…Vi è un incanto nei boschi senza sentiero….(Lord Byron)

In questo residuo stagionale, ecco dunque gli ultimi pensieri sparsi sul TRANSFER che per tutta l’estate mi hanno ronzato dentro (non dico nella testa essendo chiaro per tutti che queste faccende, dopo trasfusioni di cognizione situata-embody cognition- ed enattiva, non hanno a che fare solo con neuroni e sinapsi). Una sorta di obbligo dicevo che ogni tanto qualche allenatore ha sollecitato simpaticamente in privato, ma che non riusciva più ad emergere. Lo sport in generale e il calcio in particolare sono stati la mia professione e anche la mia grande passione. Lo sono ancora. Ma a volte si arriva a litigare anche con le persone e le cose più amate, a trascurarle, a metterle da parte perché non si ritrova più il senso. Esattamente come il senso di un parlare di calcio o di metodo o di metodologia nel calcio in un mondo così dilaniato da problemi gravissimi e imminenti, realtà che non si riesce purtroppo a rimuovere, trash e miserie, storie gravi spacciate per normali, mistificazione della realtà a tutti i livelli.

Ma anche un mondo della furbizia e della manipolazione che ha preso il sopravvento. Il mondo della banalità, anche nel nostro settore che ripropone gli stessi lavori di pre-season visti rivisti, sempre uguali a sé stessi, nonostante la loro inconcludenza dimostrata da decine di evidenze scientifiche, catalogati nelle solite 10 notarelle prescrittive che ribadiscono ovvietà come il fatto che “è ormai tempo di correre” e che “siccome si gioca tanto, bisognerà quindi allenarsi di più”. Poi però, considerando questo blog un recinto di umanità, ho pensato di tagliar corto e andare al dunque.
Ascoltando recentemente Velasco in un’intervista pre- Italia-Germania, mi è tornato in mente un suo pensiero che strumentalmente utilizzo per chiarire meglio la questione del TRANSFER. Dice Velasco: “C’è una credenza teorica dell’apprendimento motorio, l’idea che il cervello sviluppi delle capacità. Quindi se io devo fare una prova d’ equilibrio prima devo sviluppare la capacità dell’equilibrio in generale” ( quando ancora studiavo scienze motorie, questo pensiero era considerato normale, per dire ). Continua il Mister: Agli allenatori più giovani chiedo: come hai imparato te o tuo figlio o la tua nipotina ad andare in bicicletta? Tutti i bambini imparano ad andare in bicicletta andando in bicicletta. Ma proprio tutti, anche quelli più scoordinati, più scarsi, tutti imparano ad andare in bicicletta. E come hanno imparato? Si mettono sopra la bicicletta, il papà o la mamma li prendono dietro, li accompagnano, se stanno per cadere li prendono. Intanto il cervello fa feedback: cado di qua, cado di là, finché si impara.

Adesso hanno inventato queste piccole biciclette in cui non ci sono più le due ruote, i bambini appoggiano i piedi ogni tanto, li sollevano e vanno da soli, quindi non fanno esercizi propedeutici d’equilibrio per imparare a andare in bicicletta. Se voglio insegnare a andare in bicicletta insegno a andare in bicicletta. Nessun calciatore, nessun bambino ha imparato a giocare calcio con esercizi analitici con un maestro, con un professore. Questo non significa che devono giocare e basta, però significa capire che il cervello non sviluppa delle capacità, IL CERVELLO FUNZIONA SOLO IN MODO SPECIFICO. Quindi l’idea che si deve creare una base motoria molto ampia per poi insegnare lo sport è falsa”. Ecco, i lavori utili al transfer che ho proposto nei precedenti pezzi e in quello attuale, secondo il mio punto di vista NON SERVONO ASSOLUTAMENTE ALLO SCOPO DI CREARE UNA BASE MOTORIA MOLTO AMPIA. DECISAMENTE NO.

Servono per PERMETTERE AL GIOCATORE, sia esso bambino che professionista, DI PROVARE COSE UTILI, TIPICHE, ESSENZIALI PER IL CALCIO però DA UN ALTRO PUNTO DI VISTA, QUELLO FORNITO DA UNA SITUAZIONE DI GIOCO DIVERSA, VARIABILE, E DI TROVARE NEL GIOCO PROPOSTO QUESTE COSE UTILI ESSENZIALI DETERMINANTI E SPECIFICHE del SUO gioco di invasione, il calcio.

Prendo in prestito questa frase inflazionata della scrittrice attivista Maya Angelou per dire che propongo queste attività diverse dal calcio non per allargare, come detto, la base motoria del giocatore o per diversificare gli allenamenti, ma AFFINCHÈ IL GIOCATORE COMPRENDA E RITROVI, DA SVARIATI PUNTI DI VISTA NON SEMPRE E NON SOLO TECNICO-TATTICI, ALL’INTERNO DI QUELLA PROPOSTA VARIABILE, ELEMENTI PROPRI DEL GIOCO CALCIO.
Elementi che sentirà ed elaborerà in maniera unica e originale e poi saprà trasferire in campo. L’allenatore stesso troverà grande vantaggio nell’utilizzo di questi mezzi perché sono proposte efficaci e rodate, capaci di indurre il giocatore ad entrare nel loop TRAIL&ERROR, TRAIL&ERROR, TRAIL&ERROR per poi uscirne vincente e consapevole, un giocatore che comunque, nei momenti complicati o critici o conclusivi della partita non avrà bisogno di guardare verso la panchina per sapere o decidere cosa fare. Provo a fare un esempio.

Per circa un mese qui a Fabriano, il posto dove vivo, il semaforo dell’Ospedale Engles Profili ha deciso di smettere di funzionare. Molti cittadini hanno pensato ad una prova ideata dall’amministrazione in vista dell’istallazione dell’imminente rotatoria già progettata, l’opposizione ha attaccato subito la maggioranza ipotizzando scenari di incidenti e possibili catastrofi. Ora che dopo un mese il guasto elettrico è stato riparato, possiamo constatare che l’AUTORGANIZZAZIONE di tanti e casuali automobilisti, ciclisti, motociclisti, pedoni, emergente da un problema comune, ha fatto il vero miracolo: nessun incidente, tamponamento, infortunio, intoppo, nessuna constatazione amichevole di sinistro.

La tal questione mi ha dato modo di ripensare e ripassare le TEORIE DELLA COMPLESSITÀ che ispirano questo blog: le proprietà emergenti dal basso, il fatto che siamo immersi nella vita di tutti i giorni in interazioni di proprietà dei singoli individui. Come dire che” nessun neurone, da solo, pensa, ma molti neuroni pensano nella meraviglia della loro interazione.” Ho ripensato al movimento degli stormi o ai Vetri di Spin del Nobel Parisi. Regole semplici come andare piano, frenare, guardare a destra, dare la precedenza, attraversare rapidamente l’incrocio dell’ospedale hanno saputo generare comportamenti complessi e risolto quel problema temporaneo di circolazione.
E, paradossalmente, se qualcuno tra i tanti che attraversavano l’incrocio non avesse colto al volo le affordances rappresentate dagli altri?
Trasponendo la questione alla partita, ad ogni partita, concludo che sta proprio in quell’imparare a saper cogliere le affordances che possono generarsi probabilità di vittoria, di successo. Quindi, come più e più volte ho scritto, ogni allenatore dovrebbe essere in grado di GENERARE SCENARI in cui il giocatore potrà orientarsi e risolvere problematiche, grazie alle sue uniche originalissime caratteristiche: TRAIL&ERROR, TRAIL & ERROR, TRAIL & ERROR dunque.

E, come parte lui stesso del sistema, l’allenatore insieme alla squadra ed al sistemico club, dovrà anche INDURRE E IMPARARE A NAVIGARE ATTRAVERSO QUESTI SCENARI che, visto l’elevato numero dei soggetti, saranno sempre tanto diversi. Vieppiù quando poi ci si misurerà con gli avversari di turno.
“Be yourself, no matter what they say” (STING. AN ENGLISHMAN IN NY)
Prima delle due minuscole proposte esemplificative un’ultima suggestione. Si scrive che l’allenatore deve essere per forza di cose un visionario. Quindi saranno per lui indispensabili qualità previsionali, anticipatorie perché il calcio sta cambiando in tempi sempre più rapidi, esponenziali.

L’allenatore che allena la sua squadra in pre-season già dovrà avere in mente le partite di fine campionato, l’allenatore dei piccoli amici, già dovrà progettare attività che saranno utili anche tra 10 anni, 20 anni per quei giocatori li. Il passato dell’Italia del calcio ad esempio ci appare lontanissimo, il presente di GATTUSO con CARNESECCHI DONNARUMMA, MERET, VICARIO, BASTONI, BELLANOVA, CALAFIORI, CAMBIASO, DI LORENZO, DIMARCO, GATTI, LEONI, MANCINI, BARELLA, FABBIAN, FRATTESI, LOCATELLI, ROVELLA, TONALI, ESPOSITO, KEAN, MALDINI, ORSOLINI, POLITANO, RASPADORI, RETEGUI, SCAMACCA, ZACCAGNI è ancora incerto, il futuro si avvicina a grandi passi ed è imprevedibile e singolare, come tutte le cose che non abbiamo ancora attraversato. Sarà essenziale dunque prevedere delle situazioni, dei giochi, delle esercitazioni che, senza il rischio di andare fuori tema, aiuteranno l’allenatore a studiare i SEGNALI DEBOLI E QUELLI FORTI, ad allenarsi alla FLESSIBILITÀ, a confrontarsi con la TEMPESTIVITÀ, ad avere sempre pronti i piani B, C, D….insieme alla capacità di RESISTERE. TRAIL&ERROR, TRAIL & ERROR, TRAIL & ERROR quindi anche per lui.
Che dovrà richiedere a sé stesso un minuto di sospensione del giudizio per non dare subito un’etichetta a quel giocatore lì: perchè il giocatore è multiforme, caratteristico specialmente quando è bambino, un essere in continuo divenire. Ma poche carezze per quel bambino, anzi, proprio per rispettare e sostenere quella intelligenza lì, l’allenatore dovrà inventare attività capaci di stressare il limite del giocatore. Solo così imparerà a superarlo. Il limite. “Il giocatore non si sente bene nel momento in cui supera il proprio limite, però crea anticorpi e quegli anticorpi li avrà per sempre” ( J:V:)

E a questo proposito, vorrei dire a tutti quegli allenatori di base, quelli della felice provincia italiana, che magari si stanno sentendo dei soldati semplici all’interno di una navigata FGCI e pensano di star facendo un calcio più sociale che competitivo, vorrei dire che NESSUNO CONOSCE IL FUTURO, che NESSUNO SA quale di quei piccoli amici, pulcini, esordienti, giovanissimi, juniores SARÀ PIÙ ADATTO al calcio del futuro. In particolare, immerso nella complessità di una squadra che è cresciuta bene (perché l’allenatore ha portato avanti anche a fatica- perché a volte è davvero fatica-tutta la diversità di quel gruppo), chissà che quel giocatore non potrà dire parole davvero nuove? NESSUNO SA, ORA, COME ANDRÀ A FINIRE.

E ci sono però, a mio avviso, alcune caratteristiche indispensabili di cui dotarsi, come l’IMPARARE A PASSARE DALLA PREVISIONE ALL’ANTICIPAZIONE, ipotizzando diverse alternative. Lo si può fare STUDIANDO. Uno studio matto e disperatissimo come diceva il Sommo. Ma anche CURARE LA PROPRIA PERSONALITÀ ATTRAVERSO ESPERIENZE VARIE E CURARE I DETTAGLI. I dettagli sono importanti, perché chi è attento ai dettagli dimostra anche di sapere di cosa sta parlando. Perché quella cosa di cui sta parlando l’ha masticata. E’ diventata vita. Lacrime e sangue. Non l’ha copiata né tantomeno imparata a pappagallo tramite chat GPT. E ultimo: AVERE RISPETTO DEGLI ALTRI. UN RISPETTO AUTENTICO che si può manifestare in tanti modi. Ciascuno dovrà ricercare il suo. STAY TUNED.

Le due proposte che allego sembreranno forse poca cosa agli occhi di tanti professionisti della palla che rotola. Ma statene certi, sono già state masticate.
WORLD CHASE TAG SEMPLIFICATO
La prima proposta World Chase Tag (WCT), non vuole essere una vera e propria proposta ma una suggestione, un tentativo di uscire dagli schemi delle solite ripetute e di tutti quei lavoretti proposti in pre-season o di mantenimento durante la stagione. Un tentativo di ripensare insieme a possibili proposte che avvicinino i contenuti di una preparazione a secco alle necessità fisiologiche del gioco. Quando lo proposi cercando di minimizzare il rischio infortuni mettendo pochissimi ostacoli, morbidi e bassi nel Quad, eravamo, con la mia società del tempo, in un periodo in cui si palesava la necessità di far crescere la squadra giovanissimi come intensità non solo agonistica e questa fu una delle varie proposte. Si potrebbe prevedere anche di far correre i due giocatori posizionandoli uno di fronte all’altro per avvicinarsi di più al modello prestativo calcio e rallentando i tempi. Come ripeto, archiviate l’attività sotto la voce “cose strane da conoscere “ ma intanto trattenete la suggestione. Da cosa nasce cosa. Inoltre la corsa genera entusiasmo che, a sua volta, è un volano tale da permettere l’emergere delle qualità del calciatore. Parola di Marcelo Bielsa.

Il World Chase Tag (WCT) è nato nel Regno Unito nel 2012 ideato dai fratelli Christian e Damien Devaux ed è diventato uno sport riconosciuto a livello internazionale. E’ l’evoluzione professionale e competitiva del gioco dell’acchiapparella. Si svolge in un’arena specifica, chiamata Quad, con una serie di ostacoli e una durata limitata di 20 secondi per ogni duello 1 contro 1. Le squadre sono composte da 6 elementi che si alternano. Si può anche prevedere, adeguando le regole, inseguimenti di squadra. Il gioco combina agilità forza e strategia, non richiede solo rapidità, ma anche pianificazione tattica per superare gli ostacoli e sfuggire all’avversario. L’inseguitore ha 20 secondi per toccare l’evasore. L’evasore vince se riesce a non farsi toccare dall’inseguitore entro il tempo stabilito; altrimenti, l’inseguitore vince. Il World Chase Tag (WCT) sviluppa anche autocontrollo, capacità di lettura della traiettoria dell’avversario, pianificazione del percorso, equilibrio in volo, capacità acrobatiche, timing, gestione dello stress.

ULTIMATE FRISBEE SEMPLIFICATO
L’ultimate fresbee, come tutti i giochi di invasione, è un gioco molto complesso e pieno di regole. Quello che propongo che ho spesso utilizzato con le squadre nella sua forma semplificata e rapida, privilegia e si focalizza sulla fase di autoorganizzazione della cosidetta transizione propria del gioco calcio con tutte le sue infinite sottofasi e sfumature. Prevede anche l’intercetto dell’attrezzo e la marcatura dell’avversario, elementi invece vietati nella sua forma originaria. L’obbligo da parte del portatore di spossessarsi dell’attrezzo dopo aver effettuato 3 passi favorisce ulteriormente la costruzione del gioco collaborativo.

| INTRO | L’ULTIMATE FRESBEE nasce alla fine degli anni 60 negli Stati Uniti. È uno sport di invasione riconosciuto dal Comitato Olimpico Internazionale. |
| FINALITA’ | Fare meta. |
| OBIETTIVI | Conoscere le regole del gioco Saper giocare il gioco nei vari ruoli: hundler, cutter primario, cutter secondario Saper praticare il cambio di possesso e le transizioni con massima fluidità Autorganizzazione Riorganizzazione rapida Rispettare il regolamento di gioco e i compagni Mettere in atto comportamenti operativi e organizzativi all’interno del gruppo Saper selezionare le parti essenziali del gioco Riconoscere il modello di gioco Conoscere identificare e applicare le strategie tecnico-tattiche del gioco |
| METODI | GAME SENSE COOPERATIVE LEARNING PEER TUTORING PLAYFULL LEARNING PROCESS LEARNING BY DOING EAS |
| MEZZI E MATERIALI | -Campo rettangolare100x37 orientativamente, con due aree di meta a ciascun estremo del lato minore -Non esistono le linee laterali del lato lungo quindi non esiste il “fuori” -2 squadre di 7 giocatori. Possono essere anche da 2 a 11 a seconda delle necessità -Disco di 175 grammi -Assenza di arbitro |
| TEMPI | 5’ spiegazione Una partita finisce quando una delle due squadre segna 15 mete (circa 100 minuti) |
| INNOVAZIONE | Questo gioco necessita di un elevato carico cognitivo ed educativo e in particolare, relativamente al calcio, esso stimola giocatori e squadre ad una subitanea repentina autoorganizzazione e riorganizzazione. Il Cambio di possesso ogni volta che il disco cade o esce dal campo (Turn Over) rappresenta il punto di attacco essenziale relativamente al calcio. Anche l’auto-arbitraggio e il contatto non violento, riconducono la competizione nell’alveo di una leale condotta di gioco in un quadro focalizzato all’essenza del gioco stesso da un punto di vista tattico-strategico non oscurato da altre componenti accessorie come l’aggressività, la competizione estrema, la vittoria ad ogni costo. Il gioco induce ad un deciso sviluppo del binomio inscindibile percezione-azione specialmente nelle aperture del contropiede |
- SCOPO DEL GIOCO : Vincere di una meta rispetto alla squadra avversaria fino ad
- un massimo di 15. Si segnano le mete ricevendo il disco dopo essersi posizionati
- all’interno dell’area di meta avversaria e collocandolo a terra. Il lanciatore non può
- correre col disco ma può passarlo in qualsiasi direzione a qualunque compagno. Un
- passaggio incompleto è un turnover
- (perdita di possesso), l’altra squadra avvia la transizione raccogliendo il disco e
- tentando di segnare nella meta opposta. L’Ultimate Frisbee è
- uno sport autogestito e senza contatto fisico. Lo Spirito del Gioco guida i giocatori
- nella gestione della partita e nella propria condotta in campo.
La partita di ULTIMATE FRISBEE può essere giocata su un campo suddiviso in 3 ZONE, quella di gioco vera e propria e le due zone di META.

La partita di ULTIMATE FRISBEE è giocata da due squadre composte da 7 giocatori in campo ma il numero può variare.
Ogni partita di ULTIMATE FRISBEE si gioca fino al raggiungimento delle 15 mete.
L’attrezzo di gioco è un disco di plastica di 175 grammi. Si può usare qualsiasi disco che sia accettato da entrambi i capitani.

Punto, meta e partita: una partita è portata a termine e vinta dalla prima squadra che segna quindici (15) mete. Una partita è suddivisa in due periodi di gioco, denominati primo e secondo tempo. L’intervallo fra i due tempi inizia quando una squadra segna per prima otto mete. Il primo punto di un tempo ha inizio quando comincia il tempo di gioco. Dopo la realizzazione di una meta, il punto successivo ha inizio immediatamente; la squadra che ha segnato, diventa la difesa ed effettua il successivo lancio iniziale.
Le squadre si devono preparare per il lancio iniziale senza indugio. Una volta pronti, e fino al rilascio del lancio iniziale, tutti i giocatori della squadra in attacco devono rimanere con un piede sopra la loro linea di meta, senza cambiare la loro posizione. Analogamente i giocatori in difesa. Appena viene rilasciato il disco da parte della squadra che ha effettuato meta a favore della squadra che ha subito, tutti i giocatori possono muoversi in qualsiasi direzione.Dopo il lancio iniziale, nessun giocatore della squadra in difesa può toccare il disco finché non lo tocchi un giocatore dell’attacco oppure il disco non colpisca il terreno.
Il disco, durante un’azione, non deve mai toccare terra
Turnover (perdita di possesso): Un turnover che trasferisce il possesso del disco da una squadra all’altra avviene quando il disco tocca il terreno

Il giocatore in possesso del disco effettua un massimo di 3 passi poi è obbligato a passare l’attrezzo ad un compagno di squadra
Il giocatore che perde il possesso deve lasciare il disco nel punto esatto in cui è caduto e non ostacolare l’avversario nel turn over
Segnare una meta: si segna una meta quando un giocatore dentro il campo prende un passaggio regolare e ogni suo contatto col suolo è interamente nell’area di meta che sta attaccando o, per un giocatore in aria, i suoi primi simultanei contatti col terreno dopo la presa, sono interamente dentro l’area di meta che sta attaccando, e successivamente stabilisce il possesso del disco e mantiene la presa durante il contatto col suolo relativo alla presa.

Un fallo è una trasgressione delle regole in cui avviene un contatto sanzionabile tra due o più giocatori avversari. Si riprende con una rimessa.
Un’infrazione è una trasgressione delle regole relative ad un maggior numero di passi rispetto ai 3 previsti. Si riprende con una rimessa.
Time-Out: La squadra che chiama un time-out deve formare una “T” con le mani, e chiamare “time-out” comunicandolo agli avversari. Il time-out ha la durata di 75 secondi
Le sostituzioni dei giocatori vengono effettuate al volo senza sospensione dei tempi di gioco

RIFLESSIONI IN MERITO ALL’ULTIMATE FRESBEE sintetizzate dal regolamento
Anche questo gioco esclude ogni ricerca, personale o collettiva, di prestigio. Il giocatore, dal punto di vista personale, deve rispetto agli altri giocatori, siano essi avversari o compagni di squadra, più deboli di lui.
Il gioco è aperto a tutti; le capacità, costituzionali o acquisite, sono molto diverse, ed è dunque inevitabile che vi si incontrino tutti i gradi di qualità sportive. La considerazione e il rispetto dovuti a ciascuno devono spingere il giocatore ad adattare il proprio atteggiamento, tecnico e tattico, alle circostanze del momento. Dal punto di vista collettivo, un risultato, qualunque esso sia, non dovrebbe mai portare al giudizio sulla persona singola, esso non dà diritto a nessun tipo di discriminazione. Si presuppone che nessun giocatore infranga intenzionalmente le regole, quindi non esistono sanzioni severe per trasgressioni involontarie bensì un metodo per la ripresa del gioco che simuli quello che sarebbe più probabilmente avvenuto se non ci fosse stata la trasgressione. Una squadra non dovrebbe essere svantaggiata da un errore o da una trasgressione commessa dagli avversari. I giocatori dovrebbero dimostrare una certa tolleranza nel caso di piccole trasgressioni generate da discrepanze sulle distanze e sui tempi perché non tutti vedono gli eventi nella stessa maniera: anche due giocatori con un’ottima visuale possono tuttavia vedere lo stesso evento in maniera differente. La percezione umana è perfettibile e mai dovrebbe essere scissa dall’azione. I giocatori dovrebbero tenerne conto. L’Ultimate Frisbee come detto si basa sull’auto-arbitraggio, sulla sportività perchè tutti i giocatori in un’ottica sistemica sono responsabili dell’amministrazione e del rispetto delle regole”. E questa responsabilità non deve essere presa alla leggera.
Il gioco che potrebbe rivelarsi altamente competitivo è incoraggiato, ma non dovrebbe mai sacrificare il rispetto reciproco tra i giocatori, l’aderenza alle regole di gioco concordate o la gioia della pratica.
Azioni come il fallo intenzionale, le giocate pericolose e altri comportamenti da “vittoria a tutti i costi” sono contrari allo spirito del gioco. Spesso un giocatore potrebbe trovarsi in una posizione in cui è vantaggioso commettere un fallo o una violazione, ma è moralmente tenuto a rispettare le regole e praticare un gioco leale.

Bio: Simonetta Venturi
Insegnante di Scienze Motorie.
Tecnico condi-coordinativo in diverse scuole calcio e prime squadre del proprio territorio ( Marche )
Ha collaborato con il periodico AIAC L’Allenatore, con le riviste telematiche Alleniamo.com, ALLFOOTBALL.
Tematiche: Neuroscienze, Neurodidattica










2 risposte
Aspettavo quest’ultimo capitolo ansiosamente! Non mi ha deluso. Anzi, l’ho apprezzato tantissimo e mi ha dato spunti e stimolato riflessioni. Credo molto nella naturalezza e nella spontaneità del processo di apprendimento. Sono fermamente convinto che le bambine ed i bambini o anche gli adolescenti o i giovani, apprendano facendo e sperimentando. Certo lo spirito emulativo e l’imitazione sono elementi fondamentali di questo processo; ma la cosa principale è che vengano elaborati ed assorbiti dai singoli individui in modo autonomo e personale. Noi non siamo istruttori, né maestri o altro. Siamo allenatori ed il nostro compito è quello di creare scenari e contesti, all’interno dei quali stimolare; facilitare; supportare ed aiutare questi giovani individui, lungo questo cammino senza fine. Perché di apprendere non si finisce mai. Sappiamo da che punto partiamo e forse sappiamo cosa ci piacerebbe vedere, ma non sappiamo quanto tempo occorrerà, né quali passi dovremo compiere insieme al gruppo che alleniamo e soprattutto quando questi passi verranno fatti. L’obiettivo; di ogni singola proposta esperienziale, sarà quella di aiutare tutti ad immagazzinare qualcosa, in termini di informazioni; conoscenze e comprensione del gioco. Un altro obiettivo sarà quello di rendere naturale il riconoscimento di quante più circostanze di gioco possibili e soprattutto la capacità del gruppo di imparare a muoversi nella complessità del gioco appunto. Cercando di ridurre al minimo i “pensieri”; le elaborazioni. Riconoscere naturalmente, laddove possibile. Se incontriamo nostra sorella o nostro zio, non pensiamo:”quella è mia sorella” o “quello è mio zio”. Semplicemente ci basta vederli per sapere di chi si tratta e talvolta ci basta scorgere un particolare; un dettaglio per capirlo. Se invece ci imbattiamo in qualcuno che ci pare di aver conosciuto anni prima iniziamo a chiederci chi sia e dove l’abbiamo conosciuto. E questo processo ci prende tempo. Ecco, chiaramente nessuna circostanza di gioco è, completamente, uguale ad un’altra. Ma cercare di incentivare e stimolare la familiarizzazione dei nostri piccoli/grandi atleti con una gamma quanto più estesa possibile, è un obbligo morale che abbiamo. Aiutarli ed incoraggiarli alla sperimentazione; all’esplorazione e soprattutto all’errore-come nel pezzo-li renderà giocatori migliori. Qualsiasi cosa facciano. Non si faranno mai sopraffare da una situazione imprevista e magari, per grossa parte, inedita; ma ci si caleranno senza neanche accorgersi di farlo. Sarà tutto naturale e spontaneo appunto. Grazie mille per la condivisione e soprattutto per avermi fatto conoscere tante cose che non sapevo. Compresi l’acchiapparella professionale e la partita di freesbee con tanto di zone; aree di metà e possibilità di invasione. Alla prossima
La finale di tennis di ieri e questa partita contro Israele aggiungono materia da romanzo e ci indicano chiaramente aspetti su cui riflettere ulteriormente a partire dall’incontenibile rapporto tra condizione ottimale e prestazione vincente. Alcuni ho provato a chiarirli in un corollario all’articolo che uscirà a breve, altri dovremo farli decantare facendoli comunque rientrare nella complessa sinergia che si attiva tra allenatore, staff, giocatori, giocatori e sintonie tra giocatori e squadra, avvicendamenti tra le due squadre. Grazie per il commento che aggiunge pensieri ai pensieri, li completa, li supera. È questa la via….. Come scrive Paul Eluard.. Non andremo alla meta uno ad uno ma due a due eccetera eccetera… Buon lavoro