Il fischio finale del Mondiale 2026 ha sancito l’ennesimo verdetto spietato per il nostro movimento e guardare la rassegna iridata da spettatori, per la terza volta consecutiva, non è più soltanto una ferita sportiva: è la constatazione di uno stato di paralisi culturale. Mentre i campi del Nordamerica vibravano di colori, tensioni e storie, l’Italia è rimasta alla finestra, prigioniera di una razionalizzazione che ha inaridito le fonti del gioco più famoso del pianeta.
Questo Mondiale ci ha messo davanti a uno specchio, costringendoci a fare i conti con ciò che abbiamo perso lungo la strada: il talento, certo, ma soprattutto quel fuoco sacro che un tempo rendeva il nostro calcio un’esperienza collettiva e identitaria.
La distanza più siderale che si è avvertita durante il torneo non è stata di natura esclusivamente tecnica o tattica, ma antropologica, avendo potuto ammirare per più di un mese realtà che hanno saputo compensare evidenti limiti in termini di talento, con una granitica devozione all’arte del collettivo, rispolverando quel romanticismo viscerale che il nostro movimento sembra aver smarrito lungo la strada.
Il confronto, specialmente col calcio sudamericano, ha evidenziato una spaccatura netta nel modo di concepire e vivere lo sport. In Sudamerica, il calcio è rimasto fedele a quel codice genetico che l’Italia ha custodito gelosamente durante gli anni ’70 e ’80, un calcio dove la passionalità non è un accessorio folkloristico, ma il motore immobile del gioco. Nelle strade di Buenos Aires, di Montevideo o di Rio, il pallone conserva una sacralità sociale e un’urgenza esistenziale che da noi si sono progressivamente burocratizzate. Quel modo viscerale di vivere la partita — fatto di sofferenza collettiva, di identificazione totale tra popolo e maglia, di coreografie che sono manifesti politici e sentimentali — era il nostro pane quotidiano nei decenni d’oro della Serie A.
Oggi, in Italia, abbiamo scambiato quella mistica con la sterilizzazione degli stadi, la frammentazione del tifo e la trasformazione del tifoso in un cliente passivo di un prodotto televisivo. Abbiamo spento i settori popolari e, di riflesso, abbiamo spento la fantasia, con la presunzione di poter copiare il modello di sport statunitense, finendo per diventarne soltanto una sbiadita e goffa caricatura. Un cortocircuito culturale che finge di ignorare la natura stessa del nostro tessuto sociale: da noi lo sport non è mai stato un neutro spettacolo d’intrattenimento da consumare con i popcorn in mano, ma un’esigenza identitaria e comunitaria. Un’illusione che stiamo già pagando a caro prezzo nella pallacanestro e che oggi, applicata al calcio, dimostra quanto sia fallimentare scambiare la passione di un popolo per un semplice format replicabile analiticamente.
Questa perdita di passione si riflette direttamente sul rettangolo verde. Il Sudamerica continua a produrre risposte creative perché non ha normato il gioco dei bambini; noi, al contrario, abbiamo standardizzato l’apprendimento.
La verità che questo Mondiale ci consegna è brutale: in Italia non abbiamo un talento del livello di Lionel Messi — e forse non lo avremo mai più —, ma la realtà è che oggi facciamo fatica a produrre persino profili con la fame, la duttilità e la ferocia messa in campo dai ragazzi di Scaloni. Manca quella sfrontatezza tecnica che nasce solo dal calcio di strada, da quel “disordine organizzato” che i nostri settori giovanili hanno scientificamente eliminato per fare spazio a compiti tattici e fisicità precoce.
Ma il dramma più profondo non risiede solo nella carenza di fuoriclasse. Storicamente, l’Italia ha saputo sopperire alla mancanza di singoli dominanti attraverso la forza del collettivo. Eravamo quelli del “gruppo”, capaci di cementare nello spogliatoio blocchi granitici in grado di scalare montagne (la spedizione del 1982 e quella del 2006 ne sono i manifesti storici). Oggi sembra smarrita anche quella capacità così peculiare. Inariditi dal culto dell’individualismo e dalla frammentazione dei percorsi di crescita, non abbiamo più la forza morale e strategica di puntare sul gruppo, di costruire sistemi complessi dove il tutto è superiore alla somma delle parti.
Questo declino, tuttavia, non è un fenomeno isolato, ma rappresenta il riflesso fedele delle trasformazioni che stanno attraversando le società europee odierne, ed il calcio, d’altronde, non potrebbe non esserne travolto ed essere, come spesso accade, fedele rappresentazione della realtà circostante.
L’Europa contemporanea vive una fase di profonde rivoluzioni demografiche e culturali. Viviamo in società iper-regolate, atomizzate, dove il senso di comunità si è dissolto a favore di un individualismo digitale e performativo. La perdita di passionalità nel nostro calcio non è che lo specchio di una società che ha paura del rischio, che rifugge l’imprevedibilità e che preferisce la sicurezza dell’algoritmo alla bellezza del disordine creativo.
Il Sudamerica, con le sue contraddizioni e le sue ferite sociali, e purtroppo economiche, conserva nel calcio l’ultimo avamposto di una liturgia collettiva, un luogo dove ci si ritrova ancora vivi e uniti. L’Italia e l’Europa occidentale, invece, guardano quel fuoco da lontano, protette dal vetro di uno schermo, chiedendosi quando abbiamo iniziato a preferire la fredda cronaca di un evento, al brivido caldo di una passione che continua ad unire come poche altre.

BIO: MANLIO SANTULLI
Nato e cresciuto a Roma, è un Praticante Avvocato presso il Foro di Roma e Scout per un importante realtà calcistica capitolina. Divide le sue giornate tra i codici e i campi di gioco, cercando di applicare la stessa precisione analitica al diritto ed allo studio del calcio come sistema complesso. Grande appassionato di storia, scrive per esplorare le radici del gioco e le sue evoluzioni ed implicazioni socio-culturali.










