IO, IL FALLIMENTO DEL CALCIO ITALIANO (4^ PARTE)

ELENCO CAPITOLI:

  • IL GIOCO DI STRADA
  • IL MITO DELL’ 1 VS 1
  • IL GIOCO A DUE TOCCHI
  • TECNICA, TATTICA E TATTICISMO
  • IL GIOCO DI STRADA

È proprio il gioco di strada il grande assente. Io ed i miei coetanei giocavamo per strada ogni giorno, per ore. I ragazzi, oggi, non lo fanno più.

Il programma, indicato con una sorta di slogan: “la tecnica al centro della formazione”, basato su esercizi isolati, sulla distinzione tra tecnica e tattica e sul gioco a due tocchi — sottolineo – sul gioco a due tocchi, disconosce l’importanza dei compagni, di comprendere dove siano, di imparare a “vederli” anche se non c’è l’obbligo di utilizzarli: decide sempre il giocatore. In altre parole il giovane calciatore dovrebbe essere messo nella condizione di comprendere/leggere il gioco e decidere quando giocare a uno, a due o più tocchi, tenere la palla, passarla o provare il dribbling.

Un tempo il giocatore sviluppava creatività, comprensione del gioco, scaltrezza, tempi e inganno, autonomamente. Arrivava al campo della propria società già con un bagaglio enorme di esperienze motorie specifiche del calcio. Totti, Baggio, Del Piero e tutto ciò che ci hanno regalato negli anni probabilmente oggi non lo avrebbero mai espresso con quel livello di eccellenza se fossero nati vent’anni più tardi. Non è un caso che oggi non ci siano più i Totti, i Baggio e i Del Piero.

Lo stesso dicasi per Cannavaro, Nesta o Maldini, con le loro letture del gioco. Siamo il risultato di ciò che proponiamo. Se però non si comprende il problema e si prende solo atto dell’esito scaricando le responsabilità, difficilmente potranno esserci cambiamenti.

Ciò che dovrebbe realmente fare la Federazione è riportare dentro il sistema ciò che il calcio di strada offriva, non la tecnica in sé per sé, non la tecnica intesa come ball mastery. Come? Inserendo nelle esercitazioni quante più componenti possibili del gioco. In ogni situazione reale di gioco sono presenti almeno un avversario, un compagno, la palla, la direzione di gioco oltre alle regole del gioco. Se si vuole un trasferimento reale dall’allenamento alla partita, non esiste altro modo.

L’obiettivo deve essere portare la partita dentro l’allenamento, non il contrario


Le componenti del gioco

Sviluppare un esercizio come quello proposto nel programma Evolution — in cui si ripetono in modo ciclico gestualità tecniche codificate (così come riportato nella descrizione dell’esercizio), decontestualizzate, senza presa di decisione, senza opposizione — e, ancora più paradossale, con l’indicazione di eseguire un contro-movimento che teoricamente servirebbe per crearsi spazio (ma in base a cosa? cosa dovrebbe muovere il giocatore? un cono? un avversario immaginario?) — solleva una domanda inevitabile: come può avere un reale trasferimento in partita?

Il problema è evidente: Il ragazzo si allena eseguendo una scelta pre-impostata e un contro-movimento senza alcun riferimento reale, senza pressione e senza avversario, mentre in gara i segnali che rendono efficace quel movimento sono la palla libera e il conseguente spostamento dell’attenzione del difensore dalla palla all’uomo e viceversa. Insomma, si impedisce al giocatore di capire quale gesto utilizzare, quando e perché.

Esercizio di passaggio e ricezione presente nella Library del programma Evolution

E ancora: qual è il senso di un possesso palla con trasferimento da una meta all’altra, che comprende un’azione “prima” e una “durante”, ma non prevede un vero “dopo”? In teoria dovrebbe trattarsi di un esercizio di cambio gioco, da un fronte all’altro, ma così come viene proposto manca una reale finalità che ne definisca il significato dentro il gioco.

Come si può sviluppare la creatività se ciò che viene richiesto è fine a sé stesso, privo di uno scopo e di conseguenze reali sulle scelte del giocatore?

  • IL MITO DELL 1 VS 1


Le finte e l’1 contro 1. Qual è il senso di insegnare finte isolate che poi non vengono utilizzate nel contesto reale di gioco perché completamente decontestualizzate? Vi assicuro che, senza allenare le finte da anni, non ho visto alcuna differenza: i giocatori creativi continuano a farle al momento giusto, mentre chi non le faceva continua a non farle. E poi, qual è il senso di sviluppare l’1 contro 1 se poi il gioco stesso ti dice che non è mai davvero un 1 contro 1, dato che esistono sempre un compagno e un raddoppio?

Se si costruisce in superiorità, si crea in parità e si attacca in inferiorità numerica, cosa si sta realmente proponendo al giocatore per formarsi?

Se l’1 contro 1 “puro” — che puro, come detto, non è mai — avviene solo in situazioni specifiche, come un cambio gioco, una costruzione con passaggio orizzontale, una ricezione tra le linee o una transizione offensiva, quale sarebbe allora il senso della classica esercitazione “difensore passa all’attaccante e inizia l’1 contro 1”?

Dov’è la realtà del gioco? Quando mai un difensore passa la palla dalla linea di fondo a un attaccante posizionato al limite dell’area a venti metri di distanza? E come fa il difensore a prendere posizione e ad avere il corretto approccio all’1 contro 1? E quante volte questa esercitazione si trasforma, di fatto, in una sorta di lotta-wrestling?

Se invece quella situazione nasce, ad esempio, in transizione dopo un recupero palla, perché non includere anche un compagno, il portiere e due avversari, invece di limitarsi alla classica esercitazione in cui il difensore passa la palla all’attaccante?

Con i difensori che cercano di segnare in due mini-porte poste cinque metri all’esterno dell’area, lavorando il passaggio “tra” gli avversari per trovare il centrocampista — e avendo allo stesso tempo la possibilità di sviluppare il dribbling contro la corsa curva degli attaccanti, che a loro volta allenano principi collettivi come pressing e copertura, oltre ai principi individuali delle corse di oscuramento.

A palla conquistata, si avrebbe inoltre una varietà concreta di distanze e posizioni, perché ogni recupero nel gioco può essere simile ma mai identico. Da lì si arriverebbe poi all’ 1 contro 1, con il difensore che avrebbe finalmente un approccio reale alla situazione e con il compagno del possessore che, in relazione alla palla, decide se andare ad effettuare corse di isolamento, di creazione o di sostegno. Nel calcio le situazioni possono assomigliarsi, ma non sono mai identiche. Ed è proprio questa varietà — in questo caso, ad esempio, nel pressing, dove esistono un prima (interrompere il passaggio), un durante (corsa di oscuramento e pressione) e un dopo (recupero palla e transizione) — a permettere il reale trasferimento dell’apprendimento.

Quanti dettagli di tattica individuale sono presenti, a questo punto, in un’esercitazione del genere rispetto al classico e inutile “difensore passa palla all’attaccante”? Certo, qualcuno dirà che così il numero delle ripetizioni diminuisce. Ma il punto è proprio questo: le ripetizioni devono essere qualitative, non quantitative, se si vogliono creare giocatori di qualità, capaci di prendere decisioni di qualità. Se si vuole portare il gioco dentro l’allenamento, esporre il giocatore a decisioni reali, sviluppare relazioni tra giocatori e permettere l’applicazione della tecnica nel contesto del gioco, non esiste altra strada.

Per non parlare delle scuole private di 1 contro 1 o di tecnica individuale: per favore, genitori, fate attenzione a come investite i vostri soldi. Queste esercitazioni non permettono alcun trasferimento concreto al campo. Certo meglio questo tipo di attività motoria che lasciare che i ragazzi stiano ore al cellulare o al computer.

  • IL GIOCO A DUE TOCCHI

Partendo dal presupposto che, per molti, giocare a 2 tocchi, sia ritenuto necessario per vincere le partite, in realtà, questa richiesta è in contrasto con ciò che spesso il gioco richiede. Certo non possiamo disconoscere che la struttura dei campionati giovanili e il ruolo precario degli allenatori finisca per imporre ad essi la necessità di vincere. Il gioco stesso ci dice che uno dei casi in cui ci si trova ad affrontare un avversario(1 vs 1) nasca da un passaggio orizzontale in costruzione (es. portiere → difensore centrale), perché allora dovremmo impedire a priori al difensore di superare il proprio avversario attraverso il dribbling?

Sia chiaro: non sto dicendo che si debba dribblare sempre. Ma nel momento in cui si impone il “gioco a 2 tocchi”, si limita fortemente lo sviluppo della capacità decisionale, dell’errore e quindi dell’apprendimento. Al contrario, dovremmo esporre il giocatore a situazioni reali, aiutandolo a capire quando la scelta migliore sia il passaggio al compagno e quando invece sia il dribbling. Il dribbling nei pressi della propria area è rischioso, ma può eliminare completamente una linea di pressione e rompere la struttura del pressing avversario: alto rischio, alta ricompensa. Se non si vogliono creare giocatori “robot”, ma giocatori creativi e imprevedibili, la cultura del calcio giovanile dovrebbe fondarsi completamente proprio su questo principio.

Un esempio è Mario Gila, ex Lazio e ora rossonero, che spesso dribbla con successo da dietro, probabilmente nel suo percorso di formazione ha avuto allenatori che lo hanno incoraggiato a dribblare, certamente non a giocare a 2 tocchi sempre e comunque. Sebbene Sarri abbia detto durante questa stagione, dopo un suo errore: “dribblare da dietro è una cosa da dilettanti”, da tifoso laziale, e con tutta l’ammirazione per il “Comandante” che ha realizzato tutti i miei sogni, non posso essere d’accordo.

L’unico obiettivo del settore giovanile dovrebbe essere uno: sviluppare giocatori. Sono certo che chiunque abbia giocato per strada, ricevendo palla in difesa, abbia provato a dribblare e non a giocare a due tocchi, sbagliando, imparando, e sviluppando creatività e imprevedibilità.

  • TECNICA, TATTICA E TATTICISMO

Quando ho letto nella presentazione del programma Evolution la frase: “Quindi più gioco attraverso la tecnica e meno ricerca esasperata del risultato attraverso la tattica”, sono rimasto piacevolmente stupito.

Stupito perché, nella mia ingenuità, ho pensato che fosse davvero in atto un cambiamento. Finalmente il gioco al centro del percorso formativo del giovane calciatore. Finalmente la tecnica applicata come fondamento della formazione del giocatore. Finalmente si lavora per principi di gioco. Finalmente l’idea di portare la partita dentro l’allenamento facendo del gioco il principale strumento di apprendimento.

Fantastico!

Tuttavia, approfondendo la library del programma Evolution, mi sono reso conto che la realtà è molto diversa e meno entusiasmante. La tecnica di cui si parla è una tecnica “a secco”, decontestualizzata, lontana dalle situazioni reali che il giovane giocatore deve imparare ad affrontare. Non la tecnica applicata, quella che si sviluppa attraverso contesti di gioco reali, nei quali percezione, decisione ed esecuzione sono inseparabili.

La Federazione, invece, continua a proporre una netta distinzione tra tecnica e tattica, come se fossero dimensioni separate. Eppure tecnica e tattica sono strettamente interconnesse e trovano il loro punto di incontro proprio nel gioco.

Nel programma proposto, dove si afferma la volontà di riportare “la tecnica al centro” l’esecuzione del gesto tecnico sembra venire prima di tutto: prima si automatizza il movimento, poi, eventualmente, lo si inserisce nel contesto. E seppure Arsène Wenger già molti anni fa (decenni ormai) sosteneva :

Il problema nel calcio è che si impara a giocare al contrario: prima l’esecuzione, poi il processo decisionale e, per ultima, la percezione. Ho perso molti giocatori di alto livello perché avevano gli occhi e la testa fissi sul pallone e non vedevano ciò che accadeva intorno a loro. I grandi giocatori si “staccano” dal pallone: la loro testa funziona come un radar. Una volta che un determinato schema si imprime nel loro cervello, per noi allenatori diventa estremamente difficile modificarlo. È fondamentale non compromettere la capacità percettiva dei ragazzi, perché tra i cinque e i dodici anni imparano prima di tutto l’esecuzione tecnica.”

Eppure sembriamo ancora lontani anni luce dalle metodologie più avanzate adottate nel resto d’Europa, nonostante si affermi che: “È una riforma che nasce da una profonda riflessione, supportata da un ampio studio di benchmarking internazionale, e che avvicina la nostra Federazione al resto d’Europa.”

Un altro tema (problema) sono le esercitazioni 11 contro 0. Lo sono anche, ribadisco, gli esercizi isolati di passaggio e ricezione, così come gli slalom tra i cinesini o conetti.

Se vogliamo davvero mettere il giocatore al centro dobbiamo smettere di separare ciò che nel calcio è inseparabile: percezione, decisione ed esecuzione. Dobbiamo allenare il gioco attraverso il gioco, portando la partita dentro l’allenamento, e non il contrario.

Come già detto, questo è il risultato di un sistema. L’allenatore è solo una conseguenza. Il problema è chiaro: quando la tattica si trasforma in tatticismo (uso esasperato della tattica, specialmente in fase di non possesso, in funzione del risultato), si danno regole-indicazioni che nel breve periodo possono aiutare a raggiungere il risultato ma nulla aggiungono al processo di formazione del giovane calciatore, dovremmo fermarci e riflettere. In questo modo si limita il giocatore sotto tutti gli aspetti: non impara davvero il gioco ma uno stile predefinito di attaccare e difendere, in completa antitesi con il suo sviluppo.

Ciò che la Federazione dovrebbe garantire e promuovere è la creazione di linee guida su come allenare la tecnica applicata partendo dai contenuti dei corsi UEFA e implementando la successiva valutazione sul territorio.

La differenza è chiara. Se a un terzino si dice: “in costruzione voglio che tu vada in mezzo al campo così da creare superiorità numerica” (tendenza, recentemente, molto comune che molti allenatori hanno copiato e incollato senza comprendere), oppure si dice a tutta la squadra: “il nostro principio è creare superiorità numerica in mezzo al campo, in costruzione”, la differenza è enorme.

Nel primo caso il terzino lo fa perché gli è stato imposto. Nel secondo caso lo si fa per comprensione e chiunque può occupare quella zona per creare superiorità. Nel primo caso si dà una regola, nel secondo si dà una scelta. Nel primo caso non si considera ciò che fa l’avversario: la superiorità numerica potrebbe essere già presente, rendendo quel movimento inutile, oppure il terzino potrebbe essere seguito da un avversario e in questo caso il suo movimento risulterebbe inefficace. Nel secondo caso invece si chiede ai giocatori di leggere il contesto, capire cosa sta accadendo in gara, senza indicare chi deve andare ma permettendo loro di decidere autonomamente se e quando farlo. Trattandosi di un principio, se gli avversari eguagliano numericamente la costruzione, un altro giocatore può scegliere di entrare in zona e ristabilire la superiorità numerica centrale: di fatto il principio di gioco ricercato!

Tra regole, indicazioni rigide e principi di gioco, quale dei due approcci ritenete possa sostenere maggiormente la formazione a lungo termine di un giocatore? Quale permette ai giocatori una maggiore comprensione del gioco? E quale consente davvero di applicare la tecnica all’interno del contesto? Quale permette al giocatore di sapersi adattare in futuro a differenti stili di gioco?

Tuttavia, se chi di dovere andasse a verificare concretamente cosa viene proposto in allenamento, ci si accorgerebbe che troppo spesso si sviluppano esercitazioni 11 vs 0, in cui i giocatori imparano una “poesia” a memoria, piuttosto che sviluppare una comprensione e conoscenza reale e critica del reale del gioco. In Italia, chi sostiene queste idee, come Filippo Galli, viene definito “eretico”. In realtà, in Inghilterra — soprattutto nell’attività di base — è esattamente ciò che si fa.

I risultati? Ne cito tre, Foden, Palmer, Greenwood e nessuno dei tre è stato convocato al Mondiale!

FINE 4^ PARTE – CONTINUA…

BIO: SHADE ASHOUR

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