22 GIUGNO 1986: L’ ”AZTECA”, IL “BARRILÉTE COSMICO”, IL “PUÑO APRETADO” E LE “LAGRIMAS”.

Il 22 giugno 1986 in Argentina è una festa laica: è la giornata del calciatore (“el dìa del futbolista”). Prima di quella domenica di quarant’anni fa, quella “festa” era il 14 maggio 1953, giorno in cui la Nazionale argentina sconfisse per la prima volta quella inglese a Buenos Aires. Perché si decise di spostare tale data? Dobbiamo, appunto, tornare a quel giorno quando allo stadio “Azteca” di Città del Messico si affrontano, per i quarti di finale del Mondiale, Argentina e Inghilterra.

Le due Nazioni non sono in buoni rapporti dalla fine della guerra delle Isole Falkland (o Malvinas) che in settantatre giorni, tra il 2 aprile ed il 14 giugno 1982, aveva portato alla morte di 649 soldati albicelesti e al ferimento di altri mille, oltre a far cadere, l’anno successivo, la Junta militar che guidava il Paese sudamericano dal 24 marzo 1976 dopo un colpo di stato e dopo essersi macchiata di crimini quali arresti degli oppositori, torture e sparizioni (oltre a portare il Paese quasi al collasso economico).

Lo stadio “Azteca” il 17 giugno 1970, inoltre, è stato teatro della “partita del secolo” (“el pardido del siglo”) tra la Nazionale italiana e quella della Germania Ovest con vittoria azzurra per 4-3 con il gol decisivo di Gianni Rivera al 111’, un minuto dopo il 3-3 siglato da Muller. Quel 22 giugno lo stadio messicano, nel giro di cinque minuti, vede Diego Armando Maradona scrivere una grandissima (ed immortale) pagina di calcio. L’attaccante di Villa Fiorito è il numero diez e capitano di un’Argentina “operaia” senza grandi nomi e grandi speranze di vittoria se non avere tra le proprie fila un giocatore incredibile come lui. Dall’altra parte, i “leoni” del Ct Robson possono contare su giocatori importanti come Shilton, Woodle e Lineker, futuro vincitore della classifica marcatori del mundial mexicano.

La partita inizia alle ore 12 di Città del Messico ed il primo tempo si chiude sul punteggio di 0-0. Maradona riscrive la storia del calcio alle ore 13:08 e alle 13:12, ovvero al minuto 51 e 55. Come ci riesce? In due maniere: con la furbizia e con la tecnica. Nel primo caso, a ridosso dell’area di rigore, il centrocampista inglese Steve Hodge “svirgola” un pallone che torna indietro a campanile. Sulla palla si avventano Shilton, il portiere inglese, e Maradona: i due saltano, anche se il portiere inglese sembra arrivare prima, sembrano scontrarsi ma dopo un tocco del capitano argentino la palla entra in rete. Quel “tocco” è fatto da Maradona con il pugno sinistro che inganna Shilton e porta in vantaggio i suoi. Tutti in campo si accorgono del tocco della mano, tutti tranne l’arbitro tunisino Ali Bin Nasser che convalida la rete del vantaggio sudamericano. Maradona non dice niente, ma in cuor suo sa di aver commesso una grave irregolarità.

Il capitano dell’Albiceleste, da due stagioni capitano e idolo indiscusso del Napoli, quasi a volersi scusare del gesto, quattro minuti dopo decide di regalare al Mondo quello che è considerato il “gol del secolo”, la più bella rete mai segnata su un campo da calcio.

L’azione parte da centrocampo e vede Héctor Enrique prendere palla e passarla al suo capitano. Da lì partono i quattordici secondi più incredibili del calcio: Maradona prende palla e si fa cinquanta metri palla al piede dribblando sei giocatori avversari, compreso Shilton, il portiere, insaccando di sinistro, a pochi passi dalla porta inglese. Un gol epico, da fantascienza. Un gol non fortuito ma voluto fortemente dal giocatore per dimostrare che è il giocatore più forte del Mondo, l’unico capace di segnare in quattro minuti due gol diversi tra loro: da una parte il gol beffardo, dall’altra il gol per antonomasia.

L’Argentina dopo quella partita (vinta 2-1) in semifinale si sbarazza del sorprendente Belgio (con doppietta dello stesso Maradona) ed in finale ha la meglio sulla Germania Ovest per 3-2: a decidere la partita, ed il Mondiale, al minuto 84 quello che contro l’Inghilterra avrebbe potuto ricevere la palla da Maradona essendogli a breve distanza: Jorge Burruchaga. Quasi come per sdebitarsi per non avergli passato la palla contro gli inglesi, Maradona, a sei minuti dalla fine della finale mondiale e con la paura di andare a giocare i tempi supplementari, dà la palla al compagno che, di corsa palla al piede, arriva a tu per tu con il portiere tedesco occidentale Schumacher e lo supera. Bis mondiale dell’Argentina a otto anni dal primo successo nel contestato Mondiale giocato in casa (e che non vide l’allora 17enne e già fenomenale Maradona convocato da parte del Ct Menotti).

Il Mondiale messicano è stato il Mondiale di Maradona. Un Maradona al “prime” che alza sotto il sole e la particolare luce di Città del Messico quella Coppa del Mondo che sognava di vincere e che aveva ribadito undicenne intervistato da “Pipo” Mansera (una sorta di Pippo Baudo argentino) in un potrero. Il sogno si realizza quattordici anni dopo con un Maradona ancora più forte di quanto non lo fosse prima, con in bacheca il record di giocatore più giovane a debuttare nella massima serie argentina (il 20 ottobre 1976 a dieci giorni dai suoi 16 anni), con il Mondiale Under 20 vinto da protagonista in Giappone, con il titolo di campione d’Argentina con il Boca Juniors, i due titoli di miglior giocatore del Sudamerica (vinti a 19 e 20 anni, ancora oggi un record) e la volontà di dimenticare i due anni non troppo positivi di Barcellona.

Quel 22 giugno 1986, in maniera un po’ blasfema ma ricca di significato, Dio scende in terra e si manifesta nel corpo di Maradona per raccontare una grande storia di calcio: la storia del “gol del siglo”, il gol del secolo. E per comprendere quel gol, è bene ascoltare la telecronaca di Vìtor Hugo Morales, uno sconosciuto (agli europei e agli italiani) giornalista uruguayano che segue da sempre la Nazionale albiceleste ed innamorato del genio calcistico di Maradona. E per capire la “poesia” di Morales, c’è da ascoltare la sua radiocronaca del secondo gol di Maradona contro l’Inghilterra: se Maradona ha deciso in quei quattordici secondi di riscrivere il calcio, Morales non è in cabina con il microfono in mano ma sopra la testa del pibe de oro, portando con sé in campo tutti gli ascoltatori del Mondo. Ecco, quindi, ciò che dice Vìtor Hugo Morales, soprannominato “el relator”, in quegli istanti:

…la va a tocar para Diego, ahí la tiene Maradona, lo marcan dos, pisa la pelota Maradona, arranca por la derecha el genio del fútbol mundial, y deja el tendal y va a tocar para Burruchaga… ¡Siempre Maradona! ¡Genio! ¡Genio! ¡Genio! ta-ta-ta-ta-ta-ta…Goooooool…Gooooool…¡Quiero llorar! ¡Dios Santo, viva el fútbol! ¡Golaaaaaaazooooooo! ¡Diegooooooool! ¡Maradona! Es para llorar, perdónenme … Maradona, en una corrida memorable, en la jugada de todos los tiempos… barrilete cósmico… ¿de qué planeta viniste? ¡Para dejar en el camino a tanto inglés! ¡Para que el país sea un puño apretado, gritando por Argentina!… Argentina 2 – Inglaterra 0… Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona… Gracias Dios, por el fútbol, por Maradona, por estas lágrimas, por este Argentina 2 – Inglaterra 0.”

Sono almeno tre le parole in questa radiocronaca che spiegano al meglio tutto: “barrilete cosmico” (aquilone cosmico), “puño apretado” (il pugno chiuso in segno di vittoria) e “lágrimas” (lacrime). Con quella rete (comprendendo anche il gol di mano, diventato “la mano de dios”), Morales racconta cosa è Maradona in quel periodo: un giocatore che arrivava un altro pianeta, la vittoria calcistica (ma non solo) contro l’Inghilterra e le lacrime per aver visto e commentato un qualcosa di irripetibile.

Quella rete ha un valore particolare, quasi sociale: è rivalsa di chi arriva dal barrio, di chi inizia a giocare nel fango del potrero, di chi decide di ripartire da Napoli e caricarsi sulle spalle i poveri, i bistrattati, i reietti del Mondo e che è diventato un idolo planetario.

Una vittoria contro il nemico inglese, quello che inventa il football e che lo fa conoscere nel Mondo, mentre gli argentini giocano un altro tipo di football, detto “la nuestra” e che hanno inventato la passione verso questo sport. Quel nemico inglese che possiede dal 1833 quel nugolo di duecento isolotti che gli argentini sentono da sempre loro e che li porta a sfidare Londra in una guerra (inutile) che conduce alla caduta dei militari e del loro regime autoritario fatto di violenza, paura, torture e desaparecidos. Proprio quella guerra ha rovinato i rapporti tra Buenos Aires e Londra: gli argentini, che anche grazie a quella sconfitta si liberarono dai dittatori, si sentono feriti e da allora ogni volta che si gioca una partita tra le due Nazioni è sempre una partita particolare. Maradona, un po’ Masaniello ed un po’ pibe de oro, quel 22 giugno si carica sulle spalle un intero Paese e porta la Coppa del Mondo in Argentina. Una Seleccion composta da un commissario tecnico laureato in medicina e specializzato in ginecologia, 21 onesti mestieranti della “pelota” ed un giocatore del quale Morales si chiede da quale pianeta arrivi.

Lui, Diego Armando Maradona, il figlio di doña Dalma “Tota” e Diego “Chitoro”, quello nato in un ospedale intitolato a Eva Peron, quello che veniva chiamato “pelusa” per la sua folta capigliatura tanto da sembrare il pelo che si trova sul velcro, quello che piange per non essere stato convocato per il Mondiale casalingo, quello che rischia la carriera per un brutto fallo subito dal “carnicero de Bilbao” Andoni Goikoetxea, quello che a Napoli è accolto da 70mila tifosi solo per vederlo palleggiare pochi secondi dal vivo, quello che porta il Napoli a competere per la prima volta contro le squadre del Nord e che vince, tra il 1987 ed il 1990, due scudetti, una Coppa Uefa ed una Supercoppa italiana. Quello trovato positivo alla cocaina dopo un test antidoping il 17 marzo 1991, quello che scappa nel cuore della notta napoletana, quello che decide di rimettersi in gioco dopo la squalifica e di diventare dominante nel Mondiale americano, quello incastrato dall’efedrina, quello che ha avuto un Paese ai propri piedi e che dice, nel giorno del suo addio al calcio, il 10 novembre 2001, che “la pelota no se mancha”: “la palla non si macchia”, non si deve sporcare e rovinare con cose extracalcistiche negative. Quello cui hanno dedicato una “chiesa” (la Iglesia maradoniana), quello che quando muore il 25 novembre 2020 a 60 anni, da poco compiuti, rende orfani milioni di appassionati. Quello che ha fatto dispiacere anche coloro che non seguono il calcio: perché Diego Armando Maradona, un personaggio amato e molto contestato, non è stato un personaggio banale. Uno che ha portato l’Argentina in auge dopo l’epoca dei militari e che ha reso grande un popolo orgoglioso e pazzo per il calcio. Anzi, il futbol. Meglio ancora, il fulbo.

Quel 22 giugno di quarant’anni fa, nell’anno in cui in Italia si organizza il maxi processo contro la mafia, quando accade il disastro di Černobyl’ e quando per l’ultima volta si vede il passaggio della cometa di Halley, ecco che sotto il caldo e la luce di una città che sedici anni prima del “gol del secolo” vede giocarsi la “partita del secolo” e vede entrare nella storia il ragazzo di Villa Fiorito, la baraccopoli di Buenos Aires. Sedici anni dopo quell’evento, domenica 22 giugno 1986, quel ragazzo figlio di un uomo di origine indio guaranì e di una donna di origine italiana e croata, quinto di otto figli di quella coppia, prende un pallone, non lo passa a nessun compagno, scarta sei avversari, segna un gol irripetibile facendo piangere chi lo ha visto segnare, sugli spalti come davanti alla tv. Un extraterrestre giunto sulla Terra a spiegare che il calcio è lo sport più bello del Mondo.

Capito perché, dal 2020, il 22 giugno è “el dìa del futbolista” in Argentina?

BIO Simone Balocco: Novarese del 1981, Simone è laureato in scienze politiche con una tesi sullo sport e le colonie elioterapiche nel Novarese durante il Ventennio. Da oltre dieci anni scrive per siti di carattere sportivo, storico e “varie ed eventuali”. Tifoso del Novara Calcio prima e del Novara Football Club dopo, adora la sua città e non la cambierebbe con nessun altro posto al Mondo. Collabora da tempo con la redazione sportiva di una radio privata locale e ha scritto tre libri, di cui due sul calcio. I suoi fari sono Indro Montanelli e Gianni Brera, ma a lui interessa raccontare storie che possano suscitare interesse (e stupore) tra i lettori. Non invitatelo a teatro ma portatelo in qualunque stadio del Mondo e lo farete felice.

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