IL PROBLEMA NON SONO I BAMBINI, IL PROBLEMA SIAMO NOI

Negli ultimi mesi sembra che il calcio italiano abbia trovato il suo nuovo argomento preferito: i giovani.

Ogni giorno qualcuno spiega cosa bisognerebbe fare nei settori giovanili. C’è chi sostiene che bisogna tornare a insegnare la tecnica, chi dice che i ragazzi non dribblano più, chi invoca la fine della tattica nei bambini, chi denuncia i costi troppo elevati delle scuole calcio…

Tutti parlano dei piccoli.

Ma nessuno sembra farsi una domanda molto più scomoda.

Il calcio dei grandi sta davvero così bene?

Perché mentre discutiamo animatamente di Under 10 e Under 12, siamo fuori dal Mondiale da dodici anni, le nostre squadre fanno sempre più fatica in Europa e, quando arrivano fino in fondo, spesso il divario con le migliori diventa evidente.

Forse il problema non è soltanto quello che succede nei campi dei bambini.

Forse il problema è quello che succede in quelli degli adulti.

Negli ultimi tempi abbiamo assistito anche all’ennesimo tentativo di cambiamento. Maldini e Leonardo sono durati il tempo di un sogno di una notte di mezza estate. Un’idea che sembrava poter aprire una strada diversa e che invece si è dissolta quasi subito. Probabilmente non tutto era stato gestito nel migliore dei modi, ma la velocità con cui il sistema ha rigettato qualsiasi novità dovrebbe far riflettere.

È più facile discutere dei bambini che mettere in discussione il calcio dei professionisti.

E così continuiamo a ripeterci gli stessi slogan.

“I ragazzi non dribblano più.”

“Bisogna insegnare la tecnica.”

“No alla tattica nei piccoli.”

Quest’ultima, forse, è la frase che mi preoccupa di più. Perché dimostra una gigantesca confusione culturale. Ancora oggi moltissimi addetti ai lavori confondono la tattica con gli schemi.

Ma il calcio moderno non vive di schemi.

Vive di principi.

Gli schemi appartengono a un calcio che non esiste più. I principi, invece, guidano le decisioni dei giocatori in ogni istante della partita. E la tattica non è altro che la capacità di scegliere la soluzione migliore in relazione al contesto.

Le scelte, però, non le prende l’allenatore.

Le prendono i giocatori.

L’allenatore costruisce l’ambiente, propone principi, crea situazioni di apprendimento. Poi, durante la partita, sono i calciatori a leggere il gioco e a decidere.

Per questo parlare di “niente tattica nei bambini” significa, nella migliore delle ipotesi, non aver compreso cosa sia realmente la tattica.

Poi c’è il tema economico. Anche qui sentiamo dire che il calcio costa troppo.

Davvero?

Mio figlio ha giocato a basket e posso dire tranquillamente che i costi erano superiori a quelli di molte scuole calcio.

Il tennis, disciplina nella quale l’Italia sta producendo una generazione straordinaria di giocatori, è forse uno sport economico?

Il golf, oggi sempre più diffuso, richiede in molti club quote annuali che possono arrivare a migliaia di euro ancora prima di iniziare.

Quindi il problema è davvero il costo?

Oppure stiamo semplicemente cercando spiegazioni facili a problemi molto più profondi?

Secondo me il punto è un altro.

La Spagna non è diventata un modello perché insegna una tecnica diversa ai bambini. La Spagna è diventata un modello perché esiste una continuità metodologica tra il calcio dei grandi e quello dei piccoli. Ciò che fanno le prime squadre viene proposto anche nei settori giovanili.

Gli stessi principi.

Lo stesso modo di interpretare il gioco.

La stessa idea di calcio.

Non è uniformità.

È coerenza culturale.

Quando un ragazzo cresce all’interno di quel sistema non deve reinventarsi ogni due anni perché cambia allenatore o cambia società. Continua semplicemente il proprio percorso.

Noi, invece, continuiamo a discutere di dettagli senza aver deciso quale calcio vogliamo diventare.

Ed è qui che dovrebbe partire una vera riforma. Non una riforma fatta di slogan. Non una riforma costruita attorno a qualche nome prestigioso.

Serve una rivoluzione culturale.

Una rivoluzione che coinvolga federazione, società professionistiche, dilettanti, scuole calcio, allenatori, preparatori e dirigenti.

Serve un progetto pluriennale.

Serve una direzione condivisa.

Serve la capacità di mettere in discussione abitudini radicate che troppo spesso vengono difese soltanto perché “si è sempre fatto così”.

La storia è importante.

Ma non basta.

Gli altri non hanno rinnegato la loro storia.

L’hanno fatta evolvere.

Sono andati a cercare le persone che il cambiamento lo stavano costruendo davvero, non necessariamente i nomi più famosi. Hanno investito nella ricerca. Hanno studiato le neuroscienze, la pedagogia, la metodologia dell’allenamento, le nuove tecnologie applicate allo sport.

Hanno costruito sistemi.

Noi, invece, troppo spesso continuiamo ad affidarci ai luoghi comuni.

Sentiamo ancora dire che gli altri corrono di più perché fanno una preparazione atletica migliore.

Ci sono ancora squadre che fanno preparazione con i giri di campo.

Io credo che la realtà sia molto diversa. Gli altri corrono di più perché giocano meglio. Giocano meglio perché prendono decisioni migliori. Prendono decisioni migliori perché sono cresciuti dentro un sistema che li ha educati al gioco fin da piccoli.

La velocità nasce prima di tutto dalla qualità del pensiero.

E il pensiero nasce dall’allenamento.

Fino a quando non prenderemo coscienza di questo continueremo probabilmente a vivere di episodi.

Potremo ancora vincere qualcosa. Nel calcio succede.

Fernando Signorini, storico preparatore atletico di Diego Armando Maradona, pronunciò una frase che mi è rimasta impressa durante un convegno: “Il calcio è l’unico sport in cui puoi fare tutto male e vincere lo stesso.”

È una frase tanto provocatoria quanto vera.

Perché il calcio, più di altri sport, concede l’illusione che il risultato racconti sempre la qualità del lavoro. Ma una vittoria può nascondere problemi enormi, così come una sconfitta può essere il primo passo di un percorso destinato a durare.

Ed è proprio questa illusione che, da troppo tempo, impedisce al nostro calcio di interrogarsi davvero.

Continuiamo a cercare soluzioni nei dettagli. Cambiamo regole. Cambiamo format. Cambiamo nomi. Cambiamo slogan.

Ma raramente cambiamo il nostro modo di pensare.

La Spagna non ha cambiato il proprio calcio perché quindici anni fa ha trovato una generazione di giocatori più talentuosi. Ha costruito una cultura diversa. Ha scelto una direzione. Ha avuto il coraggio di percorrerla con coerenza per anni. Come hanno fatto peraltro molte altre federazioni.

Noi, invece, sembriamo ancora alla ricerca della soluzione rapida, dell’uomo della provvidenza, della ricetta miracolosa.

Ma il cambiamento non nasce mai da un uomo solo.

Nasce da una comunità che decide di imparare. Di studiare. Di confrontarsi. Di mettere in discussione le proprie certezze. Di avere l’umiltà di osservare chi oggi sta facendo meglio.

Per questo continuo a pensare che il dibattito non debba partire dai bambini.

Debba partire dagli adulti. Perché i bambini non inventano il calcio.

Lo osservano. Lo respirano. Lo imitano.

Assorbono la cultura che gli adulti costruiscono ogni giorno, dentro e fuori dal campo.

Se il nostro calcio dei grandi continuerà a vivere di conservazione, paura del cambiamento e luoghi comuni, anche il calcio dei giovani finirà inevitabilmente per assomigliargli.

Per questo la domanda non è se dobbiamo cambiare il calcio giovanile.

La vera domanda è se abbiamo il coraggio di cambiare noi.

Perché, in fondo, i bambini non hanno bisogno di un calcio diverso.

Hanno bisogno di adulti diversi.

Adulti che studiano invece di sentenziare. Che si mettono in discussione invece di difendere le proprie abitudini. Che costruiscono una visione invece di rincorrere il risultato della domenica.

Perché il futuro del calcio italiano non si allena soltanto nei campi delle scuole calcio.

Si allena, prima di tutto, nelle idee di chi quei campi li guida.

BIO: LUCA CONTIERO

Consulente creativo nel campo della comunicazione. Allenatore Uefa B.

Autore con Mirko Melis del libro “Il Modello Anima” persone migliori fanno sportivi migliori.

Appassionato del modello spagnolo, ha seguito e filmato per una settimana gli allenamenti del Bayern di Pep Guardiola ad Arco di Trento. Ha partecipato come relatore al convegno “Lo sport coaching: dall’educazione di base alla preparazione di alto livello” Organizzato dalla scuola di Gestalt Coaching di Torino e su invito del direttore Franco Gnudi ha portato l’esperienza del Modello Anima agli allievi del Master in Gestalt Sport Coaching.

11 risposte

  1. Luca, ho molto apprezzato e condiviso il tuo articolo, per la sua filosofia generale che esprimi. Certo oggi è la Spagna all’avanguardia, ma in seguito possono nascere modelli migliori, oggi immaginabili.

    Ma approfitto del tuo articolo, per evidenziare il grande distacco esistente tra i “politici calcistici nostrani” ed i talenti dell’organizzazione in funzione dagli obiettivi prefissati.

    Oggi è uscita su Gazzetta dello Sport una intervista a Maldini, in cui l’intervistato ha chiarito perchè e come ha deciso di dare le dimissione dal ruolo che gli è stato offerto nell’Area della “nazionale di calcio italiana”.

    Sono rimasto letteralmente scioccato dalla distanza tra “i politici” del vertice calcistico e le idee non innovative in assoluto, ma adeguate alle conoscenze del momento storico.

    Il problema, serio e chiudo, è che i “vertici politici” perseguono obiettivi a brevissimo termine per cui chiedono ad un grande autista di gareggiare e vincere con una seicento contro le cilindrate 2000, anzichè programmare per come costruire una cilindrata adeguata.

  2. Seguo da molto tempo il dibattito calcistico italiano dalla mia prospettiva di italiano residente in Spagna dove svolgo funzioni di allenatore e direttore sportivo.

    Devo dire che raramente ho letto un articolo che riassume con tanta precisione le differenze tra il contesto calcistico spagnolo e quello italiano. Complimenti!

    Detto questo, mi permetto un paio di osservazioni:
    1) perché gente come l’autore dell’articolo o lo stesso Filippo Galli, che dimostrano ampiamente di aver inquadrato il problema, non riescono a generare i consensi necessari per mettere mano all’opera? Quante volte vi dovranno eliminare dai mondiali per capire che per riformare il movimento non servono né Baggio, né Maldini, né Ranieri, né Prandelli, ma gente con un profilo manageriale e operativo totalmente diverso?
    2) perché l’Italia è stata capace di colmare un deficit storico come quello del tennis o di creare un movimento come quello della pallavolo che tutti ci invidiano ed invece nel calcio siamo andati sempre peggio da almeno 25 anni?

    Detto questo occorre rilevare che la spocchia italiana è un oceano inesauribile, adesso tutti accettano che in Spagna diamo avanti anni luce perché la lezione dei mondiali 2026 è stata troppo evidente per poterla negare, ma tra 2 mesi si tornerà a dire che la colpa della decadenza del calcio italiano è di Guardiola (Fabio Capello dixit…).

  3. Sono un Mister dilettante di Scuola Calcio. Da diversi anni mi dedico con passione a fare svolgere attività calcistica ai bimbi di età 5/6 anni sino ai 12/13 anni. Sono d’accordo con Lei con quanto ha scritto, soprattutto sulla questione della mancanza di CULTURA da parte degli adulti. Si è vero che in moltissime società di Calcio manca una sufficiente preparazione per poter INNOVARSI. La nostra “cultura” calcistica è ancora vincolata ad un sistema tradizionale del” si è sempre fatto così e si continua a fare sempre così”, perchè si pensa che in questo modo potremmo migliorare. Quello che trovo “stonato” nel suo articolo , è quando fa riferimento al costo economico. Io non trovo giusto che un genitore debba pagare dai 700,00 ai 1000,00 euro per iscrivere il/la proprio bimbo/a di 5/6/7/8/9/10/11/12/13 anni ad una Scuola Calcio. (NB: Nelle Scuole Calcio e negli Oratori si fa SELEZIONE!!!!). Io ricordo che quando esisteva il NAGC (fino anni 1980) le iscrizioni erano a costo ZERO per i genitori. Si pagava solo il costo del Cartellino, che erano pochissime Lire. Termino scrivendo:” I genitori, per assistere alla partita ufficiale dello/a loro bimbo/a sono costretti a pagare dalle 3 ai 5 euro l’ingresso al campo. C’è proprio un gran bisogno di UNA NUOVA CULTURA SPORTIVA. Sinceri saluti.

  4. Il Ministro dello Sport, Andrea Abodi, sostiene la necessità di una profonda riforma del calcio italiano in coordinamento con i vertici federali della FIGC ed andrebbe coinvolto anche il Ministro dell’ istruzione. I ragazzi passano tante ore sui banchi e poco tempo dedicato all’ educazione motoria. Mancano spazi all’ aperto dove i ragazzi possono sviluppare la loro creatività ed il divertimento. Spagna ha invertito la rotta ottenendo risultati straordinari,stessa cosa la Norvegia, adesso tocca a noi.

  5. Il calcio italiano soffre di un limite strutturale profondo: si tende a difendere le cariche e le poltrone piuttosto che a promuovere idee e competenze innovative.

    È proprio questa logica conservativa che, nel corso degli anni, ha allontanato il nostro movimento dai palcoscenici che contano, lasciandoci fuori dai Mondiali.

    Per invertire questa tendenza e uscire dall’immobilismo, la risposta non può essere cercata nei singoli episodi o nei vivai giovanili, ma richiede un cambiamento radicale di mentalità da parte di chi guida il sistema.

    Frutto di un lavoro rigoroso durato quattro anni, Noi disponiamo oggi di tutte le soluzioni necessarie per risolvere alla radice queste inefficienze del calcio italiano.

    1. La classe dirigente dovrà superare la paura del cambiamento e l’attaccamento alle abitudini consolidate.
    2. La tecnologia unita alla formazione, gestita direttamente dall’intelligenza artificiale, rappresenta la soluzione definitiva per azzerare i ritardi del nostro sistema e ribaltare la situazione.
    3. Le nostre soluzioni strategiche elaborate, se adottate, porteranno l’Italia in cima al mondo.
    4. La programmazione sportiva verrà orientata alla ricerca, allo studio e a una visione lungimirante.
    5. Il futuro del movimento ritroverà stabilità e competitività affidandosi a un modello strutturato e vincente.

  6. Un punto fondamentale, da Lei descritto, mi trova assolutamente d’accordo. Manca un piano comune a tutti che descriva quale lavoro va svolto con i giovani, dai primi calci fino agli allievi. Un piano che parta da cosa si insegna ai primi calci, poi ai pulcini, poi agli esordienti etc, creato dalla federazione e seguito da tutti. Questo piano esiste anche in Svizzera, senza andare tanto lontani. In nessuna società in Italia ho visto un responsabile tecnico che dettasse gli obiettivi, divisi per categorie, e li facesse rispettare, ciò che ho trovato in Svizzera. Chiaro che questo è solo uno degli aspetti su cui lavorare, ma vedo spesso fare esercizi e lavori ai primi calci che dovrebbero essere svolti negli esordienti, ad esempio, per ottenere delle performance fuori luogo.

    1. Mi permetto di dissentire da quanto affermato
      Esistono da anni le linee guida della federazione con le indicazioni per ogni categoria poi se molte società non le seguono o i contenuti non sono adeguati possiamo discuterne

  7. Buongiorno Luca, condivido ogni parola del tuo articolo, tra l’altro si legge in un attimo (è un complimento!), cosa non scontata, grazie!

    1. Ti ringrazio, apprezzo molto, il complimento, arrivare facilmente con una buona sintesi senza parlarmi addosso era un mio obbiettivo, felice di esserci riuscito.

  8. Condivido molto di ciò che viene detto nell’articolo, ma credo che ci sia un altro aspetto, forse ancora più profondo, che meriti di essere considerato: la perdita della vera vocazione calcistica.
    Un tempo il grande calciatore non inseguiva soltanto una carriera, ma la possibilità di lasciare un’impronta indelebile nella storia del proprio club e del proprio sport. C’era il desiderio di diventare un riferimento tecnico, un capitano, un simbolo, qualcuno capace di essere ricordato non soltanto per il numero di trofei conquistati, ma per il modo in cui interpretava il gioco.
    Oggi, invece, mi sembra che il baricentro si sia progressivamente spostato. La prestazione, la continuità, la maglia e il senso di appartenenza sembrano talvolta passare in secondo piano rispetto alla visibilità, al marketing personale, ai social, alla quotazione di mercato e, soprattutto, al dio denaro.
    Non è una critica al professionismo in sé: il calcio moderno è inevitabilmente anche industria, business e spettacolo. Ma quando il giocatore diventa prima di tutto un asset economico e soltanto dopo un interprete del gioco, qualcosa inevitabilmente si perde.
    La grandezza di un calciatore, a mio avviso, non dovrebbe essere misurata esclusivamente dal valore del cartellino, dall’ingaggio o dalle statistiche individuali. Dovrebbe essere valutata anche dalla capacità di incidere sul collettivo, di assumersi responsabilità nei momenti decisivi, di sacrificarsi per la squadra e di lasciare una traccia nella memoria dei tifosi.
    Perché una carriera può essere ricchissima di trofei e, paradossalmente, poverissima di eredità.

    Il calcio ha sempre avuto bisogno di campioni. Ma ha ancora più bisogno di uomini capaci di diventare simboli. E tra essere un calciatore di successo ed essere una leggenda, tecnicamente e umanamente, c’è una distanza enorme.

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