L’INTERVISTA AL PRESIDENTE DELLA FIGC: IL MIO PENSIERO

Un breve commento sull’intervista rilasciata dal Presidente della FIGC Gabriele Gravina al Direttore del Corriere dello Sport, Ivan Zazzaroni.

Tralasciando quanto detto sulle riforme dal Presidente Gravina sul tema dell’eccessiva presenza di stranieri, sull’impossibilità di porre un freno normativo e di dettare il modello di business ai club, su cui, peraltro, non posso che convenire, ciò che mi preme sottolineare è l’ennesimo approccio errato alla questione prettamente metodologica.

Nell’intervista si parla di un progetto per i giovani dai 5 ai 13 anni, affidato a Perrotta, Zambrotta, due campioni del mondo, e a Prandelli, già CT della Nazionale. Ancora una volta però si sottende un pensiero arcaico: “vogliamo cancellare l’idea di un metodo incentrato solo sulla tattica”, un’idea riduzionista che ancora separa il tutto, come se tecnica e tattica si possano dividere, come se la scelta di una giocata e quindi l’esecuzione di un gesto tecnico siano due processi separati e come tali vadano insegnati o, meglio, appresi, separatamente!

L’affermazione successiva del Direttore Zazzaroni è: “La famosa tecnica di base, oggi perduta”, cui segue quella del Presidente: “Meno tattica e più tecnica, questo è l’obiettivo. Dobbiamo liberare l’estro. I bambini si annoiano, vogliono giocare, gli allenatori tendono a ingabbiarli negli schemi già in tenere età”

Liberiamo l’estro: dribbliamo i coni, saltiamo i cerchi, non passiamola ai compagni per cercare l’1vs1…se pensiamo di risolvere i nostri problemi andando, come mi sembra di intuire, in questa direzione, resteremo ancora fermi. Non c’è una tecnica di base, c’è una tecnica funzionale al gioco e la si apprende in presenza di tutti gli elementi che lo costituiscono: palla, porte che ci indicano la direzione del gioco, compagni e, soprattutto, avversari. Lì dentro c’è tutto, anche quella tattica (capacità di scegliere) che forse in troppi confondono con la strategia che spesso viene utilizzata, questo sì, nei settori giovanili per vincere le partite pensando unicamente al risultato anzichè al processo e quindi alla formazione del giovane calciatore.

Per sostenere i ritmi che il calcio moderno richiede, l’intensità che va allenata non è solo quella atletica ma anche quella di pensiero, quella emotiva (che porta alla scelta) e, torno a ripeterlo, non si allenano disgiuntamente bensì nella complessità del gioco.

Ma tranquilli, ci qualificheremo ai Mondiali americani e d’incanto torneremo ad essere i più bravi.

8 risposte

  1. Impeccabile. C’è da restare veramente esterrefatti dall’estrema banalizzazione. Sembrano le soluzioni di Cetto la qualunque. Senza finalità comiche però.

  2. Grazie Filippo Galli per voler decisamente cogliere ogni occasione per ribadire la Complessità del gioco e sottolineare la miserrima figura a cui si espone chiunque voglia tentare di parcellizzarlo. Dimostrando evidentemente labili competenze non solo in campo neuroeducativo e metodologico ma anche per quanto riguarda la categoria dei giochi di invasione in cui il calcio rientra a pieno titolo.

  3. E anche vero però che le società cercano ragazzini più alti e grossi fisicamente,che magari chi è più piccolino ma bravo tecnicamente, soprattutto perche più facile da vendere in futuro

  4. Le solite soluzioni che non portano a nulla, anzi, peggiorano. In federazione servirebbe una rivoluzione, che metta la gente giusta nei posti chiave. Ma è inutile attaccare un carrozzone che si autoalimenta di soldi, tanti.

  5. SIAMO SEMPRE ALLE SOLITE
    Un’altra soluzioni gattopardesca, invece di una visione sistemica, modelli di ricerca interdisciplinare e collaborazioni strutturate con università, centri di ricerca e professionisti dell’educazione, ci si rivolge a ex giocatori I quali ,come riferisce Filippo, hanno esordito affermando:
    “vogliamo cancellare l’idea di un metodo incentrato solo sulla tattica”
    “La famosa tecnica di base, oggi perduta”.
    Ci manca solo la motricità separata dal tutto, e il quadro è completo
    Se questi sono i presupposti del progetto federale della prima formazione, siamo molto lontani dall’obiettivo, quello di rendere pertinente il processo dell’allenamento a un gioco d’invasione come quello del calcio, e quello di apprendimento del bambino che gioca al calcio.
    Invece di accogliere tutto ciò che negli ultimi anni ci suggeriscono le neuroscienze, la pedagogia dello sport e le teorie dell’apprendimento, si reitera un modello superato che non risolve nessuno dei problemi .
    La solita soluzioni gattopardesca:
    Si perpetua nell’oscillare tra ricette individuali, metodi proprietari e interventi centrati sul carisma del singolo, invece di avviare un serio e doveroso confronto con tutte le sensibilità culturali nazionali, alla fine del quale accogliere solo ciò che presenta una cornice teorica e culturale certificata, validata scientificamente e riferito ai diversi contesti territoriali.
    Quindi,, non“ un progetto centralizzato “, che è provato che non funziona perché non intercetta le variegate realtà periferiche, perché: territori diversi, bisogni diversi!
    Il sistema calcistico italiano è eterogeneo: dalla metropoli al piccolo comune, dai quartieri multiculturali alle realtà periferiche.
    Un progetto credibile deve tener conto delle dinamiche sociali, della disponibilità di impianti, della presenza di educatori qualificati e delle specifiche esigenze delle famiglie.
    Non si può pensare a una soluzione unica, calata dall’alto.
    Serve una progettazione modulare, adattabile, co-costruita insieme ai territori:
    UNA VERA E PROPRIA MOBILITAZIONE DAL BASSO
    Altro che affidarsi a singole figure simboliche di testimonianza
    Le sfide attuali richiedono:
    Un nuovo modello formativo degli allenatori basato su scienze cognitive, pedagogia, neuroscienze e approcci ecologici allo sport, ambienti di apprendimento che privilegino creatività, decisione, consapevolezza situata e variabilità adattiva,
    Una federazione capace di coordinare progetti sperimentali certificati, aggiornati continuamente e diffusi sui territori
    Le soluzioni gattopardesche – cambiare tutto per non cambiare nulla – hanno segnato decenni di tentativi falliti di riforma.
    Oggi serve ben altro: un salto di qualità culturale che superi l’idea di un calcio costruito su opinioni ed esperienze personali, per approdare finalmente a un modello basato su ricerca, sperimentazione, interdisciplinarità e centralità del gioco.
    Perrotta, Zambrotta e Prandelli possono essere volti importanti di un progetto rinnovato, ma la vera questione è: c’è la volontà di costruire un sistema moderno, scientifico e territoriale, o ci si limita ancora una volta alla superficie?
    Solo rispondendo a questa domanda, con coraggio e visione, il calcio italiano potrà davvero rinascere.
    Ma, come sostengo da anni, a guidare questo processo, non possono essere le medesime persone delle varie istituzioni, scuola allenatori e settore tecnico in primis, che imperterriti propongono corsi e aggiornamenti datati che non fanno altro che tenere il sistema formativo ” in vita in un perenne stato comatoso”
    Se qualsiasi tipo di progetto per il calcio giovanile, non è orientato alle evidenze neuroscientifiche, pedagogiche e metodologiche emerse negli ultimi trent’anni, è destinato al fallimento già in partenza.
    Oggi non è più possibile costruire percorsi educativi e sportivi basati su modelli trasmissivi, esercizi meccanici o sulla sola ripetizione tecnica: la scienza del movimento, dell’apprendimento e dello sviluppo umano ha completamente ridisegnato ciò che sappiamo su come i giovani imparano, crescono e si trasformano in giocatori competenti e persone autonome ( lo affermava agli inizi del secolo già la Montessori,).
    Le neuroscienze contemporanee dimostrano che la mente non è separata dal corpo: percezione, azione, emozioni e intenzionalità formano un unico sistema.
    Il giovane giocatore pensa attraverso ciò che fa, e impara attraverso ciò che vive, non attraverso ciò che ascolta. Percezione–decisione–azione sono un unico processo
    La visione enattiva della cognizione mostra che il cervello non elabora informazioni in sequenza, ma genera conoscenza attraverso un processo circolare percezione–decisione–azione.
    Allenare “le fasi” separando mente e corpo è un errore metodologico: il gioco reale è il contesto che integra tutto.
    Il cervello funziona in modo predittivo
    Il giovane atleta non reagisce agli stimoli, ma anticipa.
    La competenza nasce dalla capacità di prevedere probabilisticamente gli sviluppi dell’azione.
    Questa abilità si allena solo nella complessità autentica del gioco. Variabilità, complessità e auto-organizzazione
    I sistemi motori non maturano attraverso la ripetizione identica del gesto ma attraverso variabilità, perturbazioni e adattamenti continui.
    L’apprendimento è non lineare e dipendente dalle condizioni ecologiche.
    Il sistema dei neuroni specchio conferma che osservazione, interpretazione delle intenzioni e l’agire intenzionale sono alla base dell’apprendimento motorio.
    Serve un contesto ricco di significato, non esercizi decontestualizzati.
    I ragazzi apprendono quando trovano senso e scopo in ciò che fanno.
    Le spiegazioni frontali non generano competenze: solo l’esperienza diretta guidata da intenzionalità e significato.
    Il ruolo dell’allenatore è educativo
    L’allenatore non è un trasmettitore di verità ma un facilitatore di ambienti di apprendimento.
    La relazione educativa è centrale per la motivazione, l’autoefficacia e lo sviluppo identitario.
    Gli errori non vanno eliminati ma accolti come indicatori di esplorazione e crescita. Un ambiente che punisce l’errore blocca la creatività, la curiosità e il senso di sicurezza del giovane.
    L’autonomia aumenta la motivazione intrinseca e favorisce una migliore costruzione delle competenze.
    Il giovane deve avere margini decisionali reali dentro l’allenamento.
    Il gioco come ambiente di apprendimento più efficace
    La realtà autentica del gioco offre variabilità, complessità, incertezza, continuità percettiva e relazionale: tutti elementi impossibili da ricreare negli esercizi decontestualizzati.
    Il gioco è “maestro di sé stesso”.
    La progressione “spiego – dimostro – esegui – correggo” non rappresenta I processi reali dell’apprendimento motorio.
    I giovani non apprendono per ripetizione, ma per scoperta guidata e adattamento situato.
    La tecnica non è un gesto da ripetere, ma una soluzione emergente.
    Nasce dall’interazione tra giocatore, avversario, compagno, palla e spazio.
    Svincolarla dal gioco ne uccide il significato.
    Il corpo non si prepara a compartimenti stagni: le abilità sono integrate emergono dal gioco, che va progettato con densità adeguata.
    La preparazione separata è superata.
    Ogni comportamento è il risultato di relazioni interconnesse.
    Non esistono “esercizi per il singolo fondamentale”: ogni gesto è un fenomeno sistemico che nasce dalle relazioni del contesto.
    Un progetto moderno per il calcio giovanile deve riconoscere che:
    Il giovane apprende nella complessità, non nella semplificazione;
    Il gioco è il vero ambiente educativo, cognitivo e motorio;
    La competenza emerge da significato, intenzionalità e relazione;
    La scienza contemporanea ha reso obsoleti I modelli trasmissivi e direttivi.
    SIAMO PRONTI A TUTTO QUESTO?
    Oppure si intende procedere tra ricette individuali, metodi proprietari e interventi centrati sul carisma del singolo?
    Prima abbiamo affrontato: territori diversi, bisogni diversi
    Il sistema calcistico italiano è eterogeneo: dalla metropoli al piccolo comune, dai quartieri multiculturali alle realtà periferiche.
    Un progetto credibile deve tener conto delle dinamiche sociali, della disponibilità di impianti, della presenza di educatori qualificati e delle specifiche esigenze delle famiglie.
    Non si può pensare a una soluzione unica, calata dall’alto.
    Serve una progettazione modulare, adattabile, co-costruita insieme ai territori.
    Per questo, il rinnovamento del calcio italiano non può immaginare di poggiarsi solo su figure simbolifche senza mettere mano a un radicale cambio di passo con interventi che valorizzino lo sviluppo globale del bambino.
    Un grande progetto deve integrare aspetti motori, cognitivi, relazionali ed emotivi, proponendo un ambiente di apprendimento ricco, significativo e centrato sul gioco. Come struire percorsi che accompagnino i giovani atleti nella crescita, favorendo curiosità, creatività e intenzionalità, dentro esperienze autentiche e coerenti con le esigenze evolutive di questa delicata e decisiva fascia di età.

  6. Filippo l’ ho conosciuto nell’ aprile 1984 a Milanello durante gli allenamenti con Liedholm e A. Sguazzero.
    Stavo in tuta ovviamente in fondo al gruppo assieme a Di Bartolomei e Filippo durante il risc.condito con andature, mobilità,stretching e molto altro con ritmi particolari che A .S. proponeva.
    Rappresentavo il nulla in mezzo a quei campioni, ed ero orgoglioso d’ imparare cose del genere in quel gruppo.
    Liedholm mi apprezzava ed ero orgoglioso!
    Filippo era il più disponibile al dialogo con Wilkins. Portavo nel Trentino tutto ciò che potevo rapportato ovviamente al contesto dilettantistico in cui operavo.
    Saltuariamente ci vedevamo con F.G.
    Però, solo in questi ultimi tempi ho avuto modo di leggere numerose doc. elaborate dal fuoriclasse apprezzandone il contenuto. In questo ultimo mese mi sono aggregato nelle discussioni sui social e visto che nelle scuole calcio ho iniziato a lavorarci dal 1976 nell’ us Arco/ TN fino ad oggi ininterrottamente per 49 anni in club diversi, ho provato umilmente a dir la mia su questo argomento importante. Cosa dico?
    In sintesi senza aver pretese di dire la verità ( girerò le varie doc. a chi le chiede w.app 3288288527)…..TENGO A DIRLO PERCHE’ MI SORPRENDE SPESSO QUESTO E CIOÈ: nel 76 ho iniziato l’ isef a VR e ho insegnato a scuola per 43 anni e poi altri 5 nei vari progetti Figc/Ministero sport e salute….
    Dal 1982 sono nel comitato Figc TN.
    Non ho mai avuto certezze assolute su nulla…..sempre aperta la porta dei DUBBI…..soprattutto dopo che Bragagnolo Walter ci spiegò la storia di Fosbury. Il grande atleta del s.in alto fu preso per matto quando si fece vedere a saltare all’ indietro…..poi successe quel che sapete tutti. Quindi sempre su con le orecchie a criticare e a sputare giudizi……sempre dubbi, lavorare per cercare di capire i perché, i come, le motivazioni, ecc…ecc… Filippo nei suoi scritti mi fa capire di essere vicino a questo mio modo di pensare come altre persone importanti che si trovano a lavorare in Figc in ambito sgs . Trovo diversi maestri Figc del calcio ……Notevoli e forse qualcosa in più….. però, poco ascoltati e mi dispiace perché propongono cose sensate/intelligenti.
    In questi giorni si sono intensificate le comunicazioni con pareri pro e pareri contro.
    Bellissima l’ eterogeneita’ dei fiumi di cose che emergono.
    Speriamo che le persone chiamate a progettare cose nuove per l’ attività di base, siano lasciate tranquille e libere …..ascoltando chiunque e trovando decisioni idonee per pargoli, preadolescenti e adolescenti che hanno scelto questo bellissimo gioco per divertirsi soprattutto e per avere momenti formativo importanti e adeguati per la loro strada che li porterà prima di tutto alla professione CITTADINO e poi forse a quella di sportivo professionista. Cordialmente, Bruno
    Chi vuole si unisca alla discussione
    W.app
    3288288527
    Mail: zucchelli56@gmail.com

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