Il gioco del calcio, come tutti gli sport e analogamente a ogni altro ambito della vita, si evolve. Un’evoluzione fisiologica e naturale, figlia – da un lato – delle modifiche regolamentari, che inseriscono variabili diverse al modo di concepire il gioco e – dall’altro – dell’attività di ricerca messa in atto da allenatori e operatori in generale, i quali finiscono per novare le dinamiche del gioco con le loro idee e proposte.
Ciò premesso, è evidente come negli ultimi anni, in ragione di diversi fattori (anche estrinseci, come ad esempio la pandemia), il suddetto processo abbia subito un’accelerazione; di conseguenza è lecito provare a delineare lo stato di tale evoluzione, ponendo in essere un’analisi temporalmente comparata: cosa e come è cambiato il calcio contemporaneo rispetto al calcio di 30 anni or sono? Un’analisi in chiave critica che possa servire anche a capire cosa, davvero, ha assunto una funzione migliorativa per il calcio e cosa, invece, è stato probabilmente estremizzato al punto da risultare controproducente.
Naturalmente sono diversi gli ambiti che, astrattamente, si potrebbero prendere in considerazione: dalla comunicazione, al management societario, passando per la gestione del gruppo-squadra.
Tuttavia, volendosi soffermare su aspetti prettamente di campo, sono due le aree maggiormente oggetto di modificazioni: ossia l’interpretazione di taluni ruoli o sistemi di gioco e le richieste tecnico-tattiche in alcuni contesti di gioco.
Relativamente ai ruoli e alla loro nuova concezione, è inevitabile iniziare dal portiere.
Fino ai primissimi anni del nuovo millennio, fondamentalmente era importante che i portieri fossero affidabili ed efficaci tra i pali, con doti di grande personalità e leadership. Sotto gli occhi di tutti è quanto accaduto negli ultimi due decenni, con gli estremi difensori sempre più coinvolti nelle giocate con i piedi. L’uscita palla manovrata, infatti, fa sì che al portiere, oggi, siano richieste skills ulteriori: capacità di palleggio, lanci – non più soltanto lunghi e potenti – ma anche precisi, visione di gioco. Come naturale conseguenza, fin dal settore giovanile i preparatori impostano il lavoro con modalità funzionali a tale pensiero, in maniera da fornire al portiere un bagaglio completo di risorse. In un quadro del genere, il rischio è che si perda di vista il nucleo fondamentale del ruolo, vale a dire impedire che si segni una rete attraverso la parata. È palese che sotto questo profilo qualcosa si stia perdendo per strada. Un esempio circostanziato: i vari Donnarumma, Maignan e Unai Simon sono sicuramente molto più abili con i piedi della generazione precedente (Buffon, Barthez, Casillas), ma sicuramente destano una percezione di minore affidabilità tra i pali.
Proseguendo l’excursus e restando nel comparto difesa, il ruolo del terzino è stato certamente oggetto di una grande trasformazione. Negli anni ’90 un primo passaggio in tal senso vide l’abbandono della dicotomia terzino marcatore/terzino fluidificante; fino ad allora, era pacifico che il terzino destro fosse abile in marcatura e altamente dotato difensivamente, con il terzino sinistro – di contro – capace a fluidificare e pericoloso in chiave offensiva. Gentile e Cabrini, due eroi dell’Italia campione al mondiale di Spagna nel 1982, sono i più canonici paradigmi di quanto appena rappresentato. Negli anni ’90, con l’avvento della zona e il dilagare della difesa a 4, la visione del ruolo divenne più simmetrica e a entrambi i terzini erano richieste sia attitudini difensive che offensive; Tassotti e Maldini nel Milan di Sacchi, oppure Torricelli e Pessotto nella Juventus di Lippi, ovvero i fratelli Gary e Philippe Neville nel Manchester Utd di Sir Alex Ferguson, sono celebri esponenti di questa nuova visione.
È nell’ultimo quindicennio, però, che il terzino ha subito la metamorfosi più significativa, a tal punto che di recente si è arrivati a quanto sembrava impensabile fino a poco tempo fa: i terzini schierati a piede invertito per scelta, con un destro a sinistra e un mancino a destra. Il riferimento è al Bayern Monaco di Kompany, il quale nel match di Champions contro il Bruges a ottobre, ha posizionato Guerriero (mancino) a destra e Laimer (destro) a sinistra come specifica scelta tattica. Un altro step evolutivo del ruolo, soprattutto grazie al contributo di Pep Guardiola, ha visto il terzino trasformarsi, attraverso una serie di movimenti verso l’interno del campo, in regista o mezz’ala. Lahm, Kimmich, Zinchenko, ad esempio, sono stati i precursori di questa novità, ben indottrinati dal loro mentore catalano. Dunque, non più soltanto sovrapposizioni e diagonali, ma anche occupazione razionale dello spazio che si svuota e difesa delle linee di passaggio in transizione.
È vero che il giocatore moderno deve essere polivalente, ma attenzione a non intaccare la specializzazione togliendo le diverse peculiarità ai vari ruoli.
Passando in rassegna, non già le caratteristiche dei singoli ruoli, piuttosto quelle di singoli reparti, balza all’occhio un dato: è di fatto sparito dal panorama nazionale ed europeo il centrocampo a quattro classico, ovvero quello costituito da un’ala destra e un’ala sinistra sugli esterni (impiegati generalmente sul lato del piede maestro) capaci di trovare la profondità anche con tagli verso la porta, più due centrali complementari, dei quali uno era il tipico regista dalla giocata lunga e corta, mentre l’altro il mediano “box to box”, spesso dalla imponente fisicità, abile sia a interdire che a inserirsi in zona gol.
Tale apparato della linea mediana, negli anni 90’ e nei primissimi anni 2000 è stato un must e tanti sono gli esempi, sia in Italia che in Europa. A livello continentale, per citarne un paio, anche in questo caso viene in rilievo lo United di Ferguson, con la linea Beckham-Kean-Scholes-Giggs, oppure il Valencia di Cuper, protagonista in Champions League con il celebre centrocampo formato da Mendieta-Aimar-Baraja-Kily Gonzalez; in Italia, esulando dai modelli più celebri come il Milan di Capello (Dondadoni-Desailly-Albertini-Boban) o la Juventus del secondo ciclo di Lippi (Camoranesi-Emerson-Vieira-Nedved), vale la pena citare la Sampdoria allenata dall’indimenticato Vujadin Boskov, che con il quartetto di centrocampo composto da Lombardo-Pari-Mychajlycenko-Dossena ha vinto lo Scudetto nel 1990/1991 e il Chievo di Gigi Del Neri, che all’inizio del secondo millennio, con il suo 4-4-2 dal centrocampo in linea, Luciano-Corini-Perrotta-Manfredini, nella stagione 2001/2002 da neopromossa concluse il campionato al 5° posto.
Nel calcio contemporaneo, come si accennava, questo tipo di struttura del reparto nevralgico è ormai rarissima. Oggi l’utilizzo della coppia centrale è, quasi esclusivamente, collegato all’adozione del 4-2-3-1, in cui le ali sono degli attaccanti esterni e spesso vengono schierati a piede invertito, mentre la linea a 4 è connessa a una difesa a 3, dunque con esterni che sono di base dei terzini in configurazione di “quinti”, piuttosto che tipiche ali.
Per quanto concerne l’orizzonte tattico-strategico, l’era calcistica attuale presenta numerose novità rispetto ai contesti dei precedenti decenni.
Iniziando dagli sviluppi offensivi, quasi tutti i tecnici hanno ormai abbandonato la concezione schematica, basata su sequenze di gioco memorizzate e ripetute, a vantaggio di un approccio per principi, in virtù del quale i calciatori ricevono delle indicazioni strumentali a interpretare e condurre le dinamiche finalizzate alla ricerca del gol. Correlativamente, si è assistito a una maggiore ricerca del possesso palla, arma indispensabile per controllare la partita e mutilare temporalmente la capacità offensiva degli avversari, privandoli del pallone; il pericolo maggiore di questa visione consiste nel portare all’esasperazione tali assiomi, col rischio di far venire meno verticalità, intensità e attrattiva al gioco.
Proseguendo l’analisi sul piano dell’offerta offensiva, abbiamo assistito a una progressiva eclissi delle coppie d’attacco “pesanti”, formate da due centravanti – certamente con caratteristiche diverse. Oggi, chi utilizza le due punte, considera quasi inconcepibile tale assetto per ragioni di equilibrio, ricorrendo invece come costante a un attaccante centrale strutturato fisicamente, al quale viene abbinata una seconda punta leggera (talvolta nelle vesti di sottopunta) o addirittura un attaccante esterno adattato; questa ultima opzione, in particolare, ha non di rado ripagato proficuamente. Basti pensare a Marcus Thuram, che dopo un’ottima prima parte di carriera da attaccante laterale, giunto all’Inter si è scoperto ideale partner nella coppia con Lautaro Martinez. Si sprecano, invece, nel passato recente gli esempi di binomi col doppio centravanti, persino la nostra nazionale al mondiale 2006 approcciò la manifestazione con Toni-Gilardino supportati da Totti; oppure, ancora, nei primi anni duemila ricordiamo le coppie Vieri-Crespo nell’Inter e Trezeguet-Ibrahimovic alla Juventus.
Per quanto attiene alla fase di non possesso, una opinabile novità ormai diffusa, riguarda il comportamento della linea difensiva su palla libera. Infatti, sino a un decennio addietro era pressoché unanime il ricorso al famoso elastico difensivo, vale a dire al meccanismo basato sulla risalita in caso di palla coperta e alla “scappata” in caso di palla scoperta; negli ultimi anni, invece, quale diretta conseguenza del ricorso sempre maggiore all’uomo quale riferimento principale, a discapito della zona in modalità integrale, si vedono linee difensive che tendono a restare molto alte anche nel caso in cui il possessore avversario abbia la possibilità di giocare in avanti privo di pressione, quindi su palla libera. Tale eventualità prevede che si opti per un atteggiamento di marco/marco, in virtù del quale, sostanzialmente, si preferisce il controllo diretto dell’avversario invece che la copertura dello spazio alle spalle. Posto che non esistano scelte tattiche assolutamente giuste o assolutamente sbagliate, è chiaro che estremizzare l’attuazione di un tale comportamento esponga a rischi maggiori, dal momento che si finisce per concedere notevole profondità all’avversario.
In conclusione, è ragionevole sottolineare che se, da una parte, il processo evolutivo del calcio va accolto con atteggiamento positivo, nella consapevolezza che proprio grazie a questa azione innovativa il gioco cresce in estetica, capacità attrattiva e potere emozionale, allo stesso tempo occorre la competenza di stabilire con lucidità i parametri di tale contributo e riuscire a calibrare l’evoluzione stessa. Le nuove idee sono proficue nella misura in cui – appunto – migliorano il sistema; nel momento in cui vengono distorte o sono applicate iperbolicamente, si corre il pericolo concreto di ottenere l’effetto contrario. E d’altronde in uno sport ciclico come il calcio, sarebbe un grave errore ritenere non più utile un concetto del passato, perché non sempre ciò che viene dopo significa progresso.

BIO: Giuseppe Vigneri, reggino di nascita e palermitano d’adozione, è allenatore UEFA B.
Dopo una carriera da calciatore in ambito giovanile, inizia ad allenare a soli 20 anni.
Vanta esperienze in vari settori giovanili, anche professionistici, nonché in prime squadre nei campionati di Promozione ed Eccellenza. Sacchiano convinto, crede in un calcio equilibrato, intenso e propositivo.









