25 NOVEMBRE 2025: VENT’ANNI SENZA GEORGE BEST

Il 22 novembre 2005 il “News of the World” pubblica un’immagine che non può non lasciare di stucco un qualsiasi lettore: un uomo sdraiato in un letto di ospedale con un tubo respiratorio nel naso, la faccia sofferente, la pelle gialla e gli occhi arrossati e fissi sull’obiettivo del fotografo che esprimono tanta sofferenza. Su due pagine la scritta “Don’t die like me” (“Non morite come me”).

Lo scatto, voluto appositamente da quel degente ospedaliero, serviva a far capire al lettore di non fare la fine di quell’uomo immortalato (evidentemente) nei suoi ultimi giorni di vita: con una “cera” del genere, quell’uomo non avrebbe vissuto molto. Ed infatti quell’uomo muore il 25 novembre di venti anni fa lasciando un vuoto enorme e mai colmato. Lui era George Best ed aveva solo 59 anni.

George Best lasciava questo Mondo venti anni fa oggi. Era un uomo di mezza età, l’età in cui si fanno i bilanci della propria vita e, a pochi anni dalla pensione, si inizia a pensare cosa fare una volta entrati in quiescenza. Fosse stato un pilota di Formula 1, la sua è stata una vita vissuta a 100 all’ora, accelerando in curva e compiendo sorpassi al limite. Invece Best, chiamato “The Best”, di lavoro faceva il calciatore, un mestiere che con i motori non ha nulla a che vedere, ma la carriera di questo ragazzo nato il 22 maggio 1946 nel quartiere Cregagh di Belfast, in Irlanda del Nord, è stata un lampo nel calcio mondiale degli anni Sessanta. Un calcio che in tv andava ancora in bianco e nero, un calcio diverso rispetto a quello di oggi, ma un calcio che ha segnato gli anni successivi. E George Best è stato un calciatore invidiato ed amato da tutti, l’icona di quel periodo.

E pensare che Best è indirizzato a fare l’operaio nei cantieri navali “Harland&Wolff” (quelli del “Titanic”) e a giocare a rugby. Invece al 16 di Burren Way, a East Belfast, zona protestante della città, il piccolo “Georgie” sogna a tavola con il padre Richard (detto Dickie), la madre Anne, le sorelle Carol, Barbara, Julia, Grace e l’unico fratello Ian, di fare il football player. Gioca nella squadra della Lisnasharragh Secondary School, il Cregagh Boys Club, anche se è scartato dalla prestigiosa Grosvenor High School perché fisicamente non all’altezza (anche se è ancora un adolescente) e soprattutto perché incentrata sul rugby. E visto che la fortuna è cieca, ma spesso ci vede benissimo, Bob Bishop, un osservatore del Manchester United, si imbatte in una partita di quel club e nota giocare Best. Lo vede e, come dice la vulgata, esclama “Ma questo è genio!”. Chiama mister Busby e gli dice “Ho trovato un genio!”. Il tecnico dello United fa arrivare il giovane George in terra mancuniana e da lì inizia una grande storia d’amore, di calcio, passione e di vittorie.

George Best debutta in First division il 14 settembre 1963 contro il West Bromwich Albion a Old Trafford. Il 28 dicembre successivo sigla la sua prima rete in campionato contro il Burnley. Da militante nella squadra “Primavera”, in poco tempo passa a giocare in prima squadra in pianta stabile.

Sono due le partite culto di Best in maglia United, entrambe contro il Benfica di Eusebio: il ritorno dei quarti di finale del 9 marzo 1966 e la finale di Wembley del 29 maggio 1968. Vedere gli highlights di quelle due partite per capire che si parla di un calciatore unico. Il Mondo scopre George Best e capisce che questo sport con in campo il giovane talento nord irlandese va su un altro livello. Best è il valore aggiunto di una squadra che conta gente del calibro di Foulkes, Law e Bobby Charlton guidati in panchina da Matt Busby, sopravvissuto il 6 febbraio 1958 al disastro aereo di Monaco di Baviera dove muoiono otto giocatori dell’allora Manchester United (oltre a tre membri dello staff tecnico, otto giornalisti e quattro membri dell’equipaggio).

Il 29 maggio 1968 Best vede alzare la Coppa dei Campioni dal suo compagno-capitano Charlton e poco dopo la alza anche lui. Ce l’ha fatta, è diventato il primo nord irlandese a vincere la “coppa dalle grandi orecchie”. Ha la numero 7 e da allora quel numero e quella maglia diventano un tutt’uno con lui. Ha il Mondo ai piedi, il ventiduenne George di Cregagh. Non solo i tifosi (anche non dello United), ma anche le donne e per festeggiare i suoi trionfi beve e spende sempre di più. Tutto va di pari passo: fama, successo, ricchezza e quel fascino particolare, quel modo di pettinarsi e vestirsi che lo definiscono il “quinto Beatle”: se John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Star cantano e suonano, chitarra, basso e batteria, George Best “suona” la palla e con quella tra i piedi fa quello che vuole.

Il 1968 è l’anno che cambia il Mondo e nel Mondo che cambia c’era anche lui, “George the Best”, che a dicembre è insignito del Pallone d’oro: otto punti di vantaggio sul compagno Charlton, quindici sullo jugoslavo Dragan Džajić, 57 in più di Florian Albert che lo ha vinto l’anno prima. Diventa così il quarto giocatore britannico a vincere il premio dopo Stanley Matthews, Denis Law e Bobby Charlton. Ha 22 anni e fino a quel momento il più giovane vincitore del premio di France Football (superato solo da Ronaldo Nazario nel 1997).

Il George Best del periodo 1966-1972 è incontenibile (e ingiocabile): sei campionati consecutivi in doppia cifra, l’affermazione mondiale, la consapevolezza di essere al pari (almeno) di Pelé. I numeri non mentono mai e innalzano il livello dello stesso numero 7 dei Red Devils.

Ma tutto ha una fine e la parola “fine” della storia d’amore tra il ragazzo di Cregagh ed il club mancuniano arriva il 1° gennaio 1974 con il match di Loftus Road contro il QPR. Quella è la sua ultima partita con il club con il quale chiude ogni cosa dopo 473 presenze, segnando 181 reti vincendo due titoli nazionali, una Coppa d’Inghilterra, due Charity Shield, una Coppa dei Campioni e perso una finale di Charity Shield e Coppa Intercontinentale, non vincendo mai la prestigiosissima FA Cup. Il motivo? È, da almeno due stagioni, un ex giocatore: pochi gol, poche presenze ed una situazione personale che sta deflagrando. Il motivo? Da tempo Best è più sulle pagine dei rotocalchi e del gossip che nei tabellini dei marcatori. Beve, sempre di più: mai puntuale agli allenamenti, poca voglia di impegnarsi, troppi litigi con staff tecnico, compagni, persone nei pub ed una testa rivolta più all’extra campo che alla prossima partita di campionato o di coppa. In più, al termine della stagione 1973/1974, lo United retrocede in Second Division dopo 35 anni.

Tra il 1974 ed il 1984 inizia una nuova vita per George Best. Una vita sempre legata al calcio, ma lontano dai lustrini della First Division, delle notti europee e del calcio che conta per indossare maglie di squadre per la maggior parte improbabili tra Inghilterra (Stockport County, Fulham e Bournemouth), Irlanda (Cork City), Stati Uniti nella NASL (L.A. Aztecs, Fort Lauderdale Strikers e San Jose Earthquakes), Scozia (Hibernians), Australia (Brisbane Lions) e Nord Irlanda (Tobermore United).

Il 1974 è il cambio della guardia tra due talenti del calcio mondiale, due quasi coetanei, due che si pensa si possano spartire gli anni Settanta del calcio mondiale, ovvero George Best contro Johann Cruijff. Il “quinto Beatles” contro il “Pelé bianco”, “The Best“ contro il “Profeta del gol”. Peccato che le vite dei due calciatori siano agli antipodi, con Cruijff che non finisce mai sui rotocalchi o sulle riviste di gossip ed è un professionista serissimo. Per intenderci: nel 1974 Cruijff si porta a casa il terzo Pallone d’oro della carriera e con l’Ajax ha scritto la storia del calcio mentre Best è ancora fermo al Pallone d’oro del suo anno di grazia 1968 e nel 1974 è già (da almeno due anni) un ex giocatore. I due si affrontano due volte (entrambe in Nazionale) il 13 ottobre 1976 ed il 12 ottobre 1977 in partite di qualificazione ad Argentina 1978. Si dice che nella prima partita Best, lanciato verso l’area oranje, torni indietro e punti il “profeta del gol” facendogli una finta ed un tunnel, passando poi la palla ad un compagno e dicendo, almeno così narra la leggenda, al fuoriclasse olandese “Tu sei il più forte di tutti, ma solo perchè io non ho tempo!”.

Gli anni Ottanta di George Best sono anni che lo vedono lontano dal calcio: un matrimonio fallito con la modella e “coniglietta” Angela MacDonald-Janes, un figlio (Calum, nato nel 1981) con cui ha un rapporto conflittuale La salute, piano piano, sta diventando molta precaria. È un uomo in balia dell’alcol, tanto che si dice che beva una bottiglia di whisky al giorno. Forse lo dicono le malelingue, ma non si creda che Best sia andato molto lontano dal bere così tanto.

Il nuovo secolo per Best si apre con il ricovero in ospedale: fegato compromesso, il trapianto diventa inevitabile nel 2002. Aveva 56 anni. Nonostante ciò, due anni dopo, come se nulla fosse, ricomincia a bere e tanto.

Il 1° maggio 2000 era uscito, nelle sale cinematografiche, il film di Mary McGuckian incentrato sulla vita del talento nord irlandese interpretato da John Lynch. Il film ha un titolo semplice, ovvio e incarna la storia del giocatore ex United: “Best”.

George Best entra al “Cromwell Hospital” il 2 ottobre 2005 per un’infezione epatica e lì morirà cinquantaquattro giorni dopo. Non può ricevere un altro fegato visto che ha subito un trapianto tre anni prima (anche se dieci anni dopo si scopre che la morte dell’ex “quinto Beatle” fu dovuta ad un’overdose di farmaci immunosoppressori).

In quel soggiorno ospedaliero George Best è solo, dimenticato da tutti e pensa (forse) a cosa sarebbe stata la sua vita senza il calcio o comunque se non avesse fatto quella “vida loca”.

Il giorno delle sue esequie, tenute presso il Castello di Stormont, un tempo sede del Parlamento nord-irlandese, accorrono migliaia e migliaia di persone per salutare il campione ma anche l’uomo George, un uomo fragile e debole distrutto dai vizi, risucchiato da sé stesso. La sua tomba si trova al cimitero di Roselawn, alla periferia di Belfast, accanto ai genitori Dickie (morto nel 2018) e Anne (morta a 56 anni per una serie di problemi legati all’alcolismo). Una tomba uguale a tante altre perché nei cimiteri vige la legge del “davanti alla morte siamo tutti uguali” anche se si ha dominato la scena calcistica tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta.

Dal 22 maggio 2006 l’aeroporto di Belfast è intitolato all’ex calciatore, la sua casa al 16 di Burren Way è ora una sorta di museo e girando per la capitale nord irlandese si possono notare diversi murales che rendono Belfast al pari di Napoli per il culto di Diego Armando Maradona. E in merito alle figure di Pelé e del pibe de oro, lo stesso Best diceva, in maniera arrogante (quindi in Best style), “Pelè is good, Maradona is better, George is Best”.

Cosa è stato George Best, alla fine? Sicuramente un campione ed un’icona del calcio che poteva essere molto di più: nonostante facesse quello che voleva sulla fascia, con la sua velocità e la sua tecnica metteva in crisi il marcatore ed il portiere di turno, ma è stato un uomo problematico, con le sue paure, le sue insicurezza ed il fatto di essere stato più un personaggio da rivista rosa rispetto a riempiere le colonne dei quotidiani sportivi. Ha avuto un aura incredibile, ma è caduto su sé stesso. Diverse le frasi celebri a lui attribuite: “Ho speso gran parte dei miei soldi in alcol, donne e macchine veloci, il resto l’ho sperperato” oppure “Non so se sia meglio segnare un gol al Liverpool dopo aver dribblato quattro uomini o andare a letto con Miss Mondo. Ho fatto entrambe le cose”. È stato forse il primo calciatore divo della storia: si è bruciato come Icaro avvicinatosi troppo al sole.

Con George Best è diventata mitica, iconica e pesante (da indossare) la maglia numero 7 del Manchester United. Dopo il suo addio, l’hanno indossata a testa alta gente forte e carismatica come Bryan Robson, Eric Cantona, David Beckham e Cristiano Ronaldo e ancora oggi quel numero di maglia è riconducibile allo United.

Le sue cornee sono state donate: non si sa chi le abbia ricevute ma questa persona vedrà ora con gli occhi di quel ragazzo che ha scritto una grande pagina di calcio indimenticabile.

BIO Simone Balocco: Novarese del 1981, Simone è laureato in scienze politiche con una tesi sullo sport e le colonie elioterapiche nel Novarese durante il Ventennio. Da oltre dieci anni scrive per siti di carattere sportivo, storico e “varie ed eventuali”. Tifoso del Novara Calcio prima e del Novara Football Club dopo, adora la sua città e non la cambierebbe con nessun altro posto al Mondo. Collabora da tempo con la redazione sportiva di una radio privata locale e ha scritto tre libri, di cui due sul calcio. I suoi fari sono Indro Montanelli e Gianni Brera, ma a lui interessa raccontare storie che possano suscitare interesse (e stupore) tra i lettori. Non invitatelo a teatro ma portatelo in qualunque stadio del Mondo e lo farete felice.

3 risposte

  1. Pezzo stupendo. Il ricordo di un Grande che ha pagato a caro prezzo il voler essere un uomo libero, innanzitutto da sé stesso…
    Grazie Simone.
    ❤️🤍

  2. bellissimo articolo. Ricordo Best e come, all’oratorio, fosse etichetta per quelli che, al contrario di me, davano del tu in modo impressionante alla biglia.

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