ADDIO SAN SIRO. EPPURE NON RIESCO A IMMAGINARE UN MILAN SENZA DI TE

Prima o poi doveva succedere. Le ruspe arriveranno, e San Siro cadrà. Non sarà un crollo improvviso, ma un lento smontaggio della memoria. Una gradinata alla volta. E mentre il cemento si sgretolerà, cadrà anche un pezzo di noi.

Sono milanista da quando ricordo me stesso. Non saprei dire quando è iniziato davvero: forse una sera d’inverno, davanti a un televisore a tubo catodico, con mio padre che diceva “guarda come tocca il pallone Baresi”. Oppure quel pomeriggio d’aprile in cui ho messo piede per la prima volta al Meazza, e il mondo ha smesso di avere suoni — solo un boato che saliva dal basso e mi attraversava come un temporale.

San Siro non è solo uno stadio. È un modo di respirare. È la nebbia che si mischia ai cori, il freddo che entra nelle ossa e ti fa sentire vivo. È l’attesa che si gonfia come un cuore quando vedi accendersi i fari e senti la voce dello speaker che dice: AC Milan.

E adesso lo vogliono abbattere. Dicono che serve un nuovo impianto, moderno, funzionale, redditizio. Dicono che lì, dove oggi cantano i tifosi, nascerà un quartiere nuovo, sostenibile, con verde e vetro e negozi e uffici. E io ci credo, perché amo il Milan e voglio vederlo nel futuro. Voglio che giochi in uno stadio pieno di luce e tecnologia, che abbia i servizi migliori e che mostri al mondo cosa significa essere un club globale.

Ma ogni volta che immagino quel nuovo stadio, mi scappa un nodo alla gola. Perché San Siro è la mia infanzia, la mia giovinezza, la mia voce roca dopo le notti di Champions. È la sciarpa legata al polso, i panini con la salamella fuori dal cancello, le scale che vibrano sotto i piedi, l’odore del prato che arriva su con il vento.

E come si fa a demolire un ricordo? Come si fa a dire addio a un posto dove hai imparato a credere nei miracoli? Dove hai pianto per Sheva e Maldini, dove hai urlato per Kaká, dove hai sognato con Ancelotti e Maldini e Pioli e chi verrà dopo?

Forse è giusto cambiare, forse è inevitabile. Le città evolvono, i tempi corrono, gli stadi diventano imprese. Ma dentro di me resta la paura più semplice e più umana: che nel futuro scintillante che ci attende, non ci sia più spazio per la malinconia.

Io aspetto il nuovo stadio come si aspetta una nascita. Ma lo farò portandomi dietro un lutto piccolo, personale, segreto. Quando poseranno la prima pietra, spero che qualcuno raccolga un pugno di terra dal campo, e la porti con sé nel nuovo tempio. Perché un pezzo di San Siro deve continuare a vivere lì, dove canteremo di nuovo “Milan, Milan, solo con te”.

E quando le luci si accenderanno nel nuovo stadio, guarderò il cielo e penserò che da qualche parte, sopra la città, l’anima del vecchio Meazza starà ancora lì, a custodire i nostri ricordi.

Non sarà più San Siro. Ma sarà ancora casa, se ci sarà un cuore rossonero a farla battere.

BIO: Mauro Pigozzo (Castelfranco Veneto, 9 gennaio 1980) è  giornalista appassionato narratore di storie legate al running (ne scrive su corriere.it), al vino e al territorio veneto (su Corriere del Veneto). Rossonero fin dalla nascita, sogna ancora i gol di Van Basten e quando si sveglia vede gli occhi di Sheva prima di quel rigore. Il paradiso esiste, è San Siro che canta… non ti ho tradito mai. 

Una risposta

  1. Buongiorno Mauro, certamente mancherà San Siro e per chi ha vissuto tutti i grandi trionfi è un grande dispiacere. I miei ricordi vanno nel maglione giallo nella nebbia del nostro baffuto e straordinario Ricky Albertosi, il 10 lungo con la fascia che accendeva la luce ed il 6 anche lui con la fascia: ricordi che non cancellerò nemmeno con lo “smontaggio ” di San Siro .

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