Cup, Coppa di Lega e Supercoppa d’Inghilterra con i “Reds”, le esperienze in terra di Spagna e di Britannia furono costellate da diversi infortuni che ne limitarono il sublime apporto.

Miglior marcatore della storia dell’Ajax nelle competizioni internazionali, Litmanen ebbe altresì la gratificazione di classificarsi al terzo posto nella graduatoria del pallone d’oro del 1995.

Se poco fortunata fu per lui la parentesi nel Regno Unito, non altrettanto, anzi decisamente agli antipodi, fu l’esperienza in Inghilterra di Gianfranco Zola.

Il fantasista sardo è stato indubitabilmente una delle espressioni tecnicamente più deliziose del calcio italiano e continentale: designato erede di Maradona (allorquando il “Pibe de oro” fu costretto ad abbandonare il trono napoletano per le tristi e note vicende risalenti al 1991), dopo aver già contribuito alla vittoria del titolo l’anno precedente (l’unico scudetto della sua carriera, il Napoli lo prelevò dalla Torres in serie C1), Zola diede prova della propria bravura, del proprio estro e della propria indiscutibile classe.

Depositario di un controllo di palla eccezionale, di un dribbling particolarmente ricercato nello stretto ( il baricentro basso gli conferiva grande equilibrio, agilità e rapidità nel cambio di  direzione) e di una grande visione di gioco, era in grado di calciare con precisione con entrambi i piedi.

Distintosi quale elemento decisivo, in una condizione sportiva ed economica partenopea dissestata rispetto ai fasti delle stagioni immediatamente precedenti, Gianfranco venne acquistato dall’ambizioso Parma di Tanzi, volenteroso di scrivere la storia in ambito nazionale ed europeo.

Con la maglia gialloblù vinse una Supercoppa Europea (contro il Milan, che sostituiva il Marsiglia campione d’Europa) ed una Coppa UEFA (contro la Juventus vincitrice dello scudetto e della Coppa Italia proprio ai danni dei ducali, in un duello che si protrasse per l’intera stagione 1994-95) in poco più di tre anni: l’arrivo di Ancelotti, ai primi passi da allenatore e fedele al 4-4-2 del maestro Sacchi (con Chiesa e Crespo in attacco Zola fu dirottato sull’ala sinistra, posizione naturalmente poco gradita e ben presto patria del mestierante  Pietro Strada),  lo spinse ad accettare l’avventura inglese, in un’epoca in cui abbandonare la Serie A rappresentava a prescindere un passo indietro, nonostante Silenzi, Vialli, Ravanelli e Di Matteo avessero inaugurato l’esodo oltremanica.

A Londra fu ribattezzato “Magic Box” ed eletto miglior giocatore del campionato, divenendo di fatto il volto della Premier League.

Con il Chelsea vinse due FA Cup, una coppa di lega, una Supercoppa nazionale, una Coppa delle Coppe (sua la rete in finale contro lo Stoccarda dopo che i londinesi ebbero la meglio sul mitico Vicenza di Guidolin nel penultimo atto della competizione) ed una Supercoppa Europea.

Nel 2003 la scelta, dettata dall’amore verso la sua terra, di vestire la maglia del Cagliari in Serie B al fin di ricondurlo nella più nobile categoria nazionale: l’anno seguente, in Serie A, con tanto di salvezza, la sua ultima stagione agonistica.

Con la nazionale fu vice campione del mondo nel 1994 ( tristemente ai posteri la sua disperazione successiva all’ingiusta espulsione contro la Nigeria).

Memorabile la rete contro l’Inghilterra, a Wembley, nel febbraio del 1997.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

2 risposte

  1. L’Ajax esalta e sublima i calciatori cresciuti in quel sistema e che ne vengono assorbiti. Van Basten e Rijkaard sono tra le poche eccezioni, vale a dire campioni che sono diventati fuoriclasse quando sono approdati in altri lidi.

    Per quanto riguarda Zola, nessuno mi toglie dalla testa che ci avrebbe fatto vincere il Mondiale se fosse sceso in campo al Rose Bowl. Il Divin Codino probabilmente avrebbe reso meglio se fosse entrato a partita in corso, non essendo supportato da una condizione fisica accettabile in quella gara.

    1. Caro Vincenzo, come darti torto: Baggio giocò per onore di firma, fu una scelta discutibile che probabilmente ci costò all’epoca il quarto mondiale, con il quale saremmo divenuti in quel momento la nazionale più titolata della manifestazione. La “pochezza” di un Brasile fra i meno talentuosi di sempre acuisce inevitabilmente il rammarico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *