LE SOFT SKILL DEGLI ALLENATORI

Le chiamano soft skill, con quel forestierismo che pare fatto apposta per farsi sottovalutare. In italiano sarebbero le competenze trasversali: il modo in cui un uomo sta al mondo prima ancora che in panchina. Comunicazione, empatia, capacità di leggere gli altri e sé stesso, problem solving, leadership, creatività. Roba che non si disegna sulla lavagnetta e non si misura in chilometri percorsi, ma che decide destini, carriere, spogliatoi. Le hard skill sono la meccanica: moduli, principi, uscite dal basso. Le soft, invece, sono l’olio che fa girare il motore senza grippare.

Nel calcio contano più di quanto si ammetta. E infatti vengono spesso ignorate, talvolta derise. L’allenatore che non seduce l’occhio, che non accarezza l’estetica, che non predica il verbo della modernità tattica, viene liquidato come “fortunato”, “miracolato”, “gestore”. Come se vincere fosse un incidente statistico e non il frutto di una sapienza meno appariscente ma più profonda. Eppure, se si guarda bene, il palmarès non mente: c’è un filo rosso, robusto e continuo, che lega i trofei a quelle competenze invisibili che tengono insieme uomini, umori, pressioni e momenti.

All’opposto, il calcio è pieno di tecnici ritenuti brillantissimi sul piano delle hard skill, architetti del gioco, esteti del possesso, che però restano incompiuti. Carriere promettenti, mai realmente decollate. E senza la capacità di governare il calcio, la lavagna resta un quadro appeso al muro.

Non è un caso che molte critiche contemporanee, spesso provenienti dal mondo dei match analyst, si concentrino su allenatori che non vengono considerati “cime” né dal punto di vista tattico né da quello estetico, ma che sono maestri nel maneggiare uomini e contesti. Emblematico il caso di Massimiliano Allegri, bersaglio abituale di strali per il suo calcio poco seducente. Critiche legittime, talvolta, ma spesso miopi. Perché ridurre un allenatore alla sola estetica equivale a giudicare un romanzo dalla copertina. Nel calcio non si vince per grado di difficoltà, ma per equilibrio.

Un allenatore privo di competenze trasversali è, in sostanza, un tecnico dimezzato. Lo ha capito anche il mondo che sta fuori dal pallone. Il World Economic Forum ha individuato le dieci soft skill più richieste oggi nel lavoro contemporaneo: pensiero critico, creatività, gestione delle persone, coordinamento, intelligenza emotiva, capacità decisionale, empatia, negoziazione, flessibilità cognitiva, soluzione dei problemi complessi. Tradotto in linguaggio calcistico: leggere la partita e lo spogliatoio, scegliere quando parlare e quando tacere, capire chi stringere e chi lasciare andare, decidere sotto pressione, adattarsi al caos.

Molte di queste qualità sono il pane quotidiano di un allenatore vero. Vanno ben oltre la scienza dei moduli e la geometria delle posizioni. Ed è qui che il calcio rivela tutta la sua complessità: non un semplice gioco di schemi, ma un mestiere umano, dove il sapere conta, sì, ma il saper essere conta di più.

Veniamo allora al caso concreto, che nel calcio è sempre il miglior giudice. Parliamo di due allenatori che hanno vinto con il Milan, e non per accidente: Carlo Ancelotti e Massimiliano Allegri. Il primo è Carletto, l’uomo che ha fatto della Champions League una dimora abituale. Il secondo è Allegri, oggi di nuovo al timone rossonero, spesso trattato come un intruso al banchetto degli esteti, quando invece è uno dei più solidi allenatori vincenti del calcio europeo recente.

Allegri non seduce l’occhio, non corteggia l’estetica, non promette rivoluzioni copernicane. Eppure vince scudetti come fossero tappe di pianura e, soprattutto, ha portato due volte una squadra italiana in finale di Champions League in un’epoca in cui il fatturato pesa più dei terzini e i bilanci corrono più degli esterni offensivi. Non aveva rose da superpotenza, né portafogli da sceicco. Aveva però un mestiere profondo, europeo, che chi scrive aveva già intravisto nei suoi anni milanisti e che alla Juventus è esploso definitivamente, regalando notti memorabili contro avversari più ricchi, più celebrati, spesso più belli da vedere.

Ma cosa distingue davvero allenatori come Ancelotti, Allegri o Zidane, che pure non sono mai stati ideologi del calcio ? Al netto della gestione dello spogliatoio, che resta la prima arte, e dell’indispensabile sintonia con la società, c’è un talento più sottile e decisivo: la lettura della partita. Non il cambio tanto per cambiare, ma l’aggiustamento chirurgico. Una marcatura ritoccata, un baricentro spostato di dieci metri, un uomo tolto dal traffico e rimesso al centro del gioco. Piccoli gesti che producono grandi effetti.

Le loro squadre, spesso, hanno ballato sull’orlo del precipizio, soprattutto nelle notti di Champions. Eppure è bastato un dettaglio, una mossa silenziosa, per far cambiare vento alla partita. Pensando all’attualità, viene naturale citare Milan-Roma: oltre trenta minuti di sofferenza, poi un cambio di sistema che spezza l’inerzia giallorossa e rimette il Milan in carreggiata. O il derby recente, per lunghi tratti governato dall’Inter, ma vinto da Allegri con l’intelligenza di irrobustire il centrocampo dopo il vantaggio di Pulisic, trasformando una partita dominata dall’avversario in una partita controllata. Non spettacolo, ma gestione invisibile.

È qui che le soft skill smettono di essere teoria e diventano pratica. Flessibilità e adattabilità sono motori autentici del mestiere dell’allenatore. Saper leggere il momento, capire quando stringere i denti e quando allargare il gioco, quando proteggere e quando colpire: questa è la vera modernità.

Per questo, quando si giudica un tecnico, le competenze trasversali non possono essere relegate in un angolo polveroso, come un accessorio superfluo. Vanno messe in prima fila, davanti alla lavagna e ai droni. Perché il calcio non è solo tattica né pura estetica. Il calcio è complessità. E chi vi sa so-stare, spesso, vince senza fare rumore.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

2 risposte

  1. Bellissimo articolo Vincenzo.
    Lo sport è risultato e le soft skills possono essere tantissime, ma leadership e problem solving sono fondamentali a qualsiasi livello e valgono per tutti gli sport.
    In tanti hanno vinto senza saper comunicare o senza l’empatia, soprattutto nello sport USA, ma di certo queste aiutano.

  2. Complimenti Vincenzo, le soft skills ormai entrano in molti settori e anche nel calcio hanno il loro particolare peso, confermando quanto sia complesso il calcio. Ancelotti e Allegri, sono d’accordo, fanno parte di quel gruppo di allenatori che sanno sfruttarle meglio e che li distinguono da tanti altri

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