Per il terzo anno consecutivo ho l’opportunità di frequentare presso l’Università Cattolica di Milano alcune lezioni del Corso di “Teoria, Tecnica e Didattica degli sport individuali e di squadra”, dedicato al GIOCO DEL CALCIO, tenuto dal Prof. Antonello Bolis e coordinato da Edgardo Zanoli, assistiti da Elena Vagni, all’interno del Corso di Scienze Motorie e dello Sport. Proporrò, in una serie di articoli, le note raccolte in aula. Sono appunti sparsi, forse non così chiari ma da cui si possono trarre numerosi spunti.
La lezione è tenuta da Stefano Baldini e segue quella tenuta da Matteo Moranda a cui non ho potuto partecipare.
Baldini si propone di rivedere quanto appreso finora dagli studenti rivedendolo secondo la sua prospettiva. Questo il suo esordio: “La parola metodologo mi piace se viene intesa con un’accezione di ricerca, se si intende l’andare in profondità, capire determinate cose, evolvere rispetto al conosciuto, non solo in ambito calcistico. Il calcio è molto più complesso di quanto molti media ma anche le chiacchiere da bar ci vogliano far credere. Il gioco del calcio è legato a dinamiche, non solo tecniche ma anche emotive, cognitive, in modo molto specifico perchè per giocarlo bene e comprenderlo non è sufficiente essere intelligenti nell’accezione più comune del termine (detto che ormai si è scoperto che esistano più intelligenze). Negli hanno ho avuto la possibilità di affiancare atleti di altissimo livello che sono arrivati a giocare anche in Champions’ League e vi posso garantire che la differenza tra le intelligenze, collettiva, matematica, emotiva e l’intelligenza calcistica è clamorosa: ragazzi che dal punto di vista dell’intelligenza cognitiva erano in difficoltà, in campo capivano tutto, capivano il gioco, le relazioni al suo interno, le dinamiche di gioco: anche questa è intelligenza”.
“Un corso di calcio così come quello che state frequentando vi è utile a prescindere rispetto a ciò che pensate di fare in futuro”.
“Al netto dei principi di gioco questo corso ha valenza anche per tutti gli altri sport di squadra: pallacanestro, pallavolo, rugby, pallamano, pallanuoto…Perchè? Perchè quando si entra nelle dinamiche relazionali e della performance si va nella direzione della specificità. Nel suo percorso, racconta Baldini, ha lavorato anche con una squadra di pallanuoto ed è incredibile come sia più comprensibile la dinamica di specificità. Perchè secondo voi? chiede Baldini agli studenti. Possiamo allenarli fuori dalla piscina? Dovremo farli scendere in acqua! Per allenare, a parte ciò che concerne gli aspetti legati alla prevenzione degli infortuni, devo, necessariamente, entrare in acqua…ecco che tutto è specifico, a cominciare dal contesto! Nel calcio sosteniamo invece che non avere il campo non sia così importante e ciò, ci deve portare, almeno, a riflettere”.
“A voi – continua Baldini – è stato presentato un corso che è legato ad un approccio metodologico comune e condiviso: tutte le figure che mi hanno preceduto e quelle che mi seguiranno hanno avuto e avranno un approccio legato alla complessità, alle dinamiche sistemiche, alla specificità. Attenzione! Non vorrei che possa passare l’idea che questo filo conduttore appartenga solo ed esclusivamente ad un determinato gruppo di lavoro (“perchè loro fanno così!”) e quindi sono in contrapposizione, in contrasto con qualsiasi altro approccio. Baldini ricorda di aver cominciato ad allenare molto presto, quando frequentava l’ISEF (le Scienze Motorie di un tempo) nel 1993 che, ISEF che, va ricordato, preparava solo ed esclusivamente per insegnare nelle scuole. Non c’era un approccio formativo per diventare una figura professionale diversa da quella dell’essere un insegnante di educazione fisica alle scuole medie o alle superiori”.
Perchè questa premessa? Perchè, dice Baldini, facendo parte di questo gruppo che condivide un certo approccio metodologico, si ritiene uno di quelli che, nel suo percorso trentennale, ha iniziato a fare una serie di sperimentazioni con la volontà di mettersi in discussione, con la curiosità anche, verso chi, come lui, aveva solo un background provinciale, fatto però di tanti anni di esperienza, di sperimentazioni, di messa a terra di quelle che erano le idee, con la volontà di ricercare – teoria e pratica, pratica e teoria, si conosce una cosa la si sperimenta, mentre si sperimenta subentra qualcos’altro che porta a riteorizzare e ancora a sperimentare mettendo insieme tutti i pezzettini – perchè poi la ricerca è questo.
Quel modo di intendere, di capire il calcio non è mio, dice Baldini, non è nostro ma è l’evoluzione delle conoscenze che oggi abbiamo a disposizione e che ci dice che questa sia la strada da seguire dal punto di vista metodologico. Chi dice il contrario è fermo a un pensiero di 35/40 ani fa. Pensiero e metodo che tra l’altro, sottolinea Baldini, lui stesso seguiva. Se oggi fosse ancora fermo sulle convinzioni di allora…sarebbe un problema!!! “È mio dovere – afferma- in quanto metodologo, studioso, ricercatore, capire in che direzione va l’insegnamento, l’apprendimento, dove ci portano le neuroscienze, le dinamiche relazionali, le dinamiche psico-sociali. Perchè? Perchè oggi parliamo di complessità? Trentacinque anni fa di complessità non si parlava. Non se ne parlava non perchè non eravamo d’accordo con la complessità ma, semplicemente, perchè non avevamo gli strumenti per parlare di complessità. Nel 1990 insegnavamo in un modo che per il 1990, era corretto, oggi non lo è più!
“Ve lo voglio mostrare il perchè – incalza Baldini – è il mio percorso – dice.
Stefano allenava in quel modo senza sapere perchè allenasse in quel modo. L’ha scoperto dopo. L’ha scoperto subentrando all’allenatore della squadra di “pulcini” della società per cui stava giocando (Serie D) e si era trovato a dover utilizzare gli strumenti di cui era a conoscenza.
Quali erano? Non potevo certo – racconta – ricordare come ero stato allenato in età da “pulcino” e, pertanto, i riferimenti erano l’allenatore avuto nell’anno precedente (in Promozione) e l’allenatore che mi allenava in quel momento. Il problema era che dovevo allenare una squadra di “pulcini” e il ragionamento fatto fu il seguente: se noi adulti facciamo 10 giri di campo ai “pulcini” ne faremo fare 2 o 3, le 5 serie di skip diventeranno 2, poi un pallone a testa, qualche passaggio tra i giocatori cui seguiva un fila infinita di coni per far fare gli slalom – quando il primo giocatore arrivava al quarto cono, doveva partire il secondo così, nella fila di 74 coni (nr.inventato), ad un certo punto tutti i giocatori erano impegnati – e io mi compiacevo, cosi come si compiacevano i genitori che seguivano gli allenamenti da fuori (che bello..che ordine – erano i commenti).
Era sbagliato tutto ciò? No, non era sbagliato – continua Baldini – era il 1990, non avevo strumenti, studiavo all’ISEF ed eravamo fermi alla biomeccanica del gesto, alla fisiologia, alla pompa sodio-potassio. Lo studio della biomeccanica ci diceva che la tecnica fosse importante, una tecnica decontestualizzata – imparo la tecnica e quando sono bravo tecnicamente posso entrare nel contesto del gioco – era giusto? Si!
Allora, nel 1993, era giusto. Sarebbe sbagliato, dal punto di vista metodologico, se, anche oggi, avessimo lo stesso approccio. Siamo nel 2025 e sappiamo che i processi di apprendimento e i processi cognitivi non funzionano così. Non lo diciamo noi, non lo dicono Stefano Baldini, Filippo Galli, Edgardo Zanoli, Domenico Gualtieri, Antonello Bolis, Matteo Moranda e via dicendo..lo dicono le neuroscienze, lo dice chi studia le teorie e le scienze dell’apprendimento e del controllo motorio. Per cui chi ha ancora quel pensiero legato al suo sapere, che considera unico e incontestabile, è necessario che sappia che è ormai superato, anacronistico, non vale più. Certo poi viviamo in un mondo in cui esistono guru, santoni e via dicendo. Ognuno è libero di scegliere ma è necessario che sappia come funzionino i processi. Questa è la domanda che dobbiamo porci. Ho conoscenza di come funzionino i processi? Conosciuto il funzionamento dei processi, deciderò il metodo da mettere in atto nell’ambito delle mie mansioni.
Come sostiene il filosofo e sociologo francese Edgar Morin “le relazioni e la loro complessità sono un elemento fondamentale nei processi di crescita”.

Morin è nato nel 1921, 104 anni fa! All’età di circa 75 anni (!) ha cominciato a parlare di complessità. Uno straordinario esempio a proposito di mettersi in discussione! Traslando la definizione di complessità – SI HA COMPLESSITÀ QUANDO SONO INSEPARABILI I DIFFERENTI ELEMENTI CHE COSTITUISCONO UN TUTTO – nel gioco del calcio cosa ci viene in mente? Quali sono gli elementi imprescindibili nel calcio? Sono i COMPAGNI, gli AVVERSARI, il CAMPO (LE PORTE) e il PALLONE.
Attenzione, dice Baldini, bisogna stare attenti perchè altrimenti si rischia di banalizzare che non significa semplificare… è tutt’altra cosa!. Rendere semplice la complessità è l’aspetto più difficile, banalizzarla è molto più facile! A questo punto potremmo pensare che, dal punto di vista metodologico, sia sufficiente far giocare la partita perchè essa rappresenta la complessità del gioco. Sarebbe corretto secondo voi dal punto di vista metodologico? Risponde uno studente: No!
Perchè?- chiede Baldini – Imparate sempre a chiedervi il perchè delle cose, delle azioni. Pensate alla partita. Per quanto sia sempre emotivamente, tecnicamente e cognitivamente coinvolto rispetto alle scelte che deve fare, quante volte, nei minuti della partita, il giocatore tocca il pallone? Tante o poche, rispetto ad un allenamento? Poche, risponde un ragazzo.
Questo può essere un limite, sottolinea Baldini. La chiave di lettura è proprio qui. Qual’è l’obiettivo dell’allenamento?
Baldini a questo punto pone la domanda “Quanti Km percorre mediamente un giocatore, indipendentemente dal ruolo, in una partita? Possiamo convenire che ne percorra dai 9 ai 12 km, in base ai ruoli, all’interpretazione del gioco ecc…Il preparatore atletico ragionando sui km percorsi dal giocatore (assumiamo 10Km per facilità di calcolo) quanti km farà percorrere al giocatore, in allenamento ,per fare in modo che i 10 km della partita siano percorsi con qualità? “Più del doppio” è la risposta dell’aula.
Bene dice Baldini, allora passatemi il parallelismo – se il giocatore in una partita tocca 50 palloni, per fare in modo che quei 50 palloni li giochi nella maniera più corretta possibile (detto che gli errori facciano parte del gioco e dei processi di apprendimento), quanti palloni dovrà toccare in allenamento nel corso della settimana? La risposta tarda ad arrivare, qualcuno risponde che dipende dal ruolo.
Ecco – dice Baldini – qui c’è l’inghippo metodologico! Non è solo quante volte tocca il pallone ma come lo tocca. La cosa migliore sarebbe replicare la partita così, più o meno, ne toccherebbe quanti ne tocca e come li tocca in partita. Il problema è che, se gli facessi giocare ogni giorno una partita, per tutta la settimana, arriverebbe affaticato al weekend.
Dovrò pertanto trovare delle strategie metodologiche che consentano al giocatore di toccare durante la settimana il maggior numero di palloni dentro la specificità del gioco, dentro la sua la complessità. È chiaro che sia diverso dal toccare mille palloni eseguendo slalom tra i coni con l’obiettivo di giocarne 50. Allo stesso modo non ha senso correre ad alta intensità 20 km durante la settimana per essere in grado di correrne 10 in gara. Perchè? Perchè in entrambi i casi non c’è alcuna specificità. Perchè NON FUNZIONA COSÌ! Non possiamo separare l’aspetto tecnico-tattico, da quello fisico-atletico. Lo dice Stefano Baldini? No! Lo dicono gli studi, Stefano ha solo cercato di capire come funzioni.
Allora qual’è il metodo più efficace per fare in modo che il giocatore possa performare dal punto di vista tecnico e dal punto di vista fisico?
Baldini porta alcune sue esperienze, tra cui il confronto con un amico maratoneta che gioca a calcio per diletto. Chiede ai presenti come mai succeda che un atleta che percorre 42 km in meno di 3h, in una partita 7vs7 di 25′ per tempo, al 5′ del secondo tempo, si fermi, si pieghi sulle gambe e dica: “sono scoppiato!”. Giocare a calcio è un’altra cosa! La prestazione del maratoneta è lontana anni luce da quella del calciatore. Lo stesso, ricorderete, è accaduto ad Usain Bolt quando si è allenato con il Borussia Dortmund. Un flop o giù di lì. Allo stesso modo, se si proviene dalla pesistica, oppure dall’atletica, dal mezzofondo, dai salti o dalla velocità, cosa si dovrà fare se si arriva nel calcio? Se proponessimo quello che si è fatto nel contesto da cui si arriva commetteremmo un errore. E si, perchè ciascun sport ha la sua specificità e le competenze specifiche di un contesto non necessariamente valgono in un altro. Occorre conoscere la specificità dello sport e occorre saper leggere il contesto. Capire cosa si deve fare, come lo si deve fare e per quanto tempo lo si deve fare.

Ecco che allora il modello cognitivista (slide sopra) che è stato per anni il riferimento dal punto di vista metodologico (inizio anni ’50 fino ad oggi in realtà perchè ci sono ancora tanti allenatori che lavorano pensando a questo tipo di approccio) oggi non è più sufficiente. Questi erano i punti che lo contraddistinguevano:
- Il CERVELLO È UN ELABORATORE DI INFORMAZIONI, la METAFORA più semplice a cui far riferimento è quella del COMPUTER.
- PUÒ ESSERE PROGRAMMATO. Quindi immaginate il vostro cervello come un computer, e io allenatore lo programmo attraverso ISTRUZIONI e CORREZIONI.
- PERCEZIONE e AZIONE SONO PROCESSI SEPARATI, quindi non mi interessa quello che percepisco, l’importante è quello che faccio
- LA RIPETIZIONE DEL GESTO forma IL PROGRAMMA MOTORIO
- LA PRESA DI DECISIONE è un PROCESSO MENTALE ELABORATO e SEPARATO DALL’AZIONE
Immaginiamo ora il Prof.Baldini, studente ISEF, che, sulla scorta di quello che gli dicevano nelle lezioni preparava un allenamento.
Facciamo un esempio: Baldini deve insegnare ai propri giocatori la guida della palla. Scelto il gesto, lo programma attraverso istruzioni e correzioni e quindi suggerisce e mostra ai giocatori cosa fare: appoggia il piede così, spingi la palla in avanti con l’altro, attento perchè il pallone è troppo sotto, usa il destro, usa il sinistro ecc..
Percezione e azione, si è detto, sono processi separati e quindi non ci interessa dove siamo, se ci siano le porte, il campo, gli avversari. A questa stregua metto quei 74 coni in fila dicendo al giocatore/bambino o bambina – spingilo con il dx, spingilo con il sx, usa l’interno e l’esterno del piede, un tocco, due tocchi, quattro tocchi tra un cono e l’altro…lo sto programmando, sto dando istruzioni! Non siamo dentro il contesto. Ripetiamo il gesto e programmiamo lo schema motorio, facendo diventare bravo il giocatore a fare quella cosa tanto poi, quando andrà in campo, poichè la decisione è un processo mentale elaborato, avrà il controllo motorio, alzerà la testa, guarderà in avanti, capirà che può condurla e lo farà.
Quando però si renderà conto di non poterlo fare, perchè si troverà di fronte un avversario, e dovrà eseguire un passaggio, cosa farà? Si troverà in difficoltà e penserà: “e no, il passaggio non l’abbiamo ancora fatto, non ho ancora le istruzioni necessarie, abbiamo fatto solo la conduzione!” Quindi, dopo un mese, secondo il modello cognitivista, una volta acquisita l’abilità della conduzione introdurremo il passaggio e la ricezione. Metteremo il giocatore con un compagno, oppure con due o con tre, a passarsi la palla, possibilmente dietro ad un cono, possibilmente con delle linee di gioco e sarò io, l’allenatore, a stabilire il piede da usare, la direzione del controllo e il senso di rotazione dell’esercizio, se orario o antiorario – cosa sto facendo? STO PROGRAMMANDO.
Qual’è il problema? Semplice! Alla fine della settimana la squadra dovrà andare a giocare la partita. Come faranno a giocare i bambini se non hanno istruzioni per il passaggio?

Ricapitoliamo. Sempre considerando il percorso del Prof. Baldini, vi erano alcuni assiomi dati per scontati:
– NON TENGO CONTO DEL CONTESTO, LA TECNICA È L’OBIETTIVO DELLA DIDATTICA, LA RIPETITIVITÀ DEL GESTO È LA BASE DELL’APPRENDIMENTO (AUTOMATISMO).
Lo sviluppo tecnico pone enfasi sulla BILATERALITÀ (dx e sx), quale sia il piede abile non interessa. Grande importanza alla BIOMECCANICA DEL GESTO: dove va il piede calciante, dove si appoggia l’altro, tenere la palla davanti, è troppo lontana, è troppo vicina…e poi il tema del CONO: cosa rappresenta? L’avversario. Quindi superando il cono si superava l’avversario, si eseguiva il dribbling…vedete quante cose si facevano – dice il Prof.
C’è un piccolo problema…l’avversario è un cono?? Che particolarità ha il cono? È fermo!…L’avversario è fermo? No! Anche qualora l’avversario non fosse così bravo, non sarebbe fermo ma si muoverebbe determinando, a quel punto, una SCELTA.
Saltando una parte del percorso metodologico e delle teorie che lo sostenevano, si arriva all’APPROCCIO PSICOSOCIALE, prima ancora definito MODELLO ECOLOGICO (che richiama all’ambiente), che tiene cioè conto dell’ambiente, inteso come contesto, e della RELAZIONE TRA INDIVIDUO e CONTESTO.

In questo modello NON ci sono RISPOSTE PREDETERMINATE, il giocatore si AUTO-ORGANIZZO…nello slalom e nei passaggi, non è più l’allenatore che predetermina le risposte.
PERCEZIONE e AZIONE sono PROCESSI INTEGRATI, in realtà non so se PERCEPISCO PER AGIRE o AGISCO PERCHÈ HO PERCEPITO. Si è scoperto che NON È VERO che il PROCESSO DECISIONALE è UN PROCESSO ELABORATO…Vivo il contesto e nella percezione agisco, agisco e percepisco senza soluzione di continuità.
È UN PROCESSO CIRCOLARE, lo dicono coloro che studiano questi processi. Certo li possiamo mettere in discussione: siamo nel 2025 e ci sono i terrapiattisti, c’è chi nega il covid, quelli che dicono che è tutto un complotto, quelli che dicono che l’uomo non è mai stato sulla luna ecc..ecc..
Cerchiamo comunque di comprendere. Il SISTEMA DINAMICO NON È LINEARE, quindi è imprevedibile: perchè con un avversario di fronte non posso andare da un punto A a un punto B come faccio in presenza dei coni? La risposta è semplice: perchè l’avversario si muove e cerca di impedirmelo. Nella realtà infatti, a volte devo andare verso dx, a volte verso sx, a volte devo tornare indietro per poter avanzare meglio, a volte devo entrare nel campo conducendo, a volte devo conquistare campo con un passaggio avanti, a volte posso guadagnare tempo usando un passaggio indietro per trovare lo spazio libero in avanti…quante variabili abbiamo? Tutto ciò che è lineare, come la guida della palla, per quanto sia intervallata dai coni, non ha nulla a che fare con la complessità del gioco.
Quindi non linearità ma VARIABILITÀ DI ESECUZIONE COME ESPRESSIONE DI FLESSIBILITÀ. Sono costantemente all’interno di un PROCESSO VARIABILE.
Ancora il Prof: Qual’è l’ultimo passo fatto nel mio percorso attraverso i diversi approcci metodologici?
IL GIOCO E LA SUA COMPLESSITÀ COME STRUMENTO DI APPRENDIMENTO

Scelgo un’IDEA DI GIOCO che costituisca sia IL PUNTO DI PARTENZA sia L’OBIETTIVO FINALE del processo di apprendimento.
Scelgo come voglio giocare. È la scelta da cui partire che ci permette di tener conto del contesto. Poi, in base a come scegliamo di giocare, determineremo UNO STILE DI GIOCO di un certo tipo.
Che differenza c’è tra IDEA DI GIOCO e STILE DI GIOCO? Proviamo a spiegarlo con un esempio.
Tizio e Caio hanno la stessa idea di gioco che definiremo FORMATIVA, che ha come obiettivo il miglioramento del giocatore. Entrambi vogliono un calcio propositivo, di principi. Stabilito ciò, Tizio utilizza uno stile, Caio ne propone un altro. È possibile? Si!
Facciamo un esempio nell’esempio: Entrambi vogliono, come detto, UN CALCIO PROPOSITIVO, un CALCIO CORAGGIOSO, Tizio però lo vuole verticale, veloce e aggressivo in avanti; Caio lo vuole di possesso, di relazione, posizionale, fatto di conquista graduale del campo e di occupazione degli spazi. STESSA IDEA DI CALCIO FORMATIVA MA STILI DI GIOCO DIVERSI PER REALIZZARLA.
È lo stile che determina la differenza e la differenza eleva l’idea. L’idea deve essere condivisa, soprattutto nei settori giovanili. Quale può essere L’ANTITESI ALL’IDEA DI CALCIO FORMATIVO? La proposta di UN CALCIO CHE MIRI SOLO ALLA VITTORIA che, probabilmente, soddisfi l’ego dell’allenatore. Anche questa è un’idea. È sbagliata? È un’idea! Non ci piace ma è un’idea.
Il problema è successivo: Se si ha questo tipo di idea, come si allenerà la squadra? Come si affronterà la partita? A questo punto uno studente racconta di un allenatore che durante le partite esortava la propria squadra a fare falli “non visibili”, non vistosi. Uno STILE che potremmo definire SPECULATIVO, FINALIZZATO ESCLUSIVAMENTE AL RISULTATO e anche SCORRETTO. L’allenatore lavora in particolar modo sull’idea di creare un gruppo grintoso, battagliero, coeso, in cui si parli continuamente di sacrificio, che abbia come principale obiettivo distruggere la proposta di gioco degli avversari. Legittimo? Si! A noi non piace, sottolinea Baldini, ma è legittimo.
Baldini torna a spiegare la slide precedente (IL GIOCO COME STRUMENTO DI APPRENDIMENTO): la TECNICA NON È PIÙ UN FINE MA UNO STRUMENTO che serve a giocare, NON SOLO AZIONI ma INTER-AZIONI, le REL-AZIONI sono CON I COMPAGNI (COLLABORATIVE) E CON GLI AVVERSARI (OPPOSITIVE).
Gli AVVERSARI diventano DETERMINANTI PER LE SCELTE DI GIOCO. Le scelte di gioco determinano ciò che avverrà in campo e ci diranno a che punto siamo dal punto di vista della COMPRENSIONE e dell’ APPRENDIMENTO.
Fatte queste premesse ora occorre decidere QUALE GIOCATORE VOGLIAMO FORMARE.

In base al tipo di giocatore che vogliAMO formare devo metter in atto i necessari processi metodologici. Solitamente sono i corsisti a suggerire le qualità e le competenze del giocatore ma, per ragioni di tempo, Baldini, sulla scorta dell’esperienza, inserisce quelle elencate nella slide qui sopra e chiede ai corsisti se siano d’accordo. Quale vi incuriosisce di più? CHE SAPPIA SCEGLIERE – è la risposta di gran parte del’aula.
Si discute poi sull’essere CURIOSO e Baldini, in tal senso, porta l’esempio del lavoro che sta facendo con l’utilizzo della video-analisi con i ragazzi di una squadra di Eccellenza. Si eseguono video-analisi delle dinamiche del collettivo, dei principi di gioco e, finite le riunioni, alcuni dei giovani giocatori coinvolti nell’analisi della situazione di gioco (NB- in campo i giocatori sono diligenti e disciplinati ma non abbiamo elementi per dire che siano curiosi), chiedono di rivedere le immagini perchè vogliono capire meglio…questa è curiosità! Vi sono giocatori che non hanno mai chiesto un video individuale o un’ulteriore discussione su quanto visto, magari sono quelli che hanno vinto tanto, tutto, eppure possiamo considerarli ancora migliorabili…NON SONO CURIOSI, SI BASTANO! Del resto che vantaggio avrebbero se mettessero in discussione i propri comportamenti, le proprie conoscenze, il proprio vissuto? Hanno vinto tutto. Eppure, forse, avrebbero potuto essere ancora più forti.
Se parliamo invece di giocatore CORAGGIOSO all’interno di un’IDEA DI CALCIO FORMATIVO, può significare, ad esempio, per un difensore, prendersi la responsabilità della prima giocata, durante la costruzione dal basso. In una situazione del genere quanti aspetti del giocatore sono coinvolti? Tanti: PERSONALITÀ, aspetto TECNICO, quello della SCELTA e l’attitudine alla COLLABORAZIONE.
Certo il difensore potrebbe evitare la situazione complessa e calciare lungo. Così facendo però perderebbe un’opportunità di COLLABORAZIONE, di SCELTA, di vivere esperienze dal punto di vista TECNICO di un certo tipo, non solo per lui ma anche per tutti i compagni che sarebbero coinvolti nella situazione complessa. Se l’unico obiettivo dichiarato è la vittoria, e quella situazione comporta dei rischi per i giocatori e per l’allenatore che, perdendo la partita, rischierebbe l’esonero perchè perde punti in classifica, l’unica scelta che rimane è disfarsi del possesso della palla calciandola in avanti.
Per poter formare un giocatore con le caratteristiche elencate nella immagine sopra è necessario utilizzare uno stile di gioco che sia coerente con l’obiettivo. COME VOGLIO GIOCARE? Che caratteristiche deve avere la proposta di gioco che, ricordiamolo, è il MEZZO PIÙ ALLENANTE?

Qual’è la caratteristica in cui vi ritrovate di più? – chiede Baldini – COLLABORATIVA e DI RELAZIONE – suggerisce, poi chiede…Perchè ho inserito DIVERTENTE e, soprattutto, dove è stata inserita questa caratteristica nell’immagine qui sopra? Esattamente sotto la caratteristica OFFENSIVA E DI POSSESSO. Immagino che vi chiederete il perchè. Perchè credo ci si diverta di più quando abbiamo la palla. Credo che sia divertente ma sia anche FATICOSA perchè passa dalla COLLABORAZIONE, dalle RELAZIONI, dall’ORGANIZZAZIONE.
L’idea di gioco deve stare dentro IL CICLO DEL GIOCO.

Il ciclo del gioco deve essere allenato in tutte le fasi del gioco. Per comodità abbiamo diviso il campo in tre zone e distribuito le fasi di gioco, ZONA 1 = COSTRUZIONE DEL GIOCO, ZONA 2 = SVILUPPO DELLA MANOVRA, ZONA 3 = RIFINITURA E FINALIZZAZIONE. La fase difensiva, ovviamente, è presente in tutte e tre le zone.

Baldini precisa come consideri necessario il coinvolgimento del portiere per definire di essere nella fase di COSTRUZIONE DEL GIOCO. In qualsiasi zona di campo dove non sia coinvolto il portiere la definisce fase di SVILUPPO DELLA MANOVRA. Qualora nello svolgersi dell’azione la palla tornasse indietro e si utilizzasse il portiere saremo nuovamente nella fase di COSTRUZIONE DEL GIOCO.

Baldini fa ora un esempio: Devo organizzare una seduta di allenamento, parlo allo staff e prevedo un “gioco situazionale” in ZONA 1 (quella di costruzione del gioco se è coinvolto il portiere). Dal punto di vista metodologico, pensando agli interpreti, di chi avremo bisogno? Tra gli altri, del portiere e, pertanto, dovremo parlare con il preparatore dei portieri e poi si dovranno tenere in considerazione gli spazi adeguati e il fatto che, se gioco con il portiere in zona 1 (che si giochi a 7, a 5, a 9, a 11), debba costruire tenendo conto del contesto esistente in una situazione di gioco in zona 1. Dovremo cioè tener conto di tutti quegli elementi che determinano la complessità (tra cui gli avversari) per fare in modo che il portiere e ciascun giocatore vivano quell’esperienza.
Se il giorno successivo penso ad uno sviluppo e ad un gioco in zona 2 posso organizzare il lavoro in un altra modalità? Possono non esserci i portieri? Si, possono non esserci. Perchè? Perchè lavorando in zona 2 non avrò bisogno del mio portiere a sostegno nè di quello “avversario” perchè non andrò a tirare in porta. Lavorerò sull’occupazione dello spazio, sulle posture, sulle relazioni, sul conquistare campo progressivamente e magari, affinchè non stiano sempre dentro uno spazio vincolato, metterò una zona di meta, e potrò anche aggiungere delle porticine in cui fare goal.
Il terzo giorno vorrei lavorare in zona 3, zona di rifinitura e finalizzazione e quindi lavorerò vicino alla porta avversaria, ed è chiaro che avrò bisogno del portiere “avversario”. È probabile che lavorerò meno sulla finalizzazione e più sulla rifinitura perchè dentro la complessità i tiri che riuscirò a fare saranno esigui.
Baldini ribadisce – Dal punto di vista metodologico dovremo RISPETTARE IL CICLO DEL GIOCO e per rispettarlo dovremo creare in ciascuna zona del campo delle situazioni attive tenendo conto degli elementi che ne costituiscono la complessità-.
Altro esempio: La palla è in possesseo degli avversari e siamo in zona 3, che comportamenti dovremmo metter in atto in funzione dell’idea di gioco? Cosa possiamo decidere di fare nel ruolo di allenatore?
Pressing alto se voglio essere offensivo e aggressivo altrimenti potrei abbassarmi un pochino, essere meno aggressivo e compattarmi un po’, però non sarei in linea con lo stile che ho scelto. Perchè sarebbe coraggioso e aggressivo portare pressione alta? Perchè lascerei i miei difensori in parità numerica con tanto campo alle loro spalle e gli avversari potrebbero calciare la palla proprio lì per andare a concludere verso la nostra porta (del resto è ciò che presumibilmente accadrà in partita).
Se decido di andare a pressare alto e rubo palla provo subito a fare goal se invece gli avversari sono bravi e riescono a muovere palla e la recuperiamo in una zona di campo piu bassa, a questo punto, avendo di fronte diversi avversari ed avendo tutti i compagni dietro la linea della palla, cercherò di consolidare il possesso e proverò ad organizzare l’azione offensiva.
Tutto ciò va allenato!
Baldini porta un altro scenario di gara: Se invece la nostra squadra avesse il possesso palla al limite della nostra area e gli avversari decidessero di pressare uomo su uomo la scelta potrebbe essere di lanciare in avanti magari in una determinata zona di campo, negli spazi più consoni a quello che vorrei fare, magari dove avrò mandato alcuni giocatori per il duello aereo e/o per conquistare palla sulla respinta.
Se invece gli avversari ci attendono portando pressione in avanti con un numero minore di giocatori, potremmo decidere di giocare per avanzare nel campo. L’alternativa è sempre quella di calciare lungo in avanti ma, se vogliamo formare giocatori di personalità, che si assumano la responsabilità della prima giocata, che sappiano riconoscere la superiorità numerica, dobbiamo provare ed insistere affinchè i nostri giocatori provino a giocare, consapevoli del rischio che ne consegue.
Baldini a questo punto, pur non avendo portato a termine la parte metodologica, apre al tema del ruolo e della funzione del preparatore atletico con una domanda agli studenti: Dando per scontato che l’ALLENATORE DEBBA CONOSCERE QUANTO CI SIAMO DETTI FINORA, secondo voi deve conoscerlo anche IL PREPARATORE ATLETICO? La risposta è un timido sì.
Quale potrebbe essere l’interpretazione del proprio ruolo da parte del preparatore atletico in questo approccio metodologico, un’interpretazione che sia funzionale all’idea e allo stile di gioco presentato nella lezione? Partiamo, dice Baldini, da quando la dinamica di condizionamento fisico diventa necessaria, quando cioè, indicativamente, si comincia a giocare a 11, 35′- 40′ per tempo, volume di gioco importante, dimensioni del campo, fisico magari non ancora pronto, carico esterno, carico interno, che cominciano ad essere abbastanza simili dal punto di vista dello sforzo alle partite degli adulti. Da questo momento la figura del preparatore atletico diventa fondamentale.
quali possono essere gli strumenti del preparatore e se li avesse cosa potrebbe fare? Come fa, ad esempio, a monitorare il carico esterno? Qual’è lo strumento che lo misura? Silenzio prolungato in aula poi arriva la risposta: il GPS!
Qual’è invece lo strumento che misura il carico interno? Il CARDIOFREQUENZIMETRO!
Al termine della seduta il preparatore scarica i dati e verifica il volume dell’allenamento: il giocatore ha percorso X metri ad alta intensità, Y metri a bassa intensità e tutta una serie di parametri tra cui – velocità, sforzo cardiaco, volume, intensità.
MONITORAGGIO DEL CARICO. Il lavoro di analisi post allenamento/gara è dunque decisivo, è un compito, una competenza, una funzione da cui il preparatore atletico non può prescindere. È necessaria da parte sua una grande conoscenza dei software degli strumenti, la capacità di analisi del carico e della sua distribuzione nella settimana.
Per concludere, dice Baldini, vorrei lasciarvi con una riflessione:
Come può il preparatore atletico interagire con l’allenatore? Cosa può manipolare con l’allenatore? Quali sono le componenti che può manipolare nella seduta? In altre parole, se voglio costruire un’esercitazione, quali sono gli elementi di questa esercitazione che possiamo manipolare per aiutare l’allenatore partendo dal presupposto che vince il principio tattico e quindi non posso fare un’esercitazione che sia lontana dall’idea di gioco del Mister?
Mantenendo le interazioni di gioco e i principi di gioco che caratterizzano lo stile dell’allenatore e quindi della squadra quali sono gli elementi che il preparatore atletico può manipolare, sia che voglia dare all’esercitazione una valenza più muscolare piuttosto che una valenza più estensiva?
Il preparatore atletico può agire sul NUMERO DI GIOCATORI e sullo SPAZIO in cui viene svolta l’esercitazione. Questo è il lavoro del preparatore atletico.
Se voglio fare un LAVORO PIÙ MUSCOLARE, utilizzerò spazi aperti o chiusi? Spazi grandi o spazi piccoli?
Spazi piccoli risponde l’aula. Quindi accelerazioni e decelerazioni, brevi, intense.
Se poi voglio lavorare a LIVELLO ESTENSIVO perchè non ho raggiunto determinate velocità perchè gli spazi sono ridotti e voglio lavorare sopra i 25 Km orari, aumenterò lo spazio di lavoro e diminuirò il numero di giocatori sempre in modo proporzionale.
Alla fine dell’allenamento scaricherò i dati dal GPS per verificare se avrò raggiunto i valori necessari.
Se li avremo raggiunti ed avremo rispettato i principi di gioco dell’allenatore, insieme a lui approveremo il mezzo di allenamento, se invece non li avessimo raggiunti ma avremo rispettato i principi di gioco l’allenatore e il preparatore atletico lo ripenseranno, terza opzione: se li avremo raggiunti senza rispettare i principi di gioco dovremo cambiare il mezzo d’allenamento utilizzato..










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Nel 1977 portai la Psicocinetica nel calcio, una mia cassetta VHS di esercitazioni era argomento di lezione a Coverciano ho spesso usato il principio di come si fa ad apprendere anche negli allenamenti atletici ( sono stato preparatore atletico di Como Milan Torino Vicenza Cagliari Napoli).per dare la possibilità di ripassare i concetti che loro stessi avevano elaborato attraverso prassi tentativi e confronti, ho disegnato 186 esercitazioni a Fumetto dove non spiegavo l’esercitazione ma bisognava estrarlo dalle ” nuvolette” che rappresentavano cio’ che pensavano i vari giocatori. Tutto ciò, per prova diedi alcune copie agli allievi del Milan in modo che potessero rivivere cio’ che avevano provato. Quindi Imparare a come si fa ad imparare era il filo conduttore delle mie proposte d’allenamento, non sempre ben accettate per l’impegno cognitivo richiesto. A disposizione perchiarimenti
Ciao Angelo ! Sarei curioso di approfondire questo tuo spunto.. posso scriverti magari per mail ?? Grazie tante
Buongiorno Filippo e grazie della condivisione !
Credo che articoli come questo, che toccano punti importantissimi e imprescindibili del Gioco Calcio siano un tesoro di valore inestimabile non soltanto per gli allenatori, bensì per qualsiasi persona che abbia scelto di andare in campo al fianco dei ragazzi dei settori giovanili.
Ciò che emerge a primo impatto è , a mio avviso, la grande umiltà e voglia di evolversi da parte di Mister Baldini.
A tal proposito pongo un quesito: per quale motivo gli stessi -allenatori- che si ostinano a proporre esercitazioni vincolate all’esasperazione, andando nel pallone più totale quando emerge (naturalmente) del caos, sono poi i primi a lamentarsi dell’incapacità (degli stessi calciatori) di sparigliare l’ordine degli avversari di turno durante la partita?
Credi che un certo tipo di mentalità riduzionista sia frutto di un sistema che nasca ben lontano dai campi di calcio?
Ciao Filippo e ciao Stefano. Complimenti ad entrambi per il lavoro svolto. Vorrei chiedere a Mister Baldini come vede la divisione in terzi, vista la sua citazione come esempio,nell’ambito della capacità di sviluppare calciatori in grado di percepire tutte le informazioni necessarie per la presa di decisione e quindi agire. Mi riferisco al fatto di come giocare solo in uno o due terzo /i possa limitare l’attenzione dei calciatori (e allenatori). Come bilanciare quello che ci piace con ciò che serve realmente ai calciatori?
Grazie
Leggere queste cose mi porta indietro di qualche anno…. E sono molto felice di aver fatto parte di un percorso fondamentale nella mia crescita calcistica con un gruppo di persone che stimo e apprezzo e credo che il mio modo di pensare e di operare nel formare i ragazzi sia molto cambiato…..e sempre bello e interessante ascoltare persone che mettono cuore e testa nel portare le proprie idee… un abbraccio grosso a tutti voi Filippo Edy Stefano Domenico Antonello