Dopo l’emozionante serie di testimonianze in onore di Franco Baresi (altre ne seguiranno), proviamo a delinearne le caratteristiche di campo, avendo rappresentato lui stesso il tramite divulgativo di nuove idee sul terreno verde. Idee che il capitano rossonero ha interpretato fungendo contemporaneamente da mezzo e funzione.
“Il Milan di Sacchi era giovane, curioso, spregiudicato,
quello di Capello maturo, cosciente e autoritario.
Il primo scudetto di Sacchi però è stato il più emozionante della mia carriera.
Non è stato solo vincere, ma vincere in quel modo, con un calcio tutto nuovo”
Franco Baresi
Corriere della Sera, 23 ottobre 2024
Per indurre un uomo di poche parole come Franco Baresi a pronunciare una frase così compiuta e descrittiva doveva esserci qualcosa di estremamente importante da certificare.
La sua immagine, legata ai canoni tradizionali della campagna padana, non faceva pensare ad una visione innovativa, rivolta ad orizzonti rivoluzionari della vita e del football.
Ed invece la presenza sobria, per certi versi severa, andava di pari passo con un’anima rivolta al nuovo ed all’estetica calcistica che lo portò a sentenziare che il bello “non era stato solo vincere ma vincere in quel modo”.
Assorbite tutte le nozioni su record, vittorie, presenze, trionfi di un palmares che si illustrerà da sé nell’immortalità calcistica, cosa ha rappresentato Franco Baresi nell’evoluzione del nostro football?
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“Prima o poi doveva capitare
ma se sei predestinato
il prima anticipa sempre il poi”
Alberto Cerruti
“Dal Vostro Inviato – Mezzo secolo in rosa con i grandi del calcio”
Cominciamo dall’inizio, ovvero dal 23 aprile 1978 quando, in occasione della trasferta di Verona, Nils Liedholm, complice l’indisponibilità di Turone, lo fa esordire, diciottenne, in serie A.
I pochi secondi delle immagini di repertorio lo riprendono in due situazioni che lo accompagneranno per tutta la carriera.
La prima lo vede palla al piede con naturale propensione all’avanzare, circostanza assai inusuale per i difensori degli anni 70. Un’attrazione ad occupare lo spazio che sarà alla base di quel “nuovo” modo di fare calcio di cui tanto andrà orgoglioso.
La seconda è con la testa rigorosamente “alta”.
Che, calcisticamente parlando, significa classe, eleganza, qualità.
E che, fuori dal campo, indica rettitudine e fierezza, dignità ed onore.
Bastano i novanta minuti di Verona a convincere Liedholm.Durante l’annata successiva, l’ultima di Rivera, il giovane Baresi sarà titolare nel Milan che conquista la stella.
Nonostante i modi modesti, la personalità dev’essere già spiccata se è vero che due totem come Albertosi e Capello non vedono di buon grado la promozione in prima squadra di quest’ultimo.
Sarà un passo fondamentale perché si troverà a condividere lo spogliatoio con Rivera ed, anche se non gli riuscirà di dargli del tu, comprenderà molti aspetti in tema di leadership e di conduzione del gruppo.
Dopo un inizio del genere sarebbe lecito attendersi una carriera in discesa ed invece la precoce convocazione in azzurro per il campionato europeo 1980 non riesce a lenire la delusione per la retrocessione che il Milan patisce per i fatti del calcioscommesse.
Apprendere delle condotte illecite di compagni e del club non dev’esser facile ma un campionato di serie B passa in fretta con il diavolo che domina la cadetteria e ritorna immediatamente in serie A.
Purtroppo la stagione successiva si rivela nefasta, con la squadra che in B ci finisce per effetto dei risultati di campo e con il nostro lontano dal terreno di gioco per quattro mesi a causa di una malattia al sangue.
Ancora una volta ad addolcirgli l’estate giunge in soccorso la convocazione azzurra che, pur senza vederlo scendere in campo, lo condurrà al titolo di campione del mondo.
Con essa arriva anche la fascia di capitano del Milan a seguito della cessione di Maldera, chiamato a Roma dal vecchio maestro Liedholm, e di Collovati, destinato ai cugini nerazzurri.
Nel succedersi di tecnici bravi, ma non fortunati in rossonero, quali Giacomini, Radice eCastagner trascorrono anni di un Milan lontano dai vertici, alle prese con qualche problema societario.
Si cementa tuttavia un gruppo di giocatori provenienti dal settore giovanile tra cui spiccano Battistini, Icardi, Incocciati, Filippo Galli, Evani con l’aggiunta diTassotti proveniente dalla Lazio.
Franco Baresi è il “capogruppo” dei suddetti sui cui, di ritorno dall’esperienza romana, Liedholm proverà a rilanciare i colori rossoneri.
Siamo nel 1984 ed il ritorno del maestro svedese assume per Baresi il significato di una rinascita calcistica.
Benché lontano dai concetti di intensità, occupazione dello spazio, pressing e movimenti di squadra che faranno grande il Milan di Sacchi, il Barone porta con sé il “gioco a zona”, che piace molto a Baresi che, nelle annate precedenti, non ha fatto mistero di ammirare il modo di stare in campo della Roma.
Durante gli anni nella capitale, peraltro, Liedholm ha chiesto invano l’acquisto del capitano rossonero.
Il ritorno del tecnico a Milanello coincide con qualcosa che oggi assume le sembianze del sacrilego se è vero, come è vero, che Baresi si vede sfilare la maglia numero 6 dalle spalle.
L’allenatore svedese, infatti, non ama la numerazione in uso in Italia e, rifacendosi talvolta al “metodo” e talvolta al “sistema”, per un paio di stagioni fa indossare al proprio libero la numero 2 o la numero 4.
A Franco la cosa interessa il giusto perché comprende, o forse sarebbe meglio dire “intuisce”, come una squadra che difenda a zona possa rappresentare il meglio per lui e viceversa.
Amando giocare guardando in avanti, non ha problemi a salire palla al piede.
Lo hanno fatto già altri: Beckenbauer, ad esempio, da cui erediterà il soprannome “Kaiser Franz” per le esondanti doti di leadership. Scirea, abile a far partire l’azione e, talvolta, a seguirla ed accompagnarla. Passarella, straripante nell’avanzare sino ad arrivare alla conclusione a rete.
Ma quando Beckenbauer, Scirea oPassarella avanzano, in ossequio ad altri concetti calcistici, lo fanno lasciandosi alle spalle due marcatori senza che la squadra salga con loro.
Non è ciò che piace a Baresi più propenso, sulla scorta di quanto proposto in passato dall’Ajax e dallanazionale olandese, a legare a sé la linea difensiva e a progredire sul campo con essa, “agganciando” gli altri componenti del pacchetto arretrato.
Il modo migliore per conquistare campo e ridurlo agli avversari.
Forse un azzardo per il calcio italiano di metà anni 80 ma come insegna Cruijff “l’azzardo è parte del gioco”.
Questo desiderio tecnico è l’emanazione della sua qualità più importante.
Di Baresi è stato scritto di tutto: che era forte, tecnico, determinato, straripante, veloce, tempista, atletico, qualitativo, predestinato.
Per Brera addirittura “spietato”, “comandante” e“virile”.
La realtà ci dice qualcosa di differente ovvero che Franco Baresi è stato, prima di tutto, un calciatore estremamente intuitivo.
Capiva il gioco come pochi e prevedeva compiutamente lo sviluppo delle azioni.
Non era così imponente fisicamente ma, se leggi in anticipo lo sviluppo, sei in grado di partire e di arrivare prima degli altri.
La sua proverbiale scelta di tempo trova anch’essa origine nella capacità di “vedere prima” le cose; non era sempre il più veloce (anche se lento non è mai stato) ma era colui che sapeva quando intervenire.
Esattamente come alcuni attaccanti anticipano i tempi di gioco con la comprensione e l’intuitività rispetto a ciò che sta per accadere, lasciando sul posto difensori apparentemente più veloci, allo stesso modo Franco Baresi sapeva sempre cosa fare, quando farlo e, soprattutto “dove” farlo.
Da qui, l’affermazione di Van Basten che lo definì “il Cruijff dei difensori”.
Il DOVE è ciò che lo ha reso uno dei migliori del suo tempo.
Il DOVE inteso come spazio.
Nel comandare i compagni, nel condurre la palla, nel gestire le situazioni di campo, nell’indirizzare l’azione aveva sempre un’incredibile padronanza dello spazio.
Sapeva dove andare o meglio dove sarebbe stato determinante esserci.
Poteva sbagliare un gesto tecnico (a chi non capita?) ma raramente sbagliava una scelta.
Un calciatore così non poteva trovare di meglio nel momento in cui ad allenarlo sarebbe arrivato un uomo che della componente spazio-temporale avrebbe fatto il suo mantra.
Con Arrigo Sacchi alla guida del Milan si compie definitivamente l’approdo nell’Olimpo dei grandissimi.
L’idea difensiva del tecnico di Fusignano è ciò che meglio si adatta ai desideri del campione rossonero.
Sacchi non chiede al terzino sinistro di fluidificare, chiede ad entrambi i terzini di sovrapporsi agli esterni di centrocampo. Vuole che la difesa avanzi, non solo nell’intento di mettere gli avversari in off-side, ma anche per soffocare il gioco avversario.
A togliere la palla agli avversari ci si diverte più che a rincorrerli.
Si corre in avanti, si occupa lo spazio, si controlla il gioco e si prova a dominare la contesa.
Superate le prime frizioni, ciò che gli viene proposto dall’ex tecnico del Parma rappresenta il massimo.
Dalle sventagliate a cercare compagni avanzati, alle sgroppate in solitaria, agli interventi in extremis quando la segnatura avversaria sembra cosa fatta, sino alle indicazioni date con il linguaggio del corpo, il rendimento calcistico tocca l’apice in carriera.
Definirlo regista difensivo sarebbe riduttivo.
È allo stesso tempo anima e cervello, rigorosamente a testa alta.
Nelle rare occasioni in cui il gioco offensivo si inceppa, o quando gli avversari sembrano avere la meglio, è colui che dà la sveglia: con una sgroppata, con un’apertura delle sue, con un rimprovero, talvolta anche con un fallo.
A ciò si aggiungano due qualità che lo renderanno leader assoluto.
Un immarcescibile carisma e una generosità totale.
Se alla summa di quanto sopra addizionate la fedeltà ai colori rossoneri il ritratto è definito.
Nella seconda parte degli anni 80 si completa il processo di evoluzione del capitano.
Alle qualità emerse in gioventù si sovrappongono concetti come l’intensità, la velocità, il pressing e, come detto, la ricerca e l’occupazione dello spazio.
Non si tratta solo di difendere nel senso di contrastare l’azione avversaria.
Si tratta di determinare il gioco partendo dalla linea arretrata che diventa, grazie a lui, il primo riferimento della proposta offensiva.
La squadra si muove in un tutt’uno guidato dal leader massimo che, quando necessita, sa essere anche particolarmente duro e cattivo.
Tecnicamente parlando ha la tendenza ad usare, soprattutto in fase di controllo, l’esterno destro quando dovrebbe accompagnare la sfera con il sinistro. Ma a vederlo sul campo sembra più una concessione edonistica che una carenza del piede debole.
Appena si trova in possesso della sfera, le braccia fungono da indicazioni per i compagni.
Anche nelle fasi di contrasto predilige l’esterno destro (e questo vezzo gli costerà l’infortunio ad Usa 94).
L’eleganza che lo accompagna nei movimenti in avanzamento non fa di lui un giocatore tenero.
Anzi, si esalta nella lotta come nessun altro ed è soprattutto in trasferta che ricopre alla grande la figura del trascinatore.
Nei campi e negli stadi più ostili, in Italia ed in Europa, è sempre in prima linea ma il suo modo di stare in campo farà sì che non venga mai odiato dai supporters avversari che, viceversa, non gli faranno mancare stima e rispetto sino ad omaggiarlo, in qualche caso, con autentici tributi alla carriera
È lui che va a calciare il primo rigore a Belgrado avanti a 70.000 spettatori che fischiano.
È lui il primo a presentarsi sul dischetto a Pasadena.
È lui che disincanta Butragueno ed Hugo Sanchez al Bernabeu alzando la linea dal primo minuto di gara.
Ma è soprattutto lui che rappresenta l’anima degli invincibili.
In alcune partite, quando tutto girava per il verso giusto, quasi non ti accorgevi della grandezza tanto erano all’unisono i movimenti della difesa.
Ma quando l’asticella della difficoltà si alzava… allora saliva in cattedra, sia emotivamente che qualitativamente.
Eccellente nell’utilizzare il corpo come baluardo oltre che inarrivabile per scelta di tempo, sempre grazie all’attitudine a leggere prima il gioco e ad anticipare l’evolversi degli eventi, inanellerà una serie di interventi in extremis che terranno inviolata la porta rossonera con l’avversario già in procinto di esultare.
Spesso, per descrivere la forza dei grandi campioni si usa il termine “dominante”.
Nel suo caso è preferibile utilizzare la parola “tiranneggiante” per il senso di impotenza che provocava negli avversari e per l’insindacabilità delle decisioni che i compagni ratificavano senza discussione.
Aver alzato la Coppa dei Campioni dopo aver giocato con il Milan in serie B è stata la sua soddisfazione più grande.
Si è preso i complimenti degli avversari contro cui ha giocato.
Con qualcuno litigava ma poi la stima, non solo calcistica, appianava le frizioni.
L’aver avuto il fratello Giuseppe quale simbolo dei cugini nerazzurri è stato motivo di vanto oltre che di gratificazione familiare per due ragazzi segnati da una serie di circostanze luttuose.
Nel momento in cui il rapporto tra Sacchi e parte della squadra deflagra è di aiuto al nuovo tecnico, Capello, a cui difetta l’esperienza da allenatore.
Si narra che quest’ultimo, poco propenso alle intrusioni dei calciatori in tema di aspetti tattici, non abbia fiatato nel momento in cui, prima di Barcellona-Milan che lo vedeva assente per squalifica, Baresi avrebbe dato a Maldini una serie di indicazioni per tagliare fuori dal gioco Romario e ammansire Stoichkov.
Il Milan di Capello, meno dirompente ma più cosciente e sicuro, rappresenta il momento in cui la parola “gestione” fa breccia nel suo portafoglio di qualità.
Ad onor del vero va riconosciuto che nel primo triennio con il tecnico friulano alla guida il pacchetto degli avversari in Italia risulta molto meno agguerrito.
Le tre compagini che, con il Milan, si erano spartite la vittoria in campionato nel quadriennio precedente escono dalla lotta al vertice.
La miglior Sampdoria di sempre si è oramai dissolta, Maradona ha lasciato Napoli e dell’Inter del Trap e del trio tedesco rimane solo il ricordo.
In attesa che la Juventus torni a fare la voce grossa, ci prova il Parma a creare qualche grattacapo ma i successi della squadra emiliana, che, tra le altre, conquista con merito una Supercoppa Europea a San Siro ed interrompe la serie di imbattibilità degli invincibili, rimangono circoscritti alle competizioni da “dentro o fuori”.
Diversamente vanno le cose oltre confine.
Il nuovo format della Champions League manda in pensione l’eliminazione diretta e l’avvento dei gironi fa si che, oltre al numero di partite da giocare, aumentino anche gli avversari di valore.
La compagine rossonera macina vittorie in sequenza e, se nel 1993 viene sconfitta in finale dopo un percorso netto, l’anno successivo compie il capolavoro di Atene.
La linea difensiva è oramai un unicum che si muove all’unisono.
La squadra può permettersi di panchinare o lasciare in tribuna palloni d’oro e geni del calcio.
Persino l’assenza di Baresi viene assorbita senza colpo ferire contro il Dream Team Catalano.
Sono anni in cui il diavolo dimostra una solidità incredibile che deriva dal pacchetto arretrato guidato dal capitano che, pur con l’avanzare dell’età, complici anche i pochi infortuni patiti (altra circostanza che certifica la serietà e la professionalità), mantiene standard di rendimento altissimi, assolutamente sconosciuti per i calciatori over 30 del tempo.
Solo nella stagione 1996/97, la peggiore per risultati dell’ultimo quindicennio, emerge qualche difficoltà e, con essa, la decisione del ritiro.
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La carriera in azzurro è stata, almeno agli inizi, un po’ più altalenante.
Detto delle convocazioni senza scendere in campo ad Euro 1980 ed alla coppa del mondo 1982, la partecipazione ai giochi olimpici di Los Angeles colora d’azzurro un 1984 in cui l’Italia di Bearzot non si è qualificata alla fase finale del campionato d’Europa.
Il C.T, in quel momento storico, si trova di fronte ad un bivio.
Andare avanti con Scirea sino al Mondiale del 1986 o puntare su Baresi di cui ha già capito le potenzialità?
Dopo un paio di gare giocate (male) in occasione delle qualificazioni europee, la scelta cade su un’opzione pilatesca che prevede l’impiego di quest’ultimo a centrocampo con il chiaro intento di non sacrificare nessuno dei due.
I risultati sono modesti al punto che, dopo qualche esperimento, il rapporto con Bearzot salta definitivamente.
Di sicuro, in previsione del campionato del mondo 1986, il dibattito su chi tra Righetti e Tricella debba essere convocato quale riserva di Scirea rasenta i confini dell’inverosimile, oltre che risultare ingeneroso nei confronti del miglior difensore d’Italia.
La magra esibizione in Messico dà il via ad un cambiamento epocale che promuove gran parte dell’under 21 di Vicini in nazionale maggiore.
Baresi, Bergomi, Cabrini, Zenga edAltobelli sono i veterani del gruppo ma si capisce subito che da lì in poi, anche in azzurro, comincia la sua era.
Non ha problemi di coesistenza con compagni abituati nei loro club alla marcatura ad uomo.
Gioca un quadriennio a livelli altissimi e la sconfitta in semifinale ad Italia 90 rappresenta il suo cruccio maggiore, anche più della finale del 1994.
Pure in quell’occasione, inutile a dirsi, è il primo a presentarsi dal dischetto.
Sul finire del 1991 pensa sia ora di smetterla con l’azzurro ma un paio di defaillance difensive nelle prime uscite dell’Italia di Sacchi fanno sì che il Presidente Federale Matarrese lo convinca al ritorno che avrà il suo apice in occasione della più bella prestazione di sempre, nella finale mondiale contro il Brasile tre settimane dopo un’operazione al menisco.
La telecronaca di quella gara, che la Rai affida a Bruno Pizzul con Carlo Nesti seconda voce, è il più bell’omaggio che gli si possa rendere.
Ad ogni suo intervento, atto a contrastare l’azione avversaria o ad impedire una probabile segnatura, il telecronista esclama la parola “BARESI” come volesse certificare l’indistruttibilità del capitano.
“BARESI”, “BARESI”,
“e c’è ancora BARESI…”,
“ennesimo intervento di BARESI…”,
”Splendido BARESI…”,
“BARESI, stupendamente”.
Per 120 agonici minuti, il suono del suo nome si eleva come una diga contro gli attacchi brasiliani.
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Al netto di tutti i superlativi che da giorni si sprecano, quella di Franco Baresi con il calcio e con il club rossonero è stata una bellissima storia d’amore.
Un amore che lo ha portato, in qualche caso, ad esibirsi durante manifestazioni pubbliche di evidente ispirazione Berlusconiana, atte a spettacolarizzare l’evento in ossequio ad un modello comunicativo che non si confaceva al suo modo di proporsi, a cui partecipava, non senza un briciolo d’imbarazzo, per senso di appartenenza e di riconoscenza.
Secondo nella classifica dei milanisti con più presenze, ha raggiunto l’immortalità calcistica nel momento in cui la maglia numero 6 è stata ritirata.
Una storia destinata a continuare dopo la sua scomparsa, che non avrà bisogno di voci narranti tanto il protagonista è stato in grado di illustrarsi da solo con fierezza, valore ed onore.
In questi tempi di magre azzurre è stato scritto più volte che i nostri attuali difensori non saprebbero più difendere perché non abituati alla marcatura ad uomo.
Peccato che buona parte degli opinionisti ed analisti non abbia appreso nulla da Franco Baresi, emblema del gioco a zona e grandissimo nel duello individuale.
Caro Franco, perdona loro, magari con un sorriso, perché non sanno ciò che dicono. Sei stato protagonista di un calcio innovativo.
Ovunque Tu sia, veglia, e se del caso intervieni come facevi in campo, contro le forze restauratrici del football.

BIO: Alessio Rui è nato e vive a San Donà di Piave-VE ove svolge la professione di avvocato. Dal 2005 collabora con la Rivista “Giustizia Sportiva”, pubblicando saggi e commenti inerenti al diritto dello sport. Appassionato e studioso di tutte le discipline sportive, riconosce al calcio una forza divulgativa senza eguali. Auspica che tutti coloro che frequentano gli ambienti calcistici siano posti nella condizione di apprendere principi ed idee che, fatte proprie, possano contribuire ad una formazione basata su metodo e coerenza, senza mai risultare ostili al cambiamento.











3 risposte
Favoloso ricordo di un mito in ogni sua sfaccettatura, non solo come giocatore ma soprattutto come persona, vera bandiera della sua squadra e infinito per carisma, idee e soprattutto coraggio nell innovazione
Il classico “uomo amato da tutti” pure dagli avversari per la sua grande classe fierezza talento e grande umiltà
grazie
Buongiorno.
Esprimo un parere personale. Ottimo ricordo del più forte difensore della storia del calcio nonché di un bravo ragazzo.
Sono d’accordo con il contenuto dell’articolo, in particolare con la partita di Pasadena: in quella circostanza, Franco Baresi ha dato dimostrazione che (se ce ne fosse stato bisogno) era nettamente superiore a tutti i suoi compagni di reparto.
Ma proprio tutti, nessuno escluso.
Anche io ricordo perfettamente la telecronaca di Bruno Pizzul, a tratti commovente.
Ma nel calcio odierno, più che il Baresi calciatore, manca in Baresi uomo.
Manca anche la maglia numero 6 e su questo non sono mai stato d’accordo.