10, NON PIÙ -3-

Michael Laudrup, di gran lunga il miglior calciatore danese di tutti i tempi (non me ne voglia Elkjaer, volto emblematico della straordinaria cavalcata tricolore del Verona, altresì addirittura per due volte sul podio nella classifica del pallone d’oro, potente, decisivo ma tecnicamente distante dalla sublime espressione di purezza calcistica del più blasonato connazionale), è universalmente riconosciuto come una delle più complete ed auliche figure iconografiche del calcio appartenente all’ultimo ventennio dello scorso millennio: talentuoso, elegante, versatile, moderno, contraddistinto da un repertorio sconfinato che lo portava a poter essere schierato sostanzialmente ovunque grazie ad una rarissima tecnica individuale, Laudrup è indiscutibilmente uno dei più pregiati elementi del calcio europeo di ogni epoca.

Cresciuto nel Brondby, fu prelevato dalla Juventus che decise di ultimarne l’evoluzione e la completa maturazione dirottandolo alla Lazio per due stagioni.

In bianconero sosterà per quattro anni, durante i quali si laureerà con la Vecchia Signora campione d’Italia e del mondo: fu sua, in quel di Tokyo, una delle due reti che condussero la compagine sabauda alla conquista della Coppa Intercontinentale contro l’Argentinos Juniors, dopo un incontro ritenuto fra i più belli della storia della manifestazione e non solo.

Platini lo definì, con il consueto acume dialettico, “il miglior giocatore del mondo in allenamento”: un elogio dall’andatura sarcastica volto a riconoscere indiscutibilmente il suo talento cristallino ma anche una critica alla sua apparente mancanza di determinazione nei momenti cruciali.

Dopo il quadriennio in terra di Piemonte approdò per un quinquennio al Barcellona (vincendo, fra le altre cose, la prima Coppa dei Campioni della storia blaugrana, una Supercoppa Europea e quattro titoli nazionali) e, successivamente, per un biennio al Real Madrid (conquistando un’ulteriore Liga).

In Catalogna ebbe modo di condividere il palcoscenico del Camp Nou, durante l’ultima stagione di militanza in blaugrana, con Romario, dunque idealmente consegnando all’attaccante brasiliano la pesante eredità di un lustro sensazionale: senza ombra di dubbio alcuno uno dei migliori giocatori verde-oro di ogni epoca (nel gradimento popolare il più amato e considerato dopo Pelé e Ronaldo), quarto marcatore assoluto nella storia del calcio con 765 reti (alle spalle di Cristiano Ronaldo, Josef Bican e Lionel Messi), tecnicamente sublime, rapido nell’esecuzione e protagonista di tocchi sopraffini e soluzioni balistiche deliziose, Romario giunse in Europa  dal Vasco da Gama, militando per cinque stagioni al PSV Eindhoven prima di approdare al Barcellona e costituire con Stoichkov una delle migliori coppie del panorama mondiale.

Laudrup concluse la carriera con la maglia dell’Ajax dopo un’ esperienza in Giappone.

Nel 1999 fu eletto quale miglior giocatore straniero del campionato spagnolo dal 1974 (or dunque prevalse all’interno di un arco temporale che andava ad abbracciare cinque lustri) e, nel 2014, fu inserito dal prestigioso quotidiano “Marca” nell’undici ideale della storia del Real Madrid.

Con la nazionale danese ha trionfato nella Confederetion Cup del 1995; nel 1998 fu inserito nell’ “All Star Team” del campionato del mondo.

Sempre a Barcellona, successivamente alla partenza di Laudrup in direzione Real (dunque non avendo avuto la possibilità di condividere lo spogliatoio con Michael), giunse, ad allietare ulteriormente il popolo catalano, Gheorghe Hagi, il cui maestoso talento aveva già condotto, attraverso eccelse prestazioni individuali che gli valsero il quarto posto nella classifica del pallone d’oro, la nazionale della Romania ai quarti di finale del campionato del mondo del 1994 disputato negli Stati Uniti.

Goleador principe della propria selezione nazionale con 35 reti (al pari di Adrian Mutu), “Giga” fu piede mancino di una raffinatezza sublime e verosimilmente uno dei giocatori tecnicamente più puri di sempre (fuori discussione, va da sé, l’essere il più grande calciatore danubiano di ogni epoca).

Militò anche nel Brescia che, paradossale a dirsi, lo prelevò dal Real Madrid che, a sua volta, lo aveva acquistato dalla Steaua Bucarest (Hagi vesti la casacca della Steaua fra il 1986 ed il 1990 vincendo la Supercoppa Europea e altresì disputando la finale di Coppa dei Campioni contro il Milan nel 1989); soggiornò in Lombardia per due anni prima di fare ritorno in Spagna, al Barcellona (per l’appunto), e di chiudere la carriera al Galatasaray, società con cui vinse una Coppa UEFA nel 2000 (battendo l’Arsenal) e la seconda personale Supercoppa proprio contro il Real.

Soprannominato il “Maradona dei Carpazi”, per capacità tecniche e caratteristiche fisiche accostabili all’inarrivabile Diego, oltre al sinistro incantevole, Hagi dispensò nel corso della propria carriera gesti tecnici di rara bellezza, reti sontuose e numeri d’alta scuola.

Sempre nel medesimo, fortunatissimo e probabilmente irripetibile, periodo storico, mosse i suoi elegantissimi passi Enzo Francescoli.

“ΕΙ principe” (leggiadro, sinuoso, tecnicamente delizioso), fu icona del River Plate prima dell’avventura europea che lo avrebbe consacrato, principalmente con le casacche di Olympique Marsiglia e Cagliari, fra i migliori fantasisti della sua generazione (ammirato in particolare da un giovanissimo Zinedine Zidane che in suo onore chiamerà Enzo il proprio figlio).

Dopo il soggiorno triennale in terra di Sardegna ( meta d’approdo all’epoca consueta di alcuni fra i più eminenti connazionali), Francescoli chiuderà l’avventura in Serie A vestendo per un anno la maglia del Torino, per poi fare ritorno al River con cui conquisterà la Libertadores del 1996 e, con la propria nazionale, la Coppa America del 1995 (la terza personale dopo i successi del 1983 e del 1987).

La conquista del più importante riconoscimento calcistico continentale sudamericano per squadre di club gli consentirà di tornare ad assaporare atmosfere nostrane in virtù dell’acquisita possibilità di contendere alla Juventus (compagine in cui avrebbe potuto militare a partire dal 1987, allorquando fu inizialmente individuato quale degno successore di Michel Platini) l’Intercontinentale del 1996, decisa però, suo malgrado, da una rete di Alessandro Del Piero.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

2 risposte

    1. Naturalmente la mia è una dichiarazione ponderata (personalissima ovviamente) frutto di una riflessione che pone secondo me Simonsen un gradino sotto il valore assoluto di Laudrup, il cui unico rammarico (per modo di dire, visto che ha giocato con Juve, Barcellona e Real) è non essere stato addirittura sul campo ancora più forte… parliamo di un giocatore eccezionale, benché Simonsen abbia vinto il pallone d’oro.

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