MILAN LEGENDS – LEONARDO NASCIMENTO DE ARAÙJO: L’UOMO DEI TRE MONDI

Il primo ricordo che ho di Leonardo risale al Mondiale USA 94.

Parreira lo utilizza come terzino sinistro, in una squadra molto “europea” rispetto alle precedenti versioni della Seleçao. Concretezza, solidità e praticità portano il Brasile al turno successivo con sei gol fatti e uno soltanto subito.

Essenziale, si direbbe.

Agli ottavi di finale i sudamericani devono vedersela con gli Stati Uniti. L’avversario è scomodo per almeno due motivi: gioca in casa e sulla panchina a stelle e strisce siede quella vecchia volpe di Bora Milutinović. Se a questo aggiungiamo anche il raptus che colpisce Leonardo al 44’ – una gomitata rifilata a Tab Ramos che lascia i suoi in dieci – il compito per Parreira si fa più arduo.

Bebeto ad una ventina di minuti dalla fine segna il gol partita che manda avanti i Verdeoro che vinceranno il loro quarto mondiale. La Coppa del Mondo del numero 16 finisce qui, sarà squalificato fino alla finale.

Leonardo non è un terzino, né tantomeno una testa calda. È un artista, uno che con due piedi così è in grado di inventarsi qualsiasi cosa. La sua duttilità tattica gli consente di svariare su tutto il fronte offensivo e, se proprio serve, trasformarsi in terzino. È una sorta di uomo dei Tre Mondi, avendo militato con i club in Sudamerica, Europa e Asia. Dovunque ha deliziato i suoi tifosi, ha disegnato parabole e regalato giocate di grande futebol.

La sua carriera inizia al Flamengo.

Dopo una parentesi di due anni in Spagna nelle file del Valencia, torna al San Paolo, dove aveva già militato nella stagione 1990/1991, con il quale vince a Tokyo la Coppa Intercontinentale contro il Milan. A questo punto si fa attrarre dal campionato giapponese che in quegli anni può sembrare una metà esotica e alternativa rispetto al centro nevralgico del calcio che conta, ma lì si trova anche gente esperta del calibro di Arsène Wenger, non proprio l’ultimo dei manager.

Va a giocare nei Kashima Antlers dove segna 30 gol in 47 partite. Niente male. Ma l’Europa per un calciatore di ventisette anni di fine anni 90 resta sempre una priorità e così accetta l’offerta del Paris Saint-Germain che ha appena vinto la Coppa delle Coppe contro il Rapid Vienna. Il nazionale brasiliano realizza 10 reti in 46 presenze ma con i parigini non arrivano trofei, nonostante due finali europee. Comincia la stagione 1997/1998 a Parigi ma il Milan lo chiama e l’idea di sfidare Ronaldo il Fenomeno nel derby, che già gli ha sfilato la Coppa delle Coppe qualche mese prima, lo affascina. Non arriva nell’anno più facile dei rossoneri. Berlusconi ha messo pesantemente mano al portafoglio e ha affidato a Fabio Capello, ritornato dopo l’esperienza madrilena con il Real, il compito di riportare al successo il Milan, in un anno senza impegni europei. Tuttavia, Don Fabio non riesce a plasmare la squadra a sua immagine e somiglianza. Regna la confusione, i risultati non arrivano e alcuni nuovi sembrano spaesati, come Patrick Kluivert che contro il Brescia è, a detta di Fabio Capello, “confuso”.

Per fortuna del Milan Leonardo mette a segno la doppietta decisiva, i suoi primi gol in Italia, e queste sono le sue dichiarazioni nel post-partita: ”Le reti sono importanti, ma non rientrano nei miei compiti di centrocampista. Mi interessa di più aver ritrovato una buona condizione fisica dopo i problemi muscolari delle scorse settimane. L’importante è che questo successo sia il segno della svolta positiva.” Leo va in gol a Genova contro la Sampdoria in Coppa Italia, a Napoli si ripete in campionato alla 14^ giornata, marcature arrivate prima del 1998, poi smette di segnare, si blocca come tutta la squadra. D’altronde, la stagione, iniziata male, finisce nel peggiore dei modi con la sconfitta nella finale di Coppa Italia contro la Lazio. Il giudizio su molti protagonisti dell’annata fallimentare è rimandato all’annata successiva. Per alcuni di loro, come per  Leonardo, il Mondiale diventa la vetrina per riscattarsi e per mettersi in mostra. Con il Brasile arriva alla seconda finale consecutiva ma questa volta l’esito non è positivo come quattro anni prima; la Francia schianta in finale un Brasile irriconoscibile come la sua stella, Ronaldo, che prima del match accusa un misterioso malore.

Si torna a Milanello dove si rifonda per il terzo anno consecutivo. Dopo Tabarez e Capello-bis, siede sulla panchina del Milan Alberto Zaccheroni che gioca con 3-4-3 e che tiene in grande considerazione Caipirinha. Nelle prime due giornate di campionato contro Bologna e Salernitana parte dalla panchina ma lascia la sua griffe, poi raddoppia il bottino a Venezia e in casa contro la Roma di Zeman, pareggiando il gol di Delvecchio, in una partita spettacolare. A questo punto ha già segnato più della stagione precedente. Pare avere un conto aperto con le romane e il suo gol al 90’ nella partita interna contro la Lazio, alla lunga, risulterà fondamentale. Entra dalla panchina al posto di Ganz e con un sinistro preciso batte Marchegiani. Lui quasi si schermisce nel dopo partita e ringrazia il cielo per un gol che vale un po’ per tutti, per lui e per il Milan: “In Brasile diciamo: quando Dio vede che sudi, ti manda un po’ di vento. Ho avuto la buona sorte di trovare il colpo giusto, per sorridere un po’. Il gol è del Milan, prima di tutto, ma serve a me per proseguire, per riscoprire la fiducia. Perciò riesco a giocare lo stesso, a soffrire e a scendere in campo”(Fonte Gazzetta dello Sport). Dopo tanta sofferenza spira bonaccia, Zac lo mette in campo e lui ripaga con prestazione e gol, come avviene contro Udinese e Sampdoria. Ma poi torna a soffrire e lui si eclissa per un po’ per poi tornare impetuosamente a segnare undici giornate dopo, in una serata di marzo, nel Derby della Madonnina. Realizza una bella doppietta che non basta per battere l’Inter e a fine partita pronuncia parole quasi profetiche: “Il Milan c’è, ci credo e tutti ci crediamo. La Lazio è forte ma non imbattibile. Finora ha avuto più continuità di noi, ma nel derby ho visto una squadra in crescita, che può ancora migliorare. È bello pensare che i miei compagni più giovani possano aprire un ciclo: io ho viaggiato tanto, ora sogno una Coppa Campioni per chiudere” (Fonte Gazzetta dello Sport). La Lazio, infatti, non è imbattibile e il Milan risucchia sei punti in due giornate. La sfida lanciata da Leo è realtà e lui contribuisce con altri tre gol fondamentali (saranno 12 in campionato) per la conquista del sedicesimo Scudetto del Milan nell’anno del Centenario. Per il Guerin Sportivo la sua stagione vale 7,5 “per il suo estro (innato), senza confini”, limitato talvolta dai malanni fisici. È la sua migliore stagione in rossonero.

A livello realizzativo nelle stagioni successive segna meno gol ma la classe resta limpida, inventa parabole imprendibili, come il gol al Perugia su calcio di punizione. La Coppa Campioni, nella quale segna contro il Galatasaray nel successo per 2 a 1, rimarrà però un sogno e il 1999/2000 si chiude senza trofei. Nella stagione 2000/2001 rovina i piani della Roma capolista a San Siro, ancora su punizione, da antologia, dall’alto valore estetico. Si capisce, il giocatore vive di folate, di picchi improvvisi e giornate ordinarie perché il tempo avanza. C’è  ancora un altro gol in Champions League al suo amato Paris Saint-Germain poi si congeda a fine stagione, dopo 96 presenze e 22 gol. Fa ritorno nella terra natia, un cammino all’incontrario: prima San Paolo, poi Flamengo. Il rosso e il nero restanno i colori della sua vita, una filigrana sentimentale, e a chiusura del cerchio torna, in una sorta di personalissima saudade, sotto la Madonnina nella stagione 2002/2003.

Gioca un paio di partite, una in campionato contro il Brescia.

Poca cosa.

In Coppa Italia, stagione che vede il ritorno al successo dei rossoneri, colleziona tre presenze e segna due gol. Sono gli ultimi squilli, appende le scarpe al chiodo e indossa l’abito da dirigente, al Milan prima e poi al Paris Saint-Germain.

In mezzo, ha allenato i rossoneri nella stagione 2009/2010 proponendo un calcio offensivo, il famoso 4- 2 e Fantasia dei vari Pirlo, Seedorf, Ronaldinho e Pato. Finisce la stagione al terzo posto, centrando l’obiettivo minimo della qualificazione alla Champions League. Le divergenze con Berlusconi sanciscono la fine dell’avventura in panchina e Leo si “vendica” allenando l’Inter al posto dell’esonerato Benitez. I tifosi rossoneri si sentono traditi e ci mettono poco ad esternare tutta la loro rabbia sui muri della città e in Curva Sud. Arriva secondo, proprio dietro al Milan, ma riesce a vincere la Coppa Italia, unico trofeo nella sua carriera di allenatore.

Con la Nazionale brasiliana ha vinto il Mondiale del 1994, una Coppa America (1997) e una Confederation Cup (1997) giocando 56 partite e realizzando 7 gol.

Con il Milan ha vinto lo Scudetto del 1998/1999.

BIO: VINCENZO PASTORE

Pugliese di nascita, belgradese d’adozione, mi sento cittadino di un’Europa senza confini e senza trattati.

Ho due grandi passioni: il Milan, da quando ero bambino, e la scrittura, che ho scoperto da pochi anni.

Seguire lo sport in generale mi ha insegnato tante cose e ho sperimentato ciò che Nick Hornby riferisce in Febbre a 90°: ”Ho imparato alcune cose dal calcio. Buona parte delle mie conoscenze dei luoghi in Gran Bretagna e in Europa non deriva dalla scuola, ma dalle partite fuori casa o dalle pagine sportive[…]”

Insegno nella scuola primaria, nel tempo libero leggo e scrivo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *