Il Portogallo arriva al Mondiale con quella sensazione crepuscolare che accompagna le grandi generazioni quando capiscono che il tempo sta finendo. Cristiano Ronaldo ha quarantun anni, Bruno Fernandes e Bernardo Silva hanno superato abbondantemente la soglia dei trenta, João Cancelo non è più il terzino onnivoro di qualche stagione fa. Eppure l’Equipa das Quinas — così i portoghesi chiamano la propria nazionale, in riferimento ai cinque scudi blu presenti nello stemma storico del Paese — continua a presentarsi con una rosa che, sulla carta, fa impressione quasi quanto quelle delle grandissime favorite.
Molti di questi giocatori hanno vinto Champions League, campionati inglesi, spagnoli, francesi. Non c’è reparto che non abbia almeno un uomo di livello mondiale. Eppure il Portogallo continua a convivere con un vecchio dubbio: come trasformare tutta questa qualità in una squadra davvero dominante nei tornei brevi. Roberto Martínez, che ha preso il posto di Fernando Santos cercando di liberare il talento offensivo della squadra, sembra aver compreso che questa nazionale non può più permettersi un calcio conservativo. Santos aveva costruito un Portogallo prudente, quasi ossessionato dall’equilibrio, e alla fine aveva comunque vinto un Europeo. Martínez invece ragiona diversamente: vuole possesso, superiorità tecnica, ampiezza continua sugli esterni. A volte persino troppa.
Il tecnico spagnolo sostiene che la vera “generazione d’oro” resta quella del 1966, quella di Eusébio, arrivata terza al Mondiale inglese. Martínez sa perfettamente che il rischio più grande del Portogallo è psicologico, ovvero sentirsi obbligato a vincere. Ama parlare di flessibilità, di gestione dei momenti, di equilibrio tra generazioni. In due anni ha alternato 4-3-3, 4-2-3-1 e persino difesa a tre, ma l’idea di fondo resta sempre la stessa: monopolizzare il pallone e costringere gli avversari a rincorrere. Non è il Portogallo attendista di Fernando Santos. Questa squadra vuole comandare il gioco, creare superiorità sugli esterni, occupare stabilmente la metà campo avversaria. E quando funziona, fa impressione. In alcune partite dell’era Martínez il Portogallo ha segnato nove gol. Il problema nasce quando gli avversari si chiudono bassi e sporcano il ritmo. Lì il Portogallo a volte si innervosisce, gira il pallone troppo lentamente e diventa meno feroce. È il rischio tipico delle squadre piene di giocatori tecnici: voler sempre trovare la soluzione perfetta.
Il cuore creativo resta naturalmente Bruno Fernandes. In Premier League ha appena riscritto un pezzo di storia del campionato inglese, superando persino Thierry Henry e Kevin De Bruyne nel numero complessivo di assist stagionali. Ma il dato statistico racconta solo una parte del giocatore. Bruno è soprattutto ritmo, ossessione verticale, bisogno continuo di forzare la partita. L’ex Novara, Sampdoria e Udinese cerca sempre la giocata che rompe l’equilibrio, anche a costo di sbagliare. Ed è forse proprio questo che rende il Portogallo tanto brillante quanto intermittente.
Accanto a lui, però, il calcio portoghese ha finalmente trovato una coppia di centrocampo che sembra uscita da una scuola diversa rispetto al passato. Vitinha e João Neves non hanno la fisicità brutale dei mediani moderni né il romanticismo del vecchio numero dieci lusitano. Sono centrocampisti contemporanei nel senso pieno del termine: rapidi nel pensiero, puliti nel palleggio, quasi ossessivi nella gestione dello spazio corto. Martínez parla di Vitinha affermando che è un giocatore “che conquista il cuore” prima ancora delle statistiche. E in effetti il regista del PSG riesce a far sembrare semplice il calcio complicato.
Sulle corsie il Portogallo continua a essere quasi “illegale” per abbondanza tecnica. João Cancelo, pur meno esplosivo rispetto agli anni del Manchester City di Guardiola, resta un terzino che pensa da regista offensivo. Nuno Mendes invece rappresenta forse il prototipo perfetto dell’esterno moderno: velocità devastante, progressione lunghissima e capacità di coprire tutta la fascia senza perdere lucidità tecnica. Dietro, il leader silenzioso resta Rúben Dias: duro, dominante nel gioco aereo, feroce nelle marcature preventive. Quando il Portogallo perde ordine, è quasi sempre lui a rimettere insieme i pezzi. Tuttavia, accanto al centrale del City nessuno ha davvero convinto fino in fondo. Gonçalo Inácio è elegante e mancino, però non sempre irreprensibile nei duelli fisici. António Silva ha rallentato la propria crescita. Tomás Araújo invece potrebbe essere la sorpresa vera, centrale moderno e molto pulito tecnicamente.
Interessante anche Rodrigo Mora, uno dei giovani più osservati del calcio portoghese, mentre Samu Costa potrebbe ritagliarsi spazio grazie alla sua aggressività da mediano moderno. Renato Veiga, ex Juve, invece, piace moltissimo a Martínez perché può fare praticamente tutto: centrale, terzino, mediano. E nei tornei brevi i giocatori duttili diventano quasi oro.
Davanti il nodo inevitabile resta Cristiano Ronaldo. Martínez continua a difenderlo pubblicamente con grande convinzione: ricorda i venticinque gol segnati nelle ultime trenta partite e insiste sul fatto che il Portogallo sia “più forte con Ronaldo”. Ma la vera novità, rispetto all’Europeo del 2024, è che il CT sembra finalmente disposto a gestirlo. Nelle Finals di Nations League lo ha sostituito sia contro la Germania sia contro la Spagna dopo aver segnato. Un dettaglio apparentemente piccolo ma enorme nella storia recente della Seleção. CR7 non è più il giocatore che distrugge le difese partendo largo. Ora vive quasi esclusivamente dentro l’area, lavora sui movimenti corti e continua ad avere un rapporto quasi patologico col gol. Non allunga più le difese come un tempo, non pressa con continuità e fatica a partecipare ai momenti sporchi della partita.
Per questo il CT sta pensando seriamente di affiancargli Gonçalo Ramos già dalle prime partite del torneo. Ramos, rispetto a CR7, offre movimenti continui, pressione sui centrali e una disponibilità al sacrificio che oggi Ronaldo non può più garantire. Non ha il peso simbolico del capitano, naturalmente, ma forse è l’attaccante più funzionale all’idea di gioco di Martínez.
L’altro grande enigma resta Rafael Leão. Quando è ispirato, può sembrare un giocatore devastante: falcata lunghissima, dribbling naturale, capacità di spezzare una partita in tre accelerazioni. Però il problema di Leão non è mai stato il talento ma la continuità. Negli ultimi anni al Milan ha alternato lampi da fuoriclasse a lunghi momenti di apatia tattica e mentale. Anche in nazionale, a volte, dà la sensazione di vivere la partita un po’ fuori dal sistema collettivo. Martínez continua a puntarci perché pochi giocatori al mondo possono cambiare ritmo come lui. Ma dentro il gruppo esiste anche la consapevolezza che il Portogallo non possa permettersi troppi uomini “discontinui” contemporaneamente nei momenti decisivi.
Francisco Conceição, detto Chico, ad esempio, è considerato dal CT una specie di “creatore di caos”. Piccolo, nervoso, velocissimo, figlio calcistico e caratteriale di Sérgio Conceição, porta alla squadra quell’imprevedibilità sporca che a volte manca ai palleggiatori più raffinati. Anche lui soffre di atavica incostanza. I tifosi della Juve ne stanno chiedendo a gran voce l’addio. La sensazione è che l’ex Porto possa essere una soluzione importante da gara in corso, non un pilastro fondamentale nello scacchiere del CT iberico.
Il vero interrogativo riguarda l’equilibrio emotivo della squadra. Perché il Portogallo, da anni, dà spesso l’impressione di essere leggermente meno della somma dei propri talenti. Troppa tecnica, a volte, produce anche una certa fragilità nei momenti sporchi delle partite. Il girone, sulla carta, sembra abbordabile: Congo, Uzbekistan e Colombia. Ma proprio qui si nasconde il rischio maggiore. Perché tutte e tre le rivali hanno una caratteristica che il Portogallo, paradossalmente, possiede meno: attaccanti abituati a lavorare continuamente per la squadra. La Colombia ha punte mobili e aggressive che difendono quasi quanto attaccano. Il Congo vive di intensità e pressione continua sugli esterni. Persino l’Uzbekistan, pur decisamente meno tecnico, presenta attaccanti più disposti al sacrificio collettivo rispetto alle stelle portoghesi. E nelle partite bloccate questo dettaglio pesa.
Il Portogallo resta probabilmente superiore a tutte le avversarie del girone. Però dovrà dimostrare di saper vincere anche senza dipendere soltanto dai lampi dei singoli. Perché il calcio delle nazionali, soprattutto ai Mondiali, punisce spesso le squadre troppo innamorate del proprio talento.
Eppure questa potrebbe davvero essere l’ultima grande occasione di una generazione d’oro, per molti superiore anche alla classe dei calciatori nati nei primi anni ’70, quella dei Figo e dei Rui Costa. Non soltanto per Ronaldo, ma per un intero gruppo cresciuto nel momento storico in cui il calcio portoghese ha smesso di produrre soltanto artisti e ha iniziato finalmente a creare anche profondità, struttura, continuità internazionale, come testimoniato dai tre trofei vinti negli ultimi dieci anni. I lusitani hanno raggiunto le semifinali dei Mondiali per due volte nella propria storia. Nella terra del fado e dei pasteis de nata non si nascondono: l’obiettivo minimo è eguagliare quel traguardo e in molti credono nella vittoria finale, come in occasione di Qatar 2022. Sulla carta vi sono tre o quattro nazionali superiori. Se CR7 avesse avuto qualche anno in meno non avremmo potuto non considerare il Portogallo una nazionale da titolo. I pronostici sono fatti però per essere sovvertiti…
I convocati
Portieri: Diogo Costa (1999, FC Porto), José Sá (1993, Wolverhampton), Rui Silva (1994, Sporting), Ricardo Velho (1998, Gençlerbirliği).
Difensori: Tomás Araújo (2002, Benfica), João Cancelo (1994, Barcellona), Diogo Dalot (1999, Manchester United), Rúben Dias (1997, Manchester City), Gonçalo Inácio (2001, Sporting), Nuno Mendes (2002, PSG), Matheus Nunes (1998, Manchester City), Nélson Semedo (1993, Fenerbahçe), Renato Veiga (2003, Villareal)
Centrocampisti: Samuel Costa (2000, RCD Maiorca), Bruno Fernandes (1994, Manchester United), João Neves (2004, PSG), Rúben Neves (1997, Al-Hilal), Bernardo Silva (1994, Manchester City), Vitinha (2000, PSG).
Attaccanti: Francisco Conceição (2002, Juventus), Gonçalo Guedes (1999, Real Sociedad), João Félix (1999, Al-Nassr), Rafael Leão (1999, Milan), Pedro Neto (2000, Chelsea), Gonçalo Ramos (2001, PSG), Cristiano Ronaldo (1985, Al-Nassr), Francisco Trincão (1999, Sporting)
CT: Roberto Martínez.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.










