“COME VOGLIAMO PERDERE?”

Penso che, in linea di massima, tutti gli allenatori siano motivati da buoni propositi, spinti dall’idea di dare alla squadra un modo di giocare originale e che rispecchi l’idea di calcio del mister, dal mio punto di vista questo vale per qualsiasi categoria, grandi o piccini non fa differenza, Champions o terza categoria nemmeno. Quando ho sentito Cesc Fabregas dire in un’intervista post-partita “giochiamo come ci alleniamo” sono sobbalzato dal divano.

Una frase banalissima se decontestualizzata a cui probabilmente la maggior parte di chi l’ha ascoltata non ha dato nessun peso specifico, un’ovvietà che uno dei migliori allenatori emergenti al mondo avrebbe potuto risparmiarsi. “Normale che sia così!”. E invece, il significato di quelle parole è molto più profondo.

Quante volte, per tutta la settimana, ci siamo allenati in un certo modo per proporre un certo tipo di gioco e poi, in partita, alla prima difficoltà, abbiamo rinnegato tutto cambiando completamente idea, strategia, modo, identità? Mi è capitato spesso di vederlo. Per questo dico che quelle parole sono da valutare con attenzione, inducono a riflessioni profonde, ci permettono di mettere in dubbio ciò che vorremmo proporre e ciò che poi effettivamente proponiamo. E’ una questione che attraversa le idee, il coraggio, l’identità, la difficoltà, il credere fermamente in un proposito e il rischio che tutto ciò possa essere permeato anche dalla sconfitta.

Sempre Cesc: “Se qualcuno mi desse la certezza che giocando in un certo modo vincerei tutte le partite, lo farei, ma siccome nessuno mi può dare la certezza che giocando, ad esempio, 6-3-1 possa vincere una partita, allora preferisco giocarla ed eventualmente perderla con le mie idee”. Sta tutto qua il riassunto del “giochiamo come ci alleniamo”, portiamo in campo dei principi in cui crediamo fermamente, su cui lavoriamo quotidianamente, che pensiamo ci possano fare esprimere nel miglior modo possibile e successivamente, magari, anche vincere. È una questione di coerenza, di cuore, di dare al giocatore una certa chiarezza nell’interpretazione del gioco e, nel caso, di lavorare sugli errori che essa comporta, senza stravolgere, modificare e soprattutto confondere chi queste idee le deve fare proprie per migliorarsi e crescere. È una questione che non risolve la dicotomia tra ‘giochisti e risultatisti’, un tema tanto caro agli opinionisti ma che non ha nessun valore nella realtà degli allenatori.

Ognuno fa ciò in cui crede, ma lo deve fare e ci deve credere, ognuno trasmette ciò di cui ha una competenza, ma lo deve fare e ci deve credere. Non è una questione di estetica del gioco, quella è soggettiva, ma, come dicevo, di coerenza e di consapevolezza che quel modo, quella identità, quell’idea possa far crescere i nostri calciatori. Non a caso una delle più belle favole del calcio moderno è stata il Leicester di Ranieri campione d’Inghilterra: gioco diretto, corsa, transizioni, fase difensiva.

Può piacere e può non piacere, ma quella squadra ha giocato esattamente come si allenava, credendo in ciò che faceva, valorizzando, dentro un contesto di squadra, le caratteristiche dei singoli, avendo un’idea chiara del suo modo e un’identità ben definita, mai stravolta, piuttosto rinforzata nella cura di certi dettagli.

Quando Cesc dice “Non riesco a dormire perché penso a come voglio perdere”, non fa un esercizio di supponenza o di presunzione, ma è intellettualmente onesto con sé stesso, con il suo lavoro, con ciò a cui crede fermamente. Senza stravolgere, senza cambiare, senza confondere solo perché affronto questo o quest’altro avversario. La sua è una forma di coerenza estrema dentro la quale lavorare, abbattere e ricostruire nuove certezze, senza venire mai meno al presupposto del suo calcio, dominante, offensivo, aggressivo, possibilmente equilibrato.

È la sublimazione del coraggio che ogni allenatore dovrebbe avere, il coraggio che dovrebbe animarci per poter dire un giorno che ai nostri giocatori abbiamo lasciato qualcosa, li abbiamo migliorati su certi aspetti, abbiamo insegnato loro che il calcio non ha verità assolute che ci permettono di vincere, ma che il calcio ha tante piccole verità relative che possono portarci anche a vincere, ma solo se le trasmettiamo con fede, cuore, coerenza e coraggio.

Quindi la domanda è questa, “Come vogliamo perdere?”

BIO: AUGUSTO DE BARTOLO

Allenatore prestato alla professione giornalistica o giornalista prestato alla professione di allenatore, fate voi. Ho attraversato tutte le categorie, dalla U14 alla prima squadra, in tutti i contesti lavorativi, tra dilettanti e professionisti. Sei anni nel settore giovanile della ‘vecchia Alessandria’ mi hanno cambiato, le stagioni in prima squadra mi hanno maturato. Ho consolidato il mio modo che sta nell’essere costantemente in dubbio, nella volontà di demolire certezze e costruirne di nuove, sempre fedele ai miei principi, aggiustandoli, sistemandoli, adattandoli ma mai stravolgendoli. “Est modus in rebus” dicevano i latini e ciascuno ha il suo e nessuno di questi è migliore di un altro.

Ho allenato le Prime squadre di Vastese in serie D girone F e Vogherese nel girone A. In attesa di nuove opportunità.

5 risposte

  1. L’idea del giochiamo come ci alleniamo purtroppo non è perfetta: esistono gli avversari.
    Molto dipende, purtroppo, da loro.

    1. Ciao Gigi,
      Concordo che ci siano gli avversari e che tutto è imperfetto e migliorabile. Ma gli avversari determinano la strategia non l’identità e l’identità si costruisce attraverso un’idea ma non è detto che in quell’idea non si possano fare aggiustamenti in base agli avversari, dunque alla strategia. Ma se stravolgiamo i principi di gioco su cui lavoriamo quotidianamente e in cui crediamo fermamente ‘dipendendo’ e ‘affidandoci’ agli avversari e stravolgiamo ogni volta che di fronte c’è un avversario con caratteristiche diverse non siamo coerenti con quello che vogliamo proporre e per cui magari passiamo settimane ad allenarci. Ed è proprio questa la cosa più difficile da fare. Ma è un punto di vista

  2. Buongiorno, sono tifoso di una squadra che lotta per salvarsi, questo influenza il mio punto di vista, in poche parole piuttosto di provare a giocare bene e perdere, quando gli avversari sono più forti, preferisco 90′ di catenaccio e portare a casa lo 0-0. Potrei pensarla diversamente da osservatore esterno o se i calciatori della mia squadra fossero più forti ma da tifoso se i miei ci mettono tutto l’impegno la grinta e la giocano alla morte mi basta. Piuttosto che retrocedere col bel gioco meglio salvarsi col catenaccio. Secondo me. Ciao

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *