WORL CUP ’26 – EXCALIBUR: IL DESTINO DELL’INGHILTERRA

«Chiunque estrarrà questa spada da questa roccia sarà di diritto Re di tutta l’Inghilterra.»

Per secoli quella frase ha rappresentato molto più di una leggenda. Excalibur non era soltanto una spada, ma il simbolo della pazienza, del destino e della legittimità. Non bastava desiderare il trono, bisognava dimostrare di meritarlo. Da quasi sessant’anni il calcio inglese sembra vivere la stessa attesa. Dal 1966, l’Inghilterra continua ad avvicinarsi al proprio destino senza riuscire ad afferrarlo davvero, come se quella spada fosse ancora incastonata nella roccia e ogni generazione riuscisse soltanto a smuoverla di qualche centimetro. Due finali europee perse, un terzo posto mondiale e la sensazione che il momento tanto atteso sia vicino, ma non ancora arrivato. Eppure, forse, la domanda non è più quando l’Inghilterra vincerà un grande torneo. La vera domanda è se l’Inghilterra abbia finalmente costruito il percorso giusto per meritarselo. Per decenni il calcio inglese ha vissuto una contraddizione quasi romantica. Possedeva il campionato più ricco del pianeta, gli stadi più affascinanti, una cultura calcistica ineguagliabile e un patrimonio economico sconfinato, ma ogni estate internazionale si concludeva con la stessa malinconia.

La Premier League cresceva, la nazionale restava immobile. Il problema non era il talento, ma il sistema. Mentre la Spagna ridefiniva il calcio partendo da Las Rozas e dalla filosofia condivisa tra Federazione e club, mentre la Germania reagiva al fallimento di Euro 2000 imponendo una rivoluzione strutturale nei vivai e la Francia perfezionava il modello Clairefontaine, l’Inghilterra continuava a credere che la forza della Premier League sarebbe bastata a produrre automaticamente una nazionale vincente. Era un’illusione. La svolta arrivò con una scelta tanto silenziosa quanto rivoluzionaria: costruire St. George’s Park. Non un semplice centro tecnico federale, ma un luogo dove ripensare completamente il calcio inglese. Una casa comune nella quale tutte le nazionali, dagli Under 15 fino alla prima squadra, avrebbero condiviso principi metodologici, linguaggio tecnico, preparazione fisica, neuroscienze applicate, analisi della prestazione e formazione continua degli allenatori. Ma soprattutto arrivò un cambio di mentalità. L’Inghilterra smise di osservare il continente europeo con il tradizionale orgoglio di chi aveva inventato il calcio e iniziò a studiarlo con l’umiltà di chi aveva qualcosa da imparare. I dirigenti della Football Association visitarono centri federali, analizzarono i modelli di formazione di Spagna, Germania, Belgio, Olanda e Francia. Studiarono il successo delle nazionali giovanili europee, confrontarono metodologie, programmazioni e percorsi di crescita. Compresero che il talento non si forma spontaneamente, ma viene costruito attraverso una cultura condivisa. Contemporaneamente la Premier League divenne il più grande laboratorio tattico del mondo.

L’arrivo di Arsène Wenger aveva già incrinato molti dogmi del calcio inglese introducendo una nuova cultura dell’alimentazione, della preparazione atletica e del gioco associativo. Sir Alex Ferguson aveva dimostrato come il rinnovamento continuo fosse l’unica strada per restare competitivi. Poi arrivarono José Mourinho, Pep Guardiola, Jürgen Klopp, Antonio Conte, Thomas Tuchel, Unai Emery, Roberto De Zerbi e molti altri tecnici stranieri che trasformarono ogni weekend della Premier in un confronto permanente tra scuole calcistiche differenti. L’Inghilterra imparò così ad affrontare ogni settimana il pressing organizzato di Klopp, il calcio posizionale di Guardiola, le strutture relazionali di De Zerbi, le transizioni aggressive di Conte, la costruzione metodica di Arteta, le innovazioni tattiche che continuavano ad arrivare dal continente. Il calcio inglese, tradizionalmente verticale e istintivo, iniziò ad assorbire concetti nuovi senza perdere la propria identità fatta di intensità, coraggio e ritmo. Anche il profilo del giovane calciatore inglese cambiò radicalmente. Se una volta venivano privilegiati forza fisica, agonismo e velocità, oggi il percorso formativo ricerca giocatori capaci di interpretare gli spazi, leggere il pressing, occupare diverse posizioni, costruire dal basso, prendere decisioni in tempi ridotti e adattarsi a sistemi tattici differenti.

Il calcio inglese ha sostituito il culto dell’atleta con quello del calciatore pensante. I risultati sono arrivati prima nelle categorie giovanili che nella nazionale maggiore. Europei Under 17, Mondiali Under 20, Europei Under 19 e numerosi piazzamenti internazionali hanno certificato che il cambiamento non era episodico. Dietro ogni successo delle selezioni giovanili c’era un percorso comune, non una semplice generazione fortunata. Quando quei ragazzi sono arrivati nella nazionale maggiore hanno trovato un ambiente già preparato ad accoglierli. Gareth Southgate ha avuto il merito di comprendere che il vero patrimonio dell’Inghilterra non era soltanto tecnico, ma culturale. Ha eliminato il peso psicologico della maglia, ha costruito un gruppo stabile e ha accompagnato la crescita di una squadra che oggi frequenta con continuità le ultime settimane delle grandi competizioni.

La finale europea persa contro l’Italia a Wembley, la successiva finale continentale sfuggita ancora una volta e questo terzo posto mondiale raccontano certamente una squadra che deve ancora completare il proprio percorso. Ma raccontano soprattutto una nazionale che ormai appartiene stabilmente all’élite del calcio mondiale. La storia insegna che nessuna dinastia nasce direttamente dalla vittoria. La Spagna perse quarti di finale che sembravano maledizioni prima di dominare il mondo. La Francia attraversò delusioni profonde prima di diventare campione d’Europa e del Mondo. Anche la Germania, prima della rinascita del 2014, investì oltre dieci anni nella riforma del proprio sistema giovanile. Le sconfitte possono essere un punto di arrivo oppure una fase della costruzione. Tutto dipende dalla solidità delle fondamenta. E quelle dell’Inghilterra oggi sembrano più robuste di quanto non siano mai state dal 1966. Forse Excalibur è ancora conficcata nella roccia. Forse nessuno l’ha ancora estratta completamente. Ma osservando St. George’s Park, la qualità delle nazionali giovanili, la crescita metodologica dei tecnici, l’influenza delle grandi scuole europee e una nazionale capace di arrivare con continuità fino in fondo, viene da pensare che la lama abbia iniziato finalmente a muoversi.

Perché i grandi trionfi raramente arrivano all’improvviso. Prima si costruiscono. Poi si sfiorano. Poi si perdono. E solo alla fine diventano storia.

BIO: Vincenzo D’Aniello è nato ad Aversa (CE) il 25-5-1985 . È in possesso della licenza di allenatore UEFA/B e ha allenato in diverse categorie e in diverse scuole calcio della provincia di Caserta e Napoli.

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