CHAMPIONS LEAGUE – FASE A GIRONI – 2^ – ROMA – REAL MADRID 3-4: OTTANTA MINUTI DA GRANDE SQUADRA, DIECI DA DIMENTICARE

La notte attesa sette anni

Sette anni di attesa sono un tempo lungo per una piazza come Roma, lunghissimo per come la città viva questa rapporto simbiotico con la squadra. Sono stati sette anni di notti europee vissute di giovedì, di qualificazioni sfiorate e sfuggite all’ultima curva, di un’attesa diventata quasi un tratto identitario. Mercoledì sera quell’attesa si è chiusa nel modo più solenne: all’Olimpico, per la seconda giornata della fase campionato, è arrivato il Real Madrid, che per qualità espressa forse no, ma per quantità di talenti in rosa, si avvicina molto a quella dei Galacticos (sotto gli occhi di un attento Roberto Carlos in tribuna).

Lo stadio ha risposto come solo Roma sa fare. Soldout e carico di un’energia rimasta compressa per sette stagioni, spingendo la squadra fin dal riscaldamento. L’immagine più eloquente, però, è arrivata al triplice fischio, dove nonostante una sconfitta crudele e tragicomica (oltrechè tremendamente romanista), dagli spalti sono partiti applausi, rendendo il giusto riconoscimento ad una squadra che ha, oltre alla partenza super in Serie A, dominato contro una delle principali candidate alla vittoria finale.

In questa serata dalle inevitabili emozioni forti, il destino ha deciso di scherzare ulteriormente: da avversario c’era lui: José Mourinho, tornato nella Capitale per la prima volta da avversario e travolto da un’ondata d’affetto da quel pubblico (non tutto) che tanto lo aveva idolatrato e fatto sentire amato, un legame ancor più indissolubile dopo Budapest. Lo stadio lo ha accolto con un messaggio inequivocabile: «Per un mondo special e per Roma immortale… Ave Mou». È il tributo di una piazza che non ha dimenticato Tirana, la Conference League del 2022 che interruppe un digiuno di quattordici anni, né il senso di appartenenza che il portoghese aveva saputo costruire.

La partita: il dominio giallorosso

Per oltre ottanta minuti la Roma di Gasperini ha dominato un avversario di livello assoluto, con personalità, intensità e idee.

L’avvio è stato travolgente, con Courtois chiamato in causa fin dai primissimi secondi, dovendosi opporre a Hermoso e a un tiro a giro di Soulé, Dybala ha sfiorato il vantaggio in spaccata, e a sbloccare la partita è stato il protagonista meno atteso: Maarten de Roon ha calciato dal limite e una leggera deviazione di Konaté ha ingannato il portiere belga.

Il Real ha pareggiato al 25′ praticamente dal nulla. E’ bastato un intervento a vuoto di Hermoso, che ha lanciato Mbappé verso la porta, e il suo destro, deviato da Mancini, è diventato imprendibile. È il dato da tenere a mente: al di là di quell’episodio, il Real Madrid ha prodotto pochissimo verso la porta romanista. Le occasioni di Cucurella e Bellingham e un gol annullato a Mbappé sono state eccezioni, all’interno di uno spartito profondamente a tinte giallorosse.

Nella ripresa la Roma ha ripreso in mano la partita fin dall’inizio. L’ingresso di Mora al posto di Dybala, fermato dal solito problema fisico, si è rivelato la chiave della serata. Ha messo in costante difficoltà la difesa madrilena e ha servito l’assist per il primo gol di Malen, che poi ha firmato anche il 3-1 (dopo un passaggio di Soulè che ha fatto scomodare i paragoni più illustri a Roma. A quel punto l’Olimpico pregustava una notte da consegnare alla memoria, con una Roma non solo dominante, ma tremendamente concreta. Questo è stato il quadro fino a quando mancavano poco più di 10 giri di orologio.  L’inerzia della partita, poi,  l’hanno spostata le panchine. Tra il 59′ e il 78′ Mourinho ha cambiato pelle al Real. Sono entrati Endrick e Güler per Vinícius e Dumfries, poi Bernardo Silva, Carreras ed Espí: più freschezza, più presenza fisica in area e soprattutto un piede capace di trasformare ogni calcio d’angolo in un’occasione. Tre corner battuti da Güler hanno prodotto i gol di Espí, di Endrick e infine, allo scoccare del 90′, la beffa firmata da Rüdiger. Sono tre reti in sette minuti, tutte da palla inattiva.

Il Real non ha rimontato giocando meglio della Roma, lo ha fatto sfruttando l’unica arma che la partita gli aveva lasciato. Questo non toglie nulla alla lucidità di Mourinho, maestro nel leggere ciò che una gara gli concede, ma ridimensiona l’idea di una superiorità madrilena.

E proprio i cambi, aprono la riflessione più scomoda anche per la squadra giallorossa.  Al 63′ Gasperini ha inserito Balerdi per Mancini (appena ammonito) e Pellegrini per Soulé. All’81’, sul 3-1, ha esaurito i cambi con Koulierakis al posto di Hermoso. Inserire nuovi interpreti proprio quando l’avversario alzava il peso in area con colpitori come Endrick ed Espí ha significato rompere equilibri che fino a quel momento avevano retto.

Il dato è difficile da ignorare: i due gol da corner che hanno riaperto e poi pareggiato la gara sono arrivati con Balerdi e Koulierakis in campo, entrambi colti impreparati sulle marcature. Il caso del greco è emblematico. È entrato a freddo, in una partita già ad altissima tensione, ed è stato chiamato subito a difendere palle inattive contro avversari appena entrati e pieni di energia.

Sono stati i cambi di Gasperini ad alterare gli equilibri, o quelli di Mourinho a renderli inevitabilmente fragili? Probabilmente la verità sta nell’intreccio tra le due cose. Resta però la sensazione che, togliendo chi aveva interpretato la partita fino a quel momento, la Roma abbia perso proprio la coesione che era stata la sua forza principale e che, come altra faccia della medaglia, lo Special One ha a propria disposizione una rosa lunghissima e con una qualità media diffusa la cui unica difficoltà è doverne scegliere solo 11.

Koné e Svilar: le due assenze che pesano

Manu Koné ha lasciato il campo in lacrime dopo diciassette minuti per un problema muscolare, consolato persino da Mbappé e dai compagni della Nazionale francese. Per una squadra già priva di Cristante, perdere il proprio motore di centrocampo alla vigilia del tour de force tra ottobre e novembre è un colpo pesante. Strappi, recupero palla, conduzione in transizione: sono caratteristiche che la rosa giallorossa non può replicare facilmente.

Poi c’è la porta. Gollini ha fatto il suo, con un paio di interventi importanti su Mbappé, ma è difficile non pensare che con Svilar la serata sarebbe finita diversamente. Il serbo è tra i migliori d’Europa nel dominio dell’area piccola, e su tre palle inattive decisive la sua capacità di uscita avrebbe potuto fare la differenza.

Cosa resta: la ferita più difficile da rimarginare

La Roma esce dall’Olimpico senza punti ma con una certezza: può giocarsela con chiunque ed alla propria maniera, senza snaturarsi mai. Il rischio è che questa consapevolezza resti sepolta sotto il peso di come la partita è stata, poi, persa.

Perdere 3-1 dopo una gara dominata dall’avversario è una sconfitta che si archivia. Perdere 3-4 dopo aver dominato, rimontati in sette minuti, è un’altra cosa. È una ferita che lavora in profondità, perché tocca la fiducia nella propria capacità di chiudere le partite. Quando una squadra, anche solo per un istante, considera una gara già vinta, abbassa impercettibilmente la soglia di attenzione. E nel momento in cui il primo gol avversario incrina quella certezza, il crollo non è più soltanto tecnico ma emotivo: ogni corner diventa una minaccia, ogni pallone in area un presagio. È esattamente ciò che si è visto negli ultimi minuti all’Olimpico, con un gruppo che fino a poco prima giocava con autorevolezza e all’improvviso si è scoperto fragile.

Il pericolo ora è che quel finale diventi una memoria condivisa e nel calcio i traumi collettivi tendono a riaffiorare proprio nelle situazioni che li hanno generati. La prossima volta che la Roma si troverà avanti nel finale di una partita importante, quei sette minuti potrebbero tornare nella testa dei giocatori, trasformando la gestione del vantaggio in ansia e la prudenza in paura.

Qui passa gran parte del lavoro di Gasperini. Il tecnico piemontese, dovrà evitare che la sconfitta cancelli ciò che di straordinario si è visto per ottanta minuti, e al tempo stesso usarla come lezione senza trasformarla in un’ossessione. Il calendario non concede respiro: si torna subito in campo in campionato contro il Genoa, e la prima risposta dovrà arrivare lì. Una prestazione solida, magari una vittoria gestita con lucidità fino all’ultimo minuto, sarebbe la terapia migliore, in una gara che avrà, diverse, ma profonde connotazioni emotive col ritorno di un simbolo romanista come De Rossi.

La Roma ha mostrato di avere il Calcio per stare a quel livello, ora deve dimostrare di averne anche la testa, passerà da lì la stagione 2026-27 dei capitolini, riuscire a comprendere la propria forza, senza farsi soverchiare dalle emozioni a cui i giocatori andranno in contro, contagiati dall’entusiasmo dilagante di una piazza, non nota per il proprio equilibrio.

Se si analizza la settimana di Champions delle italiane il dato è devastante e va detto senza giri di parole: per la prima volta nella storia della Champions League, quattro squadre italiane hanno perso nella stessa giornata, con 9 gol segnati e 14 subiti. Un bilancio così pesante rischia però di schiacciare tutto sotto un unico giudizio, e sarebbe l’errore più grave da commettere.

Perché le quattro sconfitte sono profondamente diverse tra loro, e proprio da quelle differenze bisogna ripartire per capire dove siamo. L’Inter ha perso 3-4 a San Siro contro il Bruges, seconda sconfitta consecutiva in Champions: un malessere europeo che non è più riconducibile alla singola serata. Il Napoli ha giocato bene per una ventina di minuti a Villarreal, poi è uscito dalla partita e ha perso 3-1, con una sconfitta larga e meritata. Il Como ha perso 3-2 a Rotterdam, ma con il volto di un’esordiente che impara e trova motivi per guardare avanti.

La Roma sta su un altro piano. Ha perso contro il Real Madrid, ma lo ha dominato per oltre ottanta minuti. Inter e Napoli sono cadute contro avversari alla loro portata giocando per lunghi tratti al di sotto del proprio livello, la Roma ha perso una partita che aveva in mano, e la differenza è sostanziale e conduce a riflessioni diverse. Da una parte c’è chi non riesce a stare in partita, dall’altra chi la partita l’ha costruita e se l’è lasciata sfuggire negli ultimi sette minuti. Ripartire da una prestazione così solida è un’altra cosa rispetto a ripartire da un vuoto.

La lucidità, ora, sta esattamente in questo: non nascondere la portata del disastro italiano, ma nemmeno usarlo per cancellare ciò che di buono si è visto all’Olimpico. Il giorno dopo una notte del genere, distinguere è l’unico modo per essere utili.

BIO: MANLIO SANTULLI

Nato e cresciuto a Roma, è un Praticante Avvocato presso il Foro di Roma e Scout per un importante realtà calcistica capitolina. Divide le sue giornate tra i codici e i campi di gioco, cercando di applicare la stessa precisione analitica al diritto ed allo studio del calcio come sistema complesso. Grande appassionato di storia, scrive per esplorare le radici del gioco e le sue evoluzioni ed implicazioni socio-culturali.

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