UNA DISTINZIONE NECESSARIA PER UNA PEDAGOGIA REALMENTE INCLUSIVA NEL CALCIO
Negli ultimi anni, nel lessico calcistico e formativo, i termini individualizzazione e personalizzazione sono diventati sempre più ricorrenti. Spesso vengono utilizzati come sinonimi, oppure in modo intercambiabile, come se indicassero lo stesso concetto.
In realtà, non è così.
Questa confusione terminologica non è un semplice problema linguistico, ma riflette una confusione metodologica e pedagogica più profonda. Per comprendere davvero il significato e il valore di individualizzazione e personalizzazione, è necessario partire da ciò che storicamente li ha preceduti e che, ancora oggi, continua a essere utilizzato nel calcio: l’allenamento differenziato.
L’allenamento differenziato: una logica da criticare e superare
L’allenamento differenziato nasce all’interno di una visione classificatoria e selettiva dell’apprendimento. I giocatori vengono suddivisi in gruppi omogenei sulla base di criteri prestabiliti: livello di abilità, ruolo, prestazioni fisiche o presunte capacità tecniche.
Dal punto di vista pedagogico, la differenziazione parte da un presupposto problematico: la diversità è un problema da gestire separando.
È per questo che, in ambito educativo, il concetto di differenziazione è in totale antitesi con la pedagogia dell’inclusione, che invece considera la differenza una risorsa e non una deviazione dalla norma.
Nel calcio, specie in ambito giovanile, e in particolare nella formazione, come vedremo in seguito, l’allenamento differenziato produce effetti collaterali evidenti:
- cristallizza etichette precoci (forte, debole, in ritardo, avanti);
- riduce la complessità dell’esperienza di gioco;
- frammenta il gruppo squadra;
- rinforza una cultura selettiva e gerarchica.
Nonostante su questi aspetti le idee siano oggi molto chiare, il termine continua a essere utilizzato in ambito calcistico, spesso travestito da modernità metodologica, ma in realtà ancorato a una visione superata dell’apprendimento.
Individualizzazione: la logica della programmazione
L’individualizzazione rappresenta un passo avanti rispetto alla differenziazione. Il focus non è più il gruppo omogeneo, ma il singolo giocatore. Tuttavia, l’individualizzazione resta saldamente legata alla logica della programmazione. Gli obiettivi sono definiti a monte e il percorso viene adattato al giocatore attraverso aggiustamenti quantitativi o funzionali.
Nel calcio, l’individualizzazione si traduce spesso in:
- carichi fisici personalizzati;
- obiettivi individuali inseriti in una struttura comune;
- adattamenti di volume, intensità o frequenza.
È un approccio utile e necessario in molte situazioni, ma mantiene una struttura lineare e controllata: il percorso è deciso dall’allenatore, il giocatore vi si inserisce. L’individualizzazione migliora l’efficacia della programmazione, ma non mette in discussione il modello di fondo.
Personalizzazione: la logica della progettazione
La personalizzazione rappresenta un cambiamento di paradigma ancora più profondo. Qui non si tratta di adattare un programma, ma di progettare contesti di apprendimento. La personalizzazione richiama la logica della progettazione, non quella della programmazione. Non si parte da ciò che il giocatore deve fare, ma dalle condizioni che permettono al giocatore di emergere.
In un contesto personalizzato:
- il gioco è il mediatore principale dell’apprendimento;
- le risposte non sono identiche, ma legittimamente diverse;
- l’allenatore non fornisce soluzioni, ma progetta ambienti;
- l’inclusione non è dichiarata, ma praticata.
Personalizzare significa accettare la complessità, la non linearità e l’imprevedibilità dei processi di apprendimento.
Ogni giocatore percorre strade diverse all’interno dello stesso contesto, senza essere separato, etichettato o escluso.
Dalla selezione all’inclusione: un cambio culturale
Il passaggio da allenamento differenziato a individualizzazione e personalizzazione non è solo terminologico. È un cambio culturale. Se la differenziazione separa, la personalizzazione accoglie. Se la programmazione controlla, la progettazione apre possibilità. Se l’allenamento differenziato seleziona, la personalizzazione include.
Nel calcio contemporaneo, parlare seriamente di inclusione significa abbandonare definitivamente le logiche differenzianti e orientarsi verso ambienti di apprendimento autentici, ricchi e significativi per tutti i giocatori.
DALLA DIFFERENZIAZIONE ALLA PERSONALIZZAZIONE
Le ricadute decisive nella Prima Formazione calcistica
Se la distinzione tra allenamento differenziato, individualizzazione e personalizzazione è rilevante in ogni fascia d’età, diventa cruciale nella Prima Formazione. È qui, infatti, che si pongono le basi non solo del calciatore, ma del bambino che gioca a calcio.
Nella Prima Formazione non si tratta semplicemente di insegnare abilità motorie o tecniche, ma di costruire il rapporto del bambino con il gioco, con il movimento, con gli altri e con sé stesso. Per questo motivo, le ricadute pedagogiche delle scelte metodologiche sono profonde e durature.
Allenamento differenziato: effetti distorsivi precoci
Applicare l’allenamento differenziato nella Prima Formazione significa introdurre troppo presto una logica che il bambino non è ancora pronto a sostenere, né dal punto di vista cognitivo né emotivo.
Le ricadute principali sono evidenti:
- il bambino viene etichettato (bravo, meno bravo, in ritardo);
- l’esperienza di gioco perde il suo carattere esplorativo;
- il confronto diventa giudizio;
- l’errore smette di essere scoperta e diventa colpa.
Dal punto di vista pedagogico, la differenziazione precoce rompe il principio di uguaglianza delle opportunità di esperienza, che è il fondamento dell’educazione inclusiva.
Nella Prima Formazione, separare significa limitare, non facilitare
INDIVIDUALIZZAZIONE: UTILE , MA NON SUFFICIENTE
L’individualizzazione rappresenta un’evoluzione rispetto alla differenziazione, anche nella Prima Formazione.
Adattare tempi, ritmi e carichi al singolo bambino è spesso necessario, soprattutto in presenza di grandi differenze maturative.
Le ricadute positive sono:
- maggiore rispetto dei tempi individuali;
- riduzione della frustrazione;
- migliore gestione della fatica e dell’attenzione.
Tuttavia, nella Prima Formazione, l’individualizzazione resta una soluzione parziale se non viene accompagnata da una visione più ampia.
Il rischio è quello di intervenire sul bambino senza intervenire sul contesto.
Il bambino continua ad adattarsi a una struttura pensata dall’adulto, invece di emergere all’interno del gioco.
PERSONALIZZAZIONE: LA SCELTA PEDAGOGICAMENTE COERENTE
È nella Prima Formazione che la personalizzazione mostra tutto il suo valore. Personalizzare non significa creare un percorso diverso per ogni bambino, ma progettare ambienti di gioco capaci di accogliere le differenze.
Le ricadute pedagogiche sono profonde:
- ogni bambino può partecipare senza essere confrontato;
- l’errore diventa parte naturale dell’esperienza;
- la motivazione nasce dal gioco, non dal giudizio;
- il senso di competenza è costruito, non imposto.
Dal punto di vista metodologico, la personalizzazione implica:
- giochi a numeri ridotti;
- regole flessibili;
- vincoli che orientano senza costringere;
- compiti aperti, non soluzioni predefinite.
Nella Prima Formazione, personalizzare significa educare attraverso il gioco, non addestrare.
Le ricadute sul ruolo dell’allenatore
Il passaggio alla personalizzazione ha conseguenze dirette anche sul ruolo dell’allenatore nella Prima Formazione.
Da istruttore a progettista di contesti
Da correttore del gesto a osservatore dei processi
Da selezionatore a facilitatore dell’esperienza
L’allenatore non è più colui che decide chi è pronto e chi no, ma colui che crea le condizioni affinché ciascun bambino possa esserlo a modo suo.
Implicazioni organizzative per le scuole calcio
Riconoscere il valore della personalizzazione nella Prima Formazione comporta anche scelte organizzative precise:
- gruppi aperti e flessibili;
- rifiuto delle etichette precoci;
- centralità del gioco rispetto alla prestazione;
- continuità educativa tra allenatori.
Queste scelte non semplificano il lavoro, ma lo rendono pedagogicamente responsabile.
CONCLUSIONE: LA PRIMA FORMAZIONE COME SPAZIO DI POSSIBILITÀ
Nella Prima Formazione, parlare di inclusione non è uno slogan, ma una responsabilità.
Allenamento differenziato, individualizzazione e personalizzazione non sono semplici opzioni tecniche, ma scelte educative che incidono sul modo in cui il bambino vivrà il calcio.
Se la differenziazione separa, se l’individualizzazione adatta, la personalizzazione accoglie.
Ed è proprio nella Prima Formazione che il calcio decide se diventare uno spazio di selezione precoce o un ambiente di crescita, scoperta e senso.
Le differenze che emergono dal campo
Nella Prima Formazione (U6–U10) le differenze tra allenamento differenziato, individualizzazione e personalizzazione non sono astratte.
Si manifestano ogni giorno in campo:
nel modo in cui si organizzano i giochi, si formano i gruppi, si gestisce l’errore e si interpreta il ruolo dell’allenatore.
È proprio attraverso esempi concreti che queste differenze diventano evidenti.
ESEMPIO 1 – BAMBINI CON LIVELLI DI COMPETENZA DIVERSI
Allenamento differenziato
L’allenatore divide il gruppo in:
- bambini “più pronti” che giocano 4v4,
- bambini “meno pronti” che svolgono esercizi semplificati.
Cosa succede realmente:
- i bambini percepiscono immediatamente la gerarchia
- chi è separato gioca meno e si sente “indietro”
- il gruppo si frammenta
- la differenza viene isolata, non accolta.
Individualizzazione
Tutti i bambini giocano 4v4, ma:
- alcuni hanno vincoli facilitanti,
- altri vincoli più complessi.
Cosa succede realmente:
- l’esperienza è più equa
- l’allenatore adatta il compito al bambino
- il percorso resta però deciso dall’adulto.
- il bambino si adatta al compito.
Personalizzazione
L’allenatore propone un 4v4 in spazio flessibile, con:
- regole semplici,
- possibilità di scegliere come partecipare all’azione.
Cosa succede realmente:
- ogni bambino entra nel gioco secondo le proprie possibilità
- le differenze convivono nello stesso contesto
- il gioco “assorbe” le diversità
È il contesto che si adatta ai bambini.
ESEMPIO 2 – GESTIONE DELL’ERRORE
Allenamento differenziato
Il bambino che sbaglia ripetutamente:
- viene spostato in un gruppo “più facile”,
- oppure escluso momentaneamente dal gioco.
- l’errore diventa criterio di separazione.
Individualizzazione
L’allenatore:
- corregge individualmente
- propone una variante più “ semplice “allo stesso bambino.
- l’errore è tollerato, ma resta qualcosa da correggere.
Personalizzazione
L’errore:
- è parte del gioco,
- genera nuove situazioni,
- non interrompe l’esperienza.
- l’allenatore osserva e, se necessario, modifica il contesto, non il bambino.
- l’errore diventa informazione, non mancanza.
RUOLO DELL’ALLENATORE
Allenamento differenziato
L’allenatore:
- decide, divide, valuta.
- è il centro del processo.
Individualizzazione
L’allenatore:
- osserva di più, adatta, interviene sul singolo.
- resta comunque il regista del percorso.
Personalizzazione
L’allenatore:
- progetta il contesto,
- osserva le emergenze,
- interviene il meno possibile.
Il protagonista resta il gioco vissuto dal bambino.
SINTESI FINALE
Nella Prima Formazione:
- l’allenamento differenziato separa
- l’individualizzazione adatta
- la personalizzazione accoglie
Gli esempi di campo mostrano chiaramente che la vera svolta educativa non sta nel cambiare etichetta, ma nel cambiare logica.
Personalizzare, nella Prima Formazione, non significa fare qualcosa in più per qualcuno, ma creare contesti in cui tutti possano imparare giocando.











7 risposte
Sono molto d’accordo per due motivi: il primo è che oggi le pressioni sui bambini 6-10 e aspettative sono molto forti e etichettarli per poi vedere che alle prime difficoltà si perdono (molti nel passaggio da 5 a 7) è sbagliato e secondo che la differenziazione passa il concetto che ci sono giocatori che essendo più bravi fanno la differenza e questo nella loro mente fa passare in secondo piano l’importanza di connettersi con i compagni in squadra e più crescono più si accorgono che il singolo senza squadra non riesce a praticare quel gioco individuale che invece nelle prime fasi e su campi più piccoli gli riusciva.
“Da lunedì si inizia il lavoro differenziato, vieni a sviluppare e perfezionare la tecnica del calcio”
Da una locandina pubblicitaria di un ” sedicente maestro di tecnica”
Paolo, intanto ti ringrazio per il commento, al di là della proposta in sé, costui ignora completamente che l’aggettivo ” differenziato ” è stato bandito dal lessico pedagogico per la sua semantica ” discriminante”.
La pedagogia contemporanea ha eliminato il termine perché implica separazione e classificazione dei soggetti:
chi è “indietro” viene isolato
chi non rientra nello standard è trattato a parte
chi differisce viene considerato “diverso” e meno capace
Questa semantica è incompatibile con i principi educativi moderni, che puntano a inclusione, equità e valorizzazione delle differenze.
Continuare l’uso nello sport giovanile perpetua una pedagogia obsoleta, separativa e potenzialmente dannosa.
Oggi più che mai, allenatori e formatori dovrebbero parlare di ambienti inclusivi, esperienze situate e apprendimento attraverso il gioco, per valorizzare ogni giocatore senza creare gerarchie implicite.
Aggiungo che la gravità del concetto è tale che “differenziato” è stato bandito anche nei documenti ufficiali della pedagogia speciale, a testimonianza del suo potenziale discriminante e della necessità di linguaggi inclusivi.
Salve Mister ti seguo sempre con molta ammirazione, lo stesso vale per il vlog sig F Galli e lo ringrazio ,se oggi mi ritengo un educatore migliore ed evoluto lo devo anche questo vlog. Sono decenni che mi occupo della attività di base ,ho 55 anni , parecchi miei coetanei allenano categorie più grandi a questa età ,per me non è mai stato un problema stare con i bambini anzi ci vogliono capacità anche in quelle fasce se no si fanno danni sia fisici che mentali. Durante il corso UEFA C, mi furono dette delle frasi del prof V.Tammaro e non me le dimenticherò mai: prendete i formatori bravi e metteteli ad insegnare ai piccoli sicuro che non fanno danni. Riguardo al tuo articolo lo condivido in pieno, quest’anno sto provando a far divertire bambini under 8 attraverso il gioco del calcio; tra gli allievi c’è un bambino speciale con lo spettro autistico, non mi è mai stato detto direttamente ma avendo anch’io un bimbo speciale in famiglia subito l’ho capito e non ho mai pensato di escluderlo o di farlo sentire diverso, lo alleno insieme ad altri con le stesse proposte facili o meno facili, ma solo con l’intenzione di farlo migliorare ma soprattutto divertire, e se ci riesco ho vinto la mia partita. Con stima MR LAMBERTI. ( La bravura di un insegnante non si misura su ragazzi che già sono bravi in partenza ma sulla capacità di aiutare chi è in difficoltà e di risollevarlo da un destino che altri già credevano segnato)
Cercherò di migliorare, anche grazie a questo articolo.
Grazie di cuore Mister Lamberti, parole che pesano più di qualsiasi risultato sul campo. L’ammirazione è davvero tutta mia per la sua capacità di stare con i bambini prima ancora che sui bambini, per la sensibilità educativa e per il coraggio – mai scontato – di scegliere ogni giorno la strada più difficile e più giusta: quella dell’attività di base fatta con competenza, rispetto e umanità.
Allenare i piccoli non è un ripiego, è una responsabilità enorme: lì si costruiscono o si compromettono relazioni, fiducia, amore per il gioco. E lei lo dimostra con i fatti, non con le parole. Il modo in cui accompagna quel bambino speciale, senza etichette né esclusioni, dentro la stessa esperienza autentica di gioco e divertimento, è esattamente ciò che significa essere educatori prima che allenatori.
Se il calcio vuole avere un futuro sano, passa da persone come lei. Suum cuique tribuere, alterum non laedere: a ciascuno il suo, senza eccezioni. Qui non c’è solo calcio, c’è cultura, etica e rispetto profondo dell’essere umano. Con stima sincera. Non avevo dubbi che questo articolo avrebbe suscitato un certo interesse e caro Gian Paolo, quello che hai scritto mi arreca un piacere enorme
È un confronto molto centrato.
Da un lato, la tua osservazione sulla programmazione in ambito economico è corretta e rigorosa: lì il sistema è pensato per essere governabile, misurabile, controllabile, e l’errore serve a correggere il progetto. La razionalità strumentale funziona perché l’oggetto del processo non è un soggetto vivente che apprende, ma un’organizzazione orientata a obiettivi esterni.
Dall’altro lato, il punto che emerge con forza è che apprendimento, bambino e gioco non appartengono a questa stessa ontologia. Non sono sistemi lineari, né completamente prevedibili. Sono sistemi viventi, incarnati, relazionali, che evolvono nel tempo attraverso interazioni significative, non attraverso tappe predefinite.
Qui sta la frattura concettuale:
la programmazione presuppone controllo dall’esterno,
l’apprendimento autentico nasce da auto-organizzazione dall’interno.
Nel gioco e nello sviluppo del bambino non è il progetto a guidare il processo, ma il senso che emerge nella relazione con l’ambiente. L’allenatore o l’educatore non “programma” l’apprendimento come farebbe un manager, ma crea condizioni, contesti, vincoli fertili affinché qualcosa possa emergere.
In questo senso, il problema non è la parola “programmazione” in sé, ma il paradigma che essa porta con sé. Se la intendiamo come controllo e previsione, allora sì: è inadatta al gioco e all’apprendimento. Se invece la trasformiamo in progettazione di ambienti aperti, allora smette di essere economica e diventa educativa.
Grazie ancora per l’assidua lettura e per i tuoi apprezzamenti
Raffaele, leggo spesso e volentieri questo blog, tra gli altri non mi perdo i tuoi interventi, perchè toccano moltissimo i miei interessi “culturali”.
Mi piace molto l’approccio da te proposto, perchè. se fatto bene (soprattutto con i bambini under 9 anni), non solo si migliora l’esperienza e la gestione di se tesso in una gara e forse anche nella vita, ma si divertono tutti .
Poichè io sono sempre attento all’aspetto sociale, vedo che il tuo schema logico non crea vincoli e non fa selezione nel momento del gioco per chi ha meno di 9 anni. Quindi, tutti possono divertirsi e trovare un proprio ruolo (non in senso calcistico) nell’ambito di quel gruppo.
Complimenti. Da tecnico dell’economia, però, devo dissentire da cosa tu intendi per programmare. In un’azienda la programmazione: a) fissa un obiettivo; b) mette a disposizione degli strumenti; c) viene creato un progetto e un piano di sviluppo; d) si verifica con il controllo di gestione, non tanto e non solo il conseguimento degli obiettivo, ma le manchevolezze del progetto. Può darsi che in altre discipline la definizione sia meno ampia e ristretta alla fase di controllo.
Grazie per i tuoi articoli. Peccato che non posso sperimentarli, per età e salute. Quando ero più giovane il lavoro mi assorbiva tutta la giornata. Per stare nel tuo concetto, in quanto socio cofondatore della società calcistica, mi trovavo uno spazio di attività non occupato, con l’obiettivo di massimizzare il mio apporto per la società, con i vincoli di tempo che avevo.