IL CAVALLO DI TROIA DEL MILAN

Mediterraneo orientale, Asia Minore, Ellesponto, collina di Hissarlik.

Polverosi campi di battaglia da ormai un decennio scenario logorante, anche se meravigliosamente intriso di  ineguagliabile ed inestimabile rilievo storico e mitologico, dei combattimenti fra Achei e Troiani.

Schieramenti ormai esausti.

Seppur la gloria.

Seppur l’onore.

Seppur l’immortalità.

Sfiniti dall’ineluttabile protrarsi del conflitto, i Greci costruiscono “per divina arte di Pallade” un cavallo “a misura di monte” intessendone i fianchi di abete.

Ivi giacciono i guerrieri di Agamennone. Guidati da Ulisse, ideatore del maestoso inganno.

Celati all’interno dell’imponente ligneo manufatto sperano che i Troiani, non scorgendo traccia del nemico che si suppone dipartito e addirittura caritatevole di un dono, obnubilati dalla sensazione di constatare l’ebbrezza dell’avvenuto trionfo, li conducano all’interno delle mura della città.

Il silente arenile, senza alcuna nave achea, senza armamenti, senza lance, senza scudi, contribuisce ad abbassare la soglia della diffidenza.

Si diffonde la certezza che i nemici abbiano deciso di ritirarsi e salpare alla volta di Micene.

Il cavallo è interpretato come un generoso regalo di Atena.

Non da tutti.

Alcuni suggeriscono di disfarsene gettandolo in mare o dandolo alle fiamme poiché rappresentazione di un presumibile tranello ideato da Odisseo.

“Timeo Danaos et dona ferentes” ( temo i greci anche quando portano doni) ammonisce Laocoonte, sacerdote del dio Poseidone che però non gode delle simpatie del re Priamo e di suo figlio Ettore.

La perfetta sceneggiata di Sinone acceca  definitivamente i troiani.

Il cavallo di legno è condotto nell’Ilio.

Il nemico portato in casa.

E quando il nemico si porta in casa, gli si concede campo, si soccombe all’altrui estrema e strenua volontà di non capitolare, si declassa l’astuzia e la genialità, si arretra verso la propria rocca,  rendendola non più difendibile proprio perché tanto difesa e paradossalmente si spalancano le porte d’ingresso al nemico, il nemico vince.

Nel pollaio.

Perché si può essere anche polli.

Ma i lupi vanno tenuti lontano dal pollaio.

E i polli avrebbero la possibilità di non essere deliberatamente tali.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

Una risposta

  1. Pezzo evocante gli anni del ginnasio quando ci si scervellava a consegnare in tempo il compito in classe
    dell’inamata ma imposta conoscenza dell’idioma ellenico.
    La metafora del cavallo di Troia intrufolatasi nottetempo nella parte alta della classifica rappresenta un vitaminico viatico per il tribolato Milan con il suo ex e vincente fantino Max in groppa…con la speranza che il suo galoppo non si affievolisca nella lunga corsa per riconquistare il trono!
    Grazie Andrea per questo speranzoso contributo!

    Massimo 48

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