Cinque anni fa l’Italia saliva sul tetto d’Europa. A Wembley, davanti a un pubblico quasi interamente inglese, Giorgio Chiellini alzava una coppa che agli azzurri mancava da cinquantatré anni. Dalle immagini sgranate di Giacinto Facchetti nel 1968 alle riprese in alta definizione del capitano juventino: un lungo viaggio attraverso oltre mezzo secolo di calcio italiano, chiuso con una vittoria ai rigori che sembrava destinata ad aprire una nuova epoca.
Non fu un successo estemporaneo né il frutto di una serata fortunata. Roberto Mancini raccolse una Nazionale ferita dall’umiliazione della mancata qualificazione al Mondiale del 2018 e, nel giro di quattro anni, costruì una squadra capace di restare imbattuta per una striscia interminabile di partite, stabilendo il record di tredici vittorie consecutive e riportando entusiasmo attorno a una maglia che sembrava aver perso la propria identità. Il suo 4-3-3 ebbe un merito fondamentale: collocò ogni giocatore nel contesto più adatto alle sue caratteristiche. Non c’erano i fuoriclasse assoluti delle generazioni di Baggio, Maldini o Pirlo, ma c’era un’idea. E, soprattutto, c’era una squadra.
Col senno di poi, tuttavia, quella notte londinese assume un significato diverso. Non rappresentò l’inizio di un nuovo ciclo vincente, bensì il suo epilogo. Gli antichi raccontavano che il cigno, silenzioso per tutta la vita, trovasse la propria voce soltanto un attimo prima di morire, intonando un canto tanto struggente quanto irripetibile. Una metafora che racconta la realtà meglio dei fatti.
L’Europeo del 2021 è stato, probabilmente, il canto del cigno del calcio italiano. Dopo quella coppa, infatti, sono arrivate altre due mancate qualificazioni ai Mondiali e una Nazionale progressivamente incapace di rigenerarsi. Quel trionfo, che allora sembrava il punto di partenza, si è rivelato invece l’ultima, straordinaria espressione di un gruppo irripetibile. Comprendere perché quella squadra abbia funzionato così bene, e perché tutto si sia poi sgretolato nel giro di pochi anni, significa forse comprendere anche le ragioni più profonde della crisi che il nostro calcio continua ancora oggi ad attraversare.
Come è possibile che una squadra capace di vincere un Europeo sia poi sprofondata fino a mancare due Mondiali consecutivi? Nel seguito provo a snocciolare le ragioni di quanto accaduto negli ultimi cinque anni.
L’abbraccio tra Gianluca Vialli (scomparso circa un anno e mezzo dopo l’Europeo) e Roberto Mancini, due amici prima ancora che compagni di mille battaglie, sembrava l’alba di una nuova epoca. In quei giorni si scherzava persino sulla necessità di crioconservare Giorgio Chiellini fino al Mondiale dell’anno successivo, dando per scontata la qualificazione e immaginando l’Italia tra le principali candidate al titolo in Qatar. Del resto, se sei riuscito a eliminare Spagna e Inghilterra, entrambe ricche di talento e profondità, perché non dovresti pensare di poterti giocare il Mondiale?
La realtà, però, fu assai meno romantica. Nel giro di pochi mesi i pilastri su cui si reggeva quella Nazionale iniziarono a sgretolarsi, uno dopo l’altro. Federico Chiesa, l’uomo delle accelerazioni e degli strappi, quello in grado di creare superiorità, fu travolto dal gravissimo infortunio al ginocchio che gli impedì di disputare il decisivo playoff. Leonardo Spinazzola, probabilmente il miglior laterale dell’Europeo fino alla gara contro il Belgio, non ritrovò mai più quella devastante esplosività dopo la rottura del tendine d’Achille. La coppia Bonucci-Chiellini, straordinaria per leadership, letture difensive e sincronismi, iniziò inevitabilmente a pagare il conto degli anni. Marco Verratti scelse la strada dei petroldollari qatarioti, allontanandosi dal calcio europeo di vertice, mentre Jorginho, simbolo del gioco di Mancini, non riuscì più a ritrovare la brillantezza dei giorni migliori, trascinandosi anche il fardello psicologico dei due rigori falliti contro la Svizzera, probabilmente il vero spartiacque della mancata qualificazione.
Anche chi avrebbe dovuto raccogliere il testimone arrivò ai momenti decisivi con il serbatoio quasi in riserva. Barella e Di Lorenzo, reduci da stagioni interminabili tra club e Nazionale, persero quella lucidità che li aveva resi imprescindibili a Wembley. Lorenzo Insigne, pur senza possedere il talento assoluto del suo idolo Alessandro Del Piero, aveva rappresentato un ingranaggio perfetto nel sistema di Mancini; anche lui, tuttavia, era ormai entrato nella fase discendente della carriera.
Il problema, però, era molto più profondo delle vicende individuali. L’undici titolare costruito da Mancini era solido, equilibrato e perfettamente funzionale alla propria idea di calcio. Ciò che mancava era il resto. Dietro quell’intelaiatura, la profondità del movimento assomigliava sempre più a un castello di carte. I ricambi erano pochi, i giovani pronti ancora meno e, soprattutto, dopo l’Europeo il calcio italiano non fu più capace di produrre un numero sufficiente di calciatori destinati a spostare realmente gli equilibri.
Tra le poche eccezioni spiccava Alessandro Bastoni, difensore di livello internazionale che, tuttavia, per caratteristiche e contesto tattico, interpreta il ruolo in maniera molto diversa rispetto alla storica coppia juventina. Non è una questione di valore assoluto, bensì di funzioni. Bonucci e Chiellini erano il perno di una difesa costruita sulle loro qualità complementari; Bastoni è chiamato a esprimersi in sistemi differenti, che ne valorizzano soprattutto le doti di costruzione. Parallelamente è venuto meno anche quello zoccolo duro milanista che, storicamente, ha rappresentato una delle colonne portanti delle grandi Nazionali italiane. E diversi giocatori che sembravano destinati a raccogliere l’eredità dei senatori — basti pensare a Lorenzo Pellegrini — non hanno mantenuto le aspettative.
In fondo, le radici della crisi erano state individuate molti anni prima. In un’intervista rilasciata a Calcio 2000 nel 1998, Mariolino Corso osservava come la Francia fosse già allora avanti di venti o trent’anni nella formazione dei giovani attraverso le academy. Erano parole quasi profetiche. All’epoca il nostro calcio poteva ancora permettersi di vivere di rendita grazie a una generazione straordinaria, e il problema sembrava lontano. In realtà stava già crescendo sotto traccia. L’Europeo del 2021 semplicemente ne ritardò la resa dei conti.
Prendo le distanze da chi continua a liquidare l’Europeo del 2021 come un semplice colpo di fortuna. È una tesi che non trova riscontro nei fatti e che finisce per svilire il lavoro di Roberto Mancini e del suo staff. Semmai, si può parlare di un raro allineamento di astri. Nel triennio che precedette Wembley, l’Italia riuscì a mettere insieme i calciatori giusti, nei ruoli giusti e, soprattutto, nel momento migliore delle rispettive carriere. È una differenza sostanziale.
Oggi si esalta, giustamente, la profondità delle rose di Francia e Spagna. L’Italia, invece, disponeva di un undici titolare di livello europeo, ma alle sue spalle il vuoto cominciava già a intravedersi. Di Lorenzo garantiva affidabilità e continuità, ma non aveva un vero ricambio. Dietro la coppia Bonucci-Chiellini cresceva Bastoni, difensore di valore internazionale ma con caratteristiche profondamente diverse e ancora lontano dall’essere un leader difensivo. A sinistra, perso Spinazzola, si dovette ricorrere all’esperienza di Emerson Palmieri. Negli anni successivi è esploso Dimarco, valido quinto di centrocampo in una difesa a tre, ma assai meno convincente da terzino puro in una linea a quattro.
Le difficoltà aumentavano ulteriormente a centrocampo. Dietro il trio formato da Barella, Jorginho e Verratti le alternative erano poche. Frattesi ha vissuto picchi importanti, ma senza quella continuità che distingue i grandi centrocampisti. Sandrino Tonali è stato probabilmente l’unico vero talento internazionale emerso dopo l’Europeo, salvo poi vedere la propria crescita bruscamente interrotta da una lunga squalifica. Sulle corsie offensive il problema è stato ancora più evidente. L’infortunio di Federico Chiesa ha privato l’Italia dell’unico esterno realmente capace di creare superiorità numerica con continuità. Zaniolo sembrava destinato a raccoglierne l’eredità, ma gli infortuni e una gestione non sempre irreprensibile della propria carriera ne hanno frenato lo sviluppo. Anche Insigne, considerato non all’altezza dei grandi numeri dieci del passato, è stato rivalutato dai fatti: negli anni successivi un giocatore con le sue caratteristiche il calcio italiano non è più riuscito a produrlo.
Davanti qualcosa si è mosso, con l’affermazione di Kean e di Pio Esposito. Ma un centravanti, da solo, non basta. Vive del contesto, dell’organizzazione, delle idee. Anche il miglior numero nove del mondo faticherebbe in una squadra priva di identità. Certo, un fuoriclasse come Haaland o Mbappé avrebbe probabilmente nascosto molte crepe. Ma le grandi Nazionali si costruiscono attraverso princìpi di gioco, organizzazione e continuità. E proprio questo è venuto meno dopo Wembley. Mancini aveva creato un gruppo, trovato gli equilibri, dato alla squadra una precisa identità. Dopo l’Europeo, quell’identità si è progressivamente dissolta.
La crisi attuale, inoltre, non può essere paragonata a quella successiva al trionfo del 1982. Allora l’Italia seppe rigenerarsi, facendo emergere nel giro di pochi anni campioni come Baggio, Maldini, Baresi nella piena maturità, Donadoni, Vialli e Mancini, protagonisti poi del grande ciclo culminato con Italia ’90. Questa volta il ricambio non si è verificato. Il calcio italiano ha cambiato allenatori, moduli e interpreti senza mai seguire una linea realmente coerente, oscillando tra idee diverse e spesso incompatibili.
Qualche segnale incoraggiante, oggi, arriva dal lavoro svolto da Silvio Baldini con l’Under 21. Più ancora dei risultati, colpiscono l’organizzazione, il coraggio e la chiarezza dell’identità proposta. È un punto di partenza, non certo un punto d’arrivo. Le vittorie nascono quando talento, stato di forma, idee e organizzazione convergono nello stesso momento storico. In quella Nazionale convivevano Bonucci e Chiellini, seppur all’ultimo grande ballo, uno Spinazzola nel momento migliore della carriera, Jorginho fresco campione d’Europa con il Chelsea, Barella ormai tra le migliori mezzali del continente, un Chiesa devastante nell’uno contro uno e giocatori di sistema come Insigne e Di Lorenzo. Non era una squadra perfetta, bensì una squadra costruita con una logica. Ed è forse proprio quella logica che il calcio italiano sta ancora cercando di ritrovare.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.











Una risposta
Buonasera Vincenzo, articolo molto interessante, anche se, su qualcosa ho un pensiero diverso.
Secondo me, l’Europeo citato, è stato poco più di un caso, nel quale, la fortuna ha giocato un ruolo fondamentale.
Ricordo partite discrete, ma non da spellarsi le mani.
Bisogna essere realisti: dopo il mondiale 2006, siamo completamente spariti, sia nei giocatori, che, di conseguenza, nei risultati.
Il miglior gioco lo abbiamo espresso in Argentina ’78, Italia ’90 e Paesi Bassi (ricordo bene?), 2000, con Zoff allenatore.
Spagna ’82 da un certo punto in poi, come (molto meno), Stati Uniti ’94.
Gli altri poco da ricordare e poi, tre partecipazioni mancate.
Dei giocatori citati, tanti sono mezzi giocatori: ma io chiedo quanto tempo è che non produciamo fuoriclasse assoluti come Baresi II o Baggio R.
Ecco, forse è per questo che Francia e Argentina sono sempre lì….
Questo è ciò che ho visto io, in questi 50 anni.