ALLENARE DOVE? DALLA POSSIBILE SCELTA DELLA PANCHINA AL PRIMO ALLENAMENTO

Nell’ultimo contributo ho approfondito come e in che modo analizzare e valutare un percorso stagionale.

Oggi invece vorrei affrontare il momento opposto: l’inizio della stagione ma, ancora quando questa è “a bocce ferme”.

Proprio in queste settimane molte società stanno delineando e definendo la stagione 2026-2027: allenatori, staff e tutti i ruoli scoperti delle varie categorie.

Ci sarà chi rimane nella stessa società e nella stessa categoria, chi cambierà entrambe, chi salirà o scenderà di categoria, chi passerà da un settore giovanile ad una prima squadra o viceversa, chi sarà alla ricerca di una nuova opportunità e chi invece potrà prendere una decisione tra più possibilità.

Per noi allenatori questo lasso di tempo dovrebbe rappresentare anche un periodo di aggiornamento e formazione. Il “fuori stagione” è infatti prezioso per studiare, approfondire, sviluppare nuove idee e arricchire il proprio bagaglio metodologico. Si fanno e si ricevono telefonate, si organizzano incontri, si valutano le possibili scelte. Un periodo nel quale si cerca di capire, almeno per i più bravi o fortunati, quale possa essere il contesto più adatto per proseguire il proprio percorso, conciliando ambizioni, aspettative e crescita personale.

La domanda che molti di noi si pongono è apparentemente semplice: “Cosa farò la prossima stagione?”. Dietro a questo quesito si nascondono però considerazioni molto più profonde di quanto possa sembrare e, soprattutto, alcune trappole.

Prima Squadra: vera opportunità o illusione?

La chiamata di una Prima Squadra rappresenta per molti una sorta di consacrazione: “Allena la Prima Squadra… è bravo!”. Un riconoscimento del proprio lavoro, un passo avanti nel percorso personale e professionale, per qualcuno addirittura è un obiettivo da inseguire a tutti i costi. Il tutto è comprensibile e, per certi versi, anche naturale ma, come si dice, non è tutto oro quel che luccica.

Negli anni ho visto “colleghi” rifiutare settori giovanili strutturati, organizzati e anche importanti per accettare panchine di Prima Squadra che, sulla carta, sembravano più interessanti.

In alcuni casi si è rivelata una scelta vincente ma, spesso, quel presunto salto di qualità si è trasformato in un contesto privo di progetto, povero di prospettive, condizionato da giocatori e società cresciuti e ancorati all’interno di modelli formativi ormai superati, poco inclini al cambiamento e con pochissimi margini di crescita.

  • Non tutte le Prime Squadre sono opportunità
  • Non tutti i Settori Giovanili sono ripieghi

Uno degli aspetti principali riguarda proprio il bagaglio culturale e calcistico che molti giocatori si portano dietro dopo anni di lavoro svolto in determinati contesti.

Non mi riferisco alla qualità tecnica o alle competenze individuali, ma a una serie di convinzioni consolidate nel tempo che finiscono per influenzare il modo di interpretare il Gioco e l’allenamento stesso.

Abitudini che, inevitabilmente, possono rendere più difficile accettare nuove idee, nuovi princìpi, nuove modalità di lavoro e nuovi approcci metodologici.

Per questo motivo la categoria fine a sé stessa non dovrebbe essere l’unico parametro di valutazione per accettare o meno una panchina. Comprendere il contesto culturale e metodologico nel quale andremo a lavorare è spesso molto più importante del livello della competizione stessa.

Il primo allenamento stagionale è già una prima valutazione?

Una volta presa la decisione, per noi allenatori o Mister, che dir si voglia, accade qualcosa di speciale. Tutte le riflessioni fatte passano improvvisamente in secondo piano. Si arriva a ridosso del primo allenamento e le domande iniziano a cambiare in base al contesto in cui ci troviamo.

Chi avrò davanti?

Saranno cambiati i ragazzi?

Quali saranno le caratteristiche del gruppo?

Quali aspetti emergeranno immediatamente e quali richiederanno tempo per essere allenati?

Il primo allenamento rappresenta molto più di una semplice ripresa dell’attività.

È il primo contatto reale con la squadra, il momento in cui le aspettative iniziano a confrontarsi con la realtà del campo.

A mio avviso si può già fare una prima valutazione purché si abbia ben chiaro che cosa si sta osservando.

Non si tratta certo di formulare giudizi definitivi né di stabilire gerarchie tecniche dopo pochi minuti di attività. Il primo allenamento deve rappresentare soprattutto un’occasione per raccogliere informazioni (anche se il gruppo è già conosciuto), alcune delle quali possono fornire indicazioni preziose per il lavoro futuro.

A mio avviso, sono sei gli aspetti fondamentali da osservare nel corso del primo allenamento, suddivisi in due macro-categorie: sfera relazionale e sfera tecnico-tattica.

SFERA RELAZIONALE

1. Relazioni e dinamiche del gruppo

Prima ancora di osservare i singoli, occorre osservare il gruppo squadra.

Chi cerca spontaneamente i compagni? Chi tende a rimanere più isolato? Quali relazioni emergono in maniera naturale? Esistono già figure riconosciute dal gruppo? Si percepisce un ambiente collaborativo oppure frammentato?

Le relazioni esistono già prima dell’arrivo al campo dell’allenatore. Comprenderle fin dal primo giorno significa acquisire informazioni preziose sul contesto nel quale andremo a lavorare. Molto spesso alcune dinamiche che accompagneranno la squadra durante la stagione sono già visibili nei primi minuti del primo allenamento.

2. Leadership

Ogni gruppo possiede leader diversi e non sempre coincidono con il Capitano o con il giocatore tecnicamente più dotato.

Durante il primo allenamento è importante individuare chi comunica, chi incoraggia i compagni e chi si assume responsabilità nei momenti di difficoltà. Allo stesso tempo va osservato come il gruppo reagisce a queste figure e quanto la comunicazione sia presente all’interno dei vari contesti.

Comprendere queste dinamiche permette di identificare risorse importanti per la gestione della squadra durante l’intera stagione.

Per quanto riguarda questi primi due punti, il Mister dovrà essere bravo a distinguere la leadership autentica da quella ricercata. Non sempre chi parla di più o cerca di emergere è il vero leader della squadra. Spesso la leadership più solida è quella che il gruppo riconosce spontaneamente, senza bisogno di essere ostentata.

3. Atteggiamento verso l’apprendimento

È uno degli aspetti a cui occorre prestare maggiore attenzione.

Chi ascolta? Chi ascolta con interesse? Chi fa domande? Chi prova immediatamente ad applicare le richieste? Chi manifesta curiosità verso ciò che viene proposto? Chi appare disinteressato? Chi è “sul pezzo” fin da subito?

La disponibilità ad apprendere rappresenta spesso un indicatore più affidabile della crescita futura rispetto alle qualità che il giocatore mostra attualmente.

SFERA TECNICO-TATTICA

4. Capacità di risolvere problemi e situazioni di gioco

Dal punto di vista tecnico-tattico è probabilmente l’aspetto a cui do maggiore importanza.

Non mi interessa tanto il gesto tecnico isolato quanto la capacità del giocatore di trovare soluzioni all’interno del contesto.

Come reagisce alla pressione?

Quali scelte compie quando il tempo e lo spazio si riducono?

È in grado di adattarsi rapidamente alle richieste del Gioco?

Nei confronti dello spazio e dell’intorno, come si pone?

5. Autonomia tecnica

Un aspetto strettamente collegato al precedente riguarda il grado di autonomia tecnica.

Come detto, il primo allenamento non permette certo valutazioni definitive. Ritengo importante osservare il livello tecnico generale del gruppo e, soprattutto, il repertorio di soluzioni che i giocatori sono in grado di utilizzare.

Non mi interessa tanto l’esecuzione perfetta del gesto, quanto la varietà delle risposte tecniche che emergono nelle diverse situazioni di gioco.

Quali “strumenti” utilizza per risolvere un problema?

Ricerca soluzioni differenti o tende sempre a utilizzare la stessa?

Come si comporta tecnicamente quando aumenta la pressione avversaria?

La postura del corpo è coerente alla situazione?

La qualità tecnica non rappresenta solamente la capacità di eseguire un gesto, ma di eseguirlo in relazione ad un contesto. Più ampio è il repertorio tecnico, maggiori saranno le opportunità di adattamento alle richieste del Gioco.

6. Componente atletica

Ultimo punto ma certo non per importanza.

Nel primo allenamento sarebbe sbagliato formulare valutazioni definitive sulla condizione fisica dei giocatori.

Dopo la pausa estiva ognuno arriva infatti da percorsi differenti e con livelli di preparazione inevitabilmente diversi. Ciò che osservo riguarda piuttosto la qualità generale del movimento: coordinazione, fluidità degli spostamenti, capacità di accelerare e decelerare, disponibilità allo sforzo e atteggiamento nei confronti della fatica.

Più che cercare prestazioni, cerco indicazioni utili per comprendere le caratteristiche del gruppo e pianificare il lavoro delle settimane successive.

Il primo allenamento stagionale in campo

Vediamo ora come mettere in pratica quanto esposto finora.

Questa proposta può essere rivolta a tutte le squadre del settore giovanile ed anche alle prime squadre.

Il pressing rappresenta uno dei concetti chiave che cerco di trasmettere alle mie squadre. Per questo motivo, la seduta sarà orientata su questo macro-principio per poter valutare fin da subito le attitudini del gruppo verso questa richiesta.

Supponendo di avere a disposizione due ore, solitamente il primo allenamento stagionale lo organizzo in questa maniera:

Brevi saluti, presentazione e obiettivi della seduta

Accensione motoria 5’-6

Anche le attività che precedono il lavoro specifico possono fornire informazioni interessanti all’allenatore e, dedicare qualche minuto ad esse non è da sottovalutare.

Durante esercizi di mobilità articolare dinamica, skip, circonduzioni, andature tecniche, lavori di attivazione del core e propriocettiva è possibile osservare alcuni aspetti che spesso passano inosservati. Su tutti, la qualità generale del movimento. Fluidità, coordinazione, controllo corporeo e capacità di eseguire correttamente le richieste rappresentano già una prima fotografia del gruppo.

Allo stesso tempo è possibile cogliere differenze nella consapevolezza corporea dei giocatori: alcuni mostrano fin da subito buona padronanza dei movimenti, altri evidenziano difficoltà coordinative, limitazioni di mobilità o una minore capacità di controllo del proprio corpo nello spazio.

In questo caso vorrei citare una figura che nel mio percorso e formazione di allenatore ha svolto un ruolo fondamentale, Mister Fulvio Fiorin. Nel suo ultimo libro (I Principi Tattici del Calcio – Semplici nella complessità) Mister Fiorin, in un approfondimento dedicato all’attivazione pre-gara, descrive questa parte così:

Contenuti: mobilità articolare dinamica, skip, circonduzioni, andature tecniche, attivazione del core e propriocettiva, eseguito preferibilmente a tempo, cioè con una coordinazione nell’esecuzione tra tutto il gruppo dei giocatori.”

Solitamente mi posiziono sull’angolo interno basso dell’area grande rientrando per circa 5 metri e posizionando in verticale i cinesini a 3 e 11 metri all’altezza del dischetto del calcio di rigore come in figura. Perché proprio circa 5 metri di larghezza? Per tenere le due file relativamente vicine e quindi il gruppo compatto potendo così osservare bene, anche in questo caso, le dinamiche.

A coppie i giocatori internamente alo corridoio effettuano le varie andature proposte in autonomia e, quando la prima coppia arriva all’altezza dei primi cinesini a 3 metri, in autonomia, la seconda coppia parte e così via.

Per quanto riguarda le categorie più piccole (da U13-14 in giù) salterei questi primi minuti senza palla e farei piuttosto una decina di minuti di attivazione e riscaldamento con “mini tornei” in contesto di Gioco libero.

5v5 per Princìpi: gli inneschi del pressing

Nella prima seduta non possiamo certo spingere troppo su aspetti cognitivi o proporre esercitazioni troppo complesse anche in base al gruppo che abbiamo di fronte, tuttavia, nulla ci vieta di verificare la “conoscenza” delle richieste.

In un campo predisposto come in figura delle dimensioni variabili in base alla categoria e il livello dei giocatori (tendenzialmente, comunque, un 25-30 x 25-30 potrebbe essere un buon punto di partenza), una squadra (i Blu) costruisce e cerca di far progredire il pallone dalla prima zona alla seconda per andare a fare gol, senza vincoli.

La squadra in Fase di Non Possesso (i Rossi) porta una pressione media nella prima zona fino al verificarsi di uno dei seguenti casi da parte dei Blu:

  1. viene effettuato un passaggio all’indietro;
  2. viene commesso un errore tecnico da parte di un giocatore (ad esempio un controllo sbagliato).

A questo punto i Rossi – in autonomia senza intervento del Mister – devono riconoscere l’innesco e avviare l’azione di pressing alla massima intensità.

Se i Rossi riescono a recuperare il pallone possono fare gol in una delle due porticine, senza vincoli.

A turno ruotare i compiti delle 2 squadre.

VARIANTE: una variante – a mio avviso però un po’ “artificiale” – potrebbe essere quella che, senza partire già in situazione di 5v5, i Blu, nella loro metà effettuano un possesso palla a 2 tocchi cercando la ricezione dietro a porticine posizionate strategicamente (vedi figura sotto) per forzare un passaggio all’indietro.

Al verificarsi degli inneschi, la situazione si sblocca diventando un 5v5 con le medesime regole.

Partita a tema 7 secondi

Una partita a tema in cui l’unico vincolo è dato dal tempo.

Si gioca una partita per il gol in cui la squadra in Fase di Non Possesso:

  1. se recupera il pallone entro 7 secondi ottiene 1 punto;
  2. se dopo il recupero c’è un tiro nello specchio (costruito, non un tiro “a caso”) entro 7 secondi ottiene 1 punto;
  3. se fa gol dopo il recupero entro 7 secondi vale doppio.

Con questa partita a tema continuiamo a lavorare e osservare i vari contesti all’interno di una partita con vincoli piuttosto semplici ma che permettono di valutare l’apprendimento e la trasferibilità di quanto fatto con il precedente 5v5.

Partita libera

Cerco sempre di terminare le mie sedute con la partita, un mezzo allenante a tutti gli effetti, un elemento di fondamentale importanza nella complessità del Gioco. Con la partita libera, pur giocando senza vincoli, il Mister potrà osservare, in contesti reali, l’efficacia di quanto appreso durante la seduta.

Feedback finale con i giocatori e staff (se ne abbiamo uno)

Riflessioni

Al termine del primo allenamento probabilmente sapremo ancora poco sul reale potenziale della squadra. Avremo però raccolto numerose informazioni sulle persone che la compongono, sulle relazioni che la attraversano e sulle caratteristiche tecnico-tattiche che la compongono. Informazioni che rappresentano il primo vero passo nella costruzione della nuova stagione!

BIO: Cristiano Guazzotti – Allenatore UEFA B (Patentino C + Licenza D). Ossessionato dallo studio del Gioco e delle sue evoluzioni, porta in campo idee moderne attraverso una metodologia orientata ai Principi, alla complessità e alla crescita del calciatore.

2 risposte

  1. Salve Cristiano! Ho letto con molto interesse, soprattutto la prima parte di questo pezzo. Perché quello che è lo stato d’animo di incertezza che lei ha descritto e che si verifica a fine stagione per molti allenatori, io penso che non lo vivrò mai così. Parlo al futuro perché, nonostante abbia conseguito la Licenza D, già 2 anni fa, non ho ancora mai allenato, pur avendo avuto diverse offerte, che però non erano per nulla convincenti da un punto di vista tempo/retribuzione etc. Il mio sogno è di allenare nei settori giovanili professionistici, per 2 motivi: 1 perché è in quelli che ho passato la maggior parte(sicuramente la più significativa)da calciatore e quindi credo di conoscerne bene le dinamiche-sebbene le cose cambino e gli anni che sono trascorsi da quando giocavo, sono equivalenti ad ere geologiche nel calcio e 2 perché-proprio avendo sfiorato il calcio professionistico di prime squadre, non è qualcosa che mi interessa. Anzi. Il contrario esatto. Io sento proprio la voglia di dare il mio contributo per aiutare chi oggi coltiva lo stesso sogno che avevo io all’epoca, a poterlo realizzare. Penso che noi-in qualità di allenatori-non possiamo insegnare niente a nessuno. Né possiamo trasformare l’acqua in vino. Però possiamo creare il contesto migliore possibile, per facilitare il processo di apprendimento dei gruppi che alleniamo. E quella sarebbe la mia più grande soddisfazione. Non le coppe. Non le vittorie in serie. La gioia di vedere che anche solo uno o due elementi di quel gruppo, ce l’avranno fatta a passare quell’ultimo cancello, soprattutto se è quello che davvero desiderano e la soddisfazione ancora più grande, sarebbe quella di vedere i/le ragazzi/e che dovessi allenare, venire al campo sempre curiosi e felici; consci/e del fatto che nessun allenamento sarà perfettamente uguale a quelli precedenti. Chi allena i settori giovanili, sperando di passare poi alle prime squadre, dovrebbe farlo sempre cercando di non dimenticare quelle che sono le reali esigenze. Complimenti ancora per le cose che ha scritto. Un abbraccio e buon lavoro

  2. Grazie per il tempo che hai dedicato alla lettura e per questa riflessione. Mi fa piacere che tu abbia colto il senso della prima parte dell’articolo. Condivido molto la tua idea che il nostro compito sia soprattutto quello di creare un contesto favorevole all’apprendimento, in cui i ragazzi possano esprimersi, sbagliare e crescere. È una soddisfazione enorme vedere ragazzi migliorare, indipendentemente dalla categoria in cui si allena. Ti auguro di trovare presto l’opportunità giusta, adatta a te e il contesto più coerente con le tue idee e con il tuo percorso. Ti ringrazio ancora e ti mando un saluto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *