Quando la FIFA ha allargato il Mondiale a quarantotto squadre e l’Asia si è vista raddoppiare i posti disponibili, molti immaginavano l’ingresso delle grandi incompiute del continente: la Cina soprattutto, con il suo miliardo e mezzo di abitanti e i suoi investimenti spesso confusi con la competenza. Pochi pensavano alla Giordania e forse nemmeno i giordani stessi ci credevano davvero fino in fondo. La qualificazione non è arrivata per caso o per qualche sliding door favorevole. La squadra è giunta seconda dietro la Corea del Sud nel girone finale asiatico, staccando il pass con una giornata d’anticipo.
La Giordania è approdata al Mondiale nel modo in cui spesso le squadre mediorientali riescono a diventare pericolose: difendendo con ordine, soffrendo senza isterismi e ripartendo con velocità quasi feroce appena l’avversario perde equilibrio. Difficile da battere, molto organizzata, pronta a colpire negli spazi. Una nazionale che conosce perfettamente i propri limiti e proprio per questo li espone meno degli altri. Nelle qualificazioni la Giordania ha avuto soprattutto un merito: non perdere la testa nei momenti decisivi. A Gedda ha battuto l’Arabia Saudita 2-1 prendendosi il primo posto nel girone, risultato che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato quasi fantascienza. Poi, nella fase finale asiatica, non ha fatto nulla di spettacolare ma quasi tutto nel modo corretto: quattro vittorie, appena due sconfitte e la capacità di approfittare di un gruppo equilibrato dove le grandi continuavano a togliersi punti a vicenda.
Questa non è una nazionale costruita artificialmente attorno a naturalizzazioni di massa o a talenti importati dall’estero all’ultimo momento. Molti dei giocatori sono nati proprio ad Amman, cresciuti nei quartieri della capitale, e quasi tutti vengono comunque dalla Giordania. Si conoscono da anni, condividono lingua, abitudini, pressione sociale e persino i campi dove hanno iniziato a giocare. È una squadra che assomiglia ancora al proprio paese, elemento tutt’altro che scontato nel calcio odierno.
Il CT, il 55enne marocchino Sellami, ex calciatore del Besiktas, dice di voler costruire qualcosa che resti anche dopo il Mondiale, migliorare il campionato locale, sviluppare giovani capaci di stare a livello internazionale. Il livello attuale non è comunque eccelso. Il peso offensivo della squadra grava quasi interamente su tre uomini: Mousa Al Tamari, Ali Olwan e Yazan Al Naimat. Sono gli unici attaccanti capaci di andare regolarmente in doppia cifra con la maglia bianca della nazionale. Ma due di loro arrivano al Mondiale accompagnati dagli infortuni. Al Naimat, il centravanti simbolo della squadra, si è rotto il legamento crociato contro l’Arabia Saudita. Sellami, dopo la partita, si commosse fino alle lacrime. Qualche settimana più tardi anche Olwan finì sotto i ferri dopo un duro intervento subito in Qatar. Resta Al Tamari, il più talentuoso del gruppo, l’uomo di Rennes, soprannominato in gioventù “il Messi giordano”.
La compagine di Sellami è una squadra senza grande profondità tecnica, con risorse limitate e qualche problema fisico pesante, che però continua a presentarsi alle partite con una disciplina quasi ostinata. Il CT marocchino continuerà con il suo 3-4-2-1 elastico, che in fase difensiva diventa quasi un 5-4-1 molto basso e compatto. Una struttura pensata per proteggere gli spazi centrali e trasformare ogni recupero in una ripartenza verticale. In fondo questa squadra vive soprattutto di transizioni: lascia spesso l’iniziativa agli altri e poi prova a colpire nel momento in cui la partita si apre appena. Anche perché la Giordania sembra sentirsi perfettamente a proprio agio quando parte sfavorita. È il suo habitat naturale.
Dietro, il riferimento resta Yazan Al Arab, centrale autorevole e fisicamente dominante, uomo simbolo dello spirito giordano più ancora che della tecnica. Accanto a lui agiranno difensori esperti come Abdallah Nasib, che raramente sbaglia lettura, e il più giovane Mohammad Abualnadi, cresciuto negli Stati Uniti ma ormai pienamente integrato nel sistema di Sellami. Sulle corsie laterali si giocherà molto del destino della squadra. Ehsan Haddad, capitano storico della nazionale, garantisce esperienza e personalità, anche se gli anni cominciano inevitabilmente a pesare. Dall’altra parte Mohannad Abu Taha rappresenta invece una delle sorprese più interessanti dell’ultimo periodo: nato come esterno offensivo, è stato trasformato in un quinto dinamico, capace di accompagnare rapidamente il contropiede.
In mezzo al campo la Giordania non possiede veri palleggiatori ma uomini di equilibrio. Nizar Al Rashdan è probabilmente il più importante: mediano intelligente, abituato alle partite sporche, uno di quei centrocampisti che non attirano gli applausi ma impediscono agli altri di giocare bene. Accanto a lui Amer Jamous aggiunge corsa continua e aggressività, formando una coppia piuttosto complementare. Davanti, naturalmente, tutto ruota attorno a Mousa Al Tamari. Il talento del Rennes è il volto internazionale della Giordania, il giocatore che più di tutti può cambiare il ritmo della partita con una giocata individuale. Mancino rapido, imprevedibile, ama partire largo per poi accentrarsi improvvisamente: è piuttosto un attaccante moderno che vive di accelerazioni e campo aperto. Quando la Giordania riparte, il primo pensiero dei compagni è quasi sempre trovarlo immediatamente.
Molto dipenderà però dalle condizioni di Al Naimat e Olwan. Se il primo recupererà almeno parte della propria esplosività dopo il crociato, la Giordania potrà avere un vero riferimento offensivo centrale, forte fisicamente e prezioso nel gioco diretto. Se invece dovesse mancare brillantezza, Sellami potrebbe affidarsi maggiormente all’esperienza di Mahmoud Al Mardi o alla freschezza del giovane Ibrahim Sabra, 20enne nato ad Amman, passato lo scorso anno per il campionato turco e approdato recentemente in Croazia, considerato uno dei prospetti più interessanti del movimento.
Il girone resta durissimo: Austria, Algeria e soprattutto Argentina. In questo c’è qualcosa di profondamente mediorientale e insieme molto calcistico: la convinzione che nelle partite secche contino più il carattere e l’organizzazione che la reputazione. Forse non basterà per fare strada, vista la differenza tecnica con le rivali, però sarebbe un errore considerare questa nazionale soltanto una comparsa folkloristica.
I convocati
Portieri:
Yazeed Abulaila (1993, Al-Hussein SC), Abdallah Al-Fakhouri (2000, Al-Wehdat SC), Noureddin Bani Attiah (1993, Al Faisaly SC).
Difensori:
Mohammad Abualnadi (2001, Selangor FC), Husam Abu Dahab (2000, Al Faisaly SC), Mohammad Abu Hasheesh (1995, Al Karma SC), Yazan Al-Arab (1996, FC Seul), Saed Al-Rosan (1997, Al-Hussein SC), Anas Badawi (1997, Al Faisaly SC), Ehsan Haddad (1994, Al-Hussein SC), Abdallah Nasib (1994, Al Zawra’a SC), Saleem Obaid (1992, Al-Hussein SC).
Centrocampisti:
Rajaei Ayed (1993, Al-Hussein SC), Mohammad Al-Dawoud (1992, Al-Wehdat SC), Nizar Al-Rashdan (1999, Qatar SC), Noor Al-Rawabdeh (1997, Selangor FC), Amer Jamous (2002, Al Zawra’a SC), Ibrahim Saadeh (2000, Al Karma SC).
Attaccanti:
Ali Azaizeh (2004, Al-Shabab), Mahmoud Al-Mardi (1993, Al-Hussein SC), Musa Al-Taamari (1997, Rennes), Odeh Fakhoury (2005, Pyramids FC), Ali Olwan (2000, Al-Sailiya SC), Ibrahim Sabra (2006, NK Lokomotiva Zagabria), Shararh (1997, Raja Casablanca).
CT: Jamal Sellami.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.










