Non più un ruolo.
Non più “il” ruolo.
Non più.
Pelé.
Tre mondiali.
Millanta gol (e millant’altri millantati).
“Tesoro nazionale” del Brasile.
Per evitare trasferimenti in Europa, dopo la corte serrata di Real Madrid, Juventus ed Inter.
“Patrimonio storico-sportivo dell’umanità”.
Completo, totale, tecnico, balistico, atletico, geniale, precoce, irriverente.
Senza mai davvero umiliare.
Ovunque col suo Santos perché fosse ammirato in tutto il mondo.
Semplicemente irripetibile.
Tripletta alla Francia in semifinale e doppietta alla Svezia in finale nel 1958. Anni?
Non ancora diciotto.
Il più giovane marcatore nella storia della coppa del mondo.
La sua storia.
Non furono 4 soltanto perché immediatamente infortunatosi nel ’66.
“Prima della partita mi ripetevo che era di carne ed ossa come chiunque, ma sbagliavo”, disse Burgnich dopo averlo affrontato nel ’70.
Dopo averlo visto decollare, senza planare, sulla sua testa.
1281 reti riconosciute dalla FIFA.
Praticamente tutti i record individuali possibili nel campionato brasiliano.
Due Libertadores e due Intercontinentali.
Calciatore del secolo 1900.
Pallone d’oro FIFA.
II giocatore totale.
Il più forte.
Con Diego.
Maradona, il migliore.
Se Pelé è stato il più forte, Maradona è stato il migliore.
Per un semplice motivo.
Prendete un uomo.
Prendete un pallone.
Bene.
Dato un uomo e dato un pallone, nessuno, assolutamente nessuno, può giocare a calcio meglio di Maradona.
Nessuno può oltrepassare o anche solo eguagliare l’irraggiungibile (per l’appunto) soglia di simbiosi quantistica fra il pibe de oro e la pelota.
Non capivi dove finiva uno e iniziava l’altro.
Una cosa sola.
Un’estensione l’uno dell’altro.
Non era Diego a giocare con il pallone, era il pallone a giocare con Diego.
Nessuno può replicare questa simbiosi.
Nessuno.
Nessuno può segnare come Maradona contro la Juve a dieci metri dalla porta con una barriera davanti.

Scavalcandola e consegnando all’intima prosecuzione di sé medesimo, la sfera, il tempo di governare il tempo e la gravità.
Nessuno.
Diego.
Non più.
Più che profetico.
Più di chiunque.
Ergo, più di Johan.
Cruyff.
Elegante.
Di un’ eleganza rivoluzionaria, nell’era delle rivoluzioni.
Leggiadro, potente, divinamente dominante.
Unico, nell’età delle lotte per i diritti di tutti.
Unico ma totale.
Individualista elitario in funzione del collettivo.
Per il collettivo totale.
Così totale da ridefinire il calcio, mutarne concezioni, spazi, tempi, capovolgerli, ridisegnarli, reinventarli.
Totalmente.
Sublime, indifferentemente ovunque, indifferentemente in maniera pittoresca.
Con la palla fra i piedi, da fermo, in velocità, in costruzione, nella finalizzazione.
Trequartista, punta, mezzala, regista, proprio nel sistema che ha disintegrato la staticità dei ruoli.
II calciatore più completo, e per tanti più forte, che l’Europa abbia mai annoverato.
Veloce, tecnicamente sontuoso, inarrivabile per visione ed intuito.
Come solo Zidane successivamente nel Vecchio Continente.
Nel dizionario la sua fantomatica “giravolta”.
“Fluido”, come il sistema di Michels esportato nel mondo senza, purtroppo, conquistarlo.
Olanda favorita contro la Germania Ovest nel 1974.
Johan ha già tre coppe dei campioni in bacheca con il suo Ajax e due palloni d’oro.
Che diventeranno tre nonostante la sconfitta contro i tedeschi, avvenuta benché il primo gol dell’ “arancia meccanica” sia costruito e giunto senza che i teutonici tocchino mai palla.
Nel 1978 non bissa il dispiacere.
Profetico, come da epiteto.
In carriera Olanda e Spagna dominate sia da giocatore che da allenatore.
Fra i pochi ad aver vinto in entrambe le vesti la massima competizione continentale.
Visionario.
Semplicemente un genio.
Semplicemente un 10 che fu e che non è più.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.










2 risposte
Complimenti Andrea, Sublime! non aggiungo altro!
Grazie Vincenzo, mi fa davvero piacere!