L’Arabia Saudita arriva a questo Mondiale con molte più domande che certezze. Ed è una situazione insolita per una nazione che negli ultimi anni ha investito nel calcio come pochi altri al mondo. Stadi nuovi, campioni europei, fondi sovrani, progetti faraonici e una Coppa del Mondo da organizzare nel 2034. Eppure la nazionale, almeno per ora, non è cresciuta alla stessa velocità del sistema che la circonda.
Basta tornare con la memoria a Qatar 2022. Quel pomeriggio contro l’Argentina sembrò l’inizio di qualcosa di enorme. I Falchi andarono sotto, reagirono e ribaltarono la partita contro quella che sarebbe diventata la nazionale campione del mondo. Salem Al Dawsari segnò uno dei gol più belli del torneo e per qualche settimana si parlò dell’Arabia Saudita come di una possibile nuova protagonista del calcio asiatico.
Quattro anni dopo il quadro appare molto più sfumato. La qualificazione è arrivata, ma senza entusiasmare. Anzi, se il Mondiale fosse rimasto a trentadue squadre, probabilmente l’Arabia Saudita sarebbe rimasta a casa. Prima è arrivato il secondo posto dietro la sorprendente Giordania. Poi il distacco evidente da Giappone e Australia nella fase principale delle qualificazioni. Infine il pass ottenuto attraverso il nuovo format allargato. Un traguardo raggiunto più con pragmatismo che con superiorità tecnica. Il dato che preoccupa maggiormente è offensivo. Sette gol in dieci partite di qualificazione. Nessuno realizzato da un vero centravanti. Un numero che racconta da solo buona parte dei problemi della squadra.
Negli ultimi anni sia Roberto Mancini sia Hervé Renard hanno evidenziato la stessa difficoltà: gli attaccanti sauditi giocano troppo poco nei loro club. L’arrivo massiccio di campioni stranieri nella Saudi Pro League ha innalzato il livello del campionato ma ha ridotto gli spazi soprattutto per i giocatori offensivi locali. E, a differenza di quanto accade in Giappone o Corea del Sud, l’Arabia Saudita continua a esportare pochissimi talenti verso l’Europa. È una contraddizione interessante: il calcio saudita è più ricco che mai, ma la nazionale fatica a beneficiarne.
In questo contesto si inserisce la scelta più clamorosa: l’esonero di Hervé Renard a poche settimane dal Mondiale. Una decisione che ha sorpreso molti osservatori. Renard non stava ottenendo risultati straordinari, ma rappresentava comunque una figura molto rispettata e soprattutto conosceva perfettamente l’ambiente. La pesante sconfitta interna per 4-0 contro l’Egitto è stata però la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Al suo posto è arrivato Georgios Donis, tecnico greco che conosce il calcio saudita meglio di molti allenatori locali. Ha guidato diverse squadre della Saudi Pro League dal 2021 e la federazione ha scommesso proprio sulla sua familiarità con il campionato, con i giocatori e con la cultura calcistica del Paese. Più che una scelta rivoluzionaria, sembra una missione di pronto soccorso. Donis eredita una squadra in difficoltà ma non priva di talento. Salem Al Dawsari resta il simbolo della nazionale. A trentaquattro anni continua a essere il volto del calcio saudita, il capitano, il leader tecnico e l’autore del gol che nessun tifoso dimenticherà mai contro l’Argentina. Tuttavia anche lui, negli ultimi tempi, ha dato l’impressione di portare sulle spalle un peso eccessivo.
Per fortuna del nuovo CT, qualcosa si muove dietro la vecchia guardia. Il trequartista Musab Al Juwayr è probabilmente il talento più interessante emerso negli ultimi due anni. Ha creatività, personalità e una naturale propensione a giocare tra le linee. Attorno a lui stanno crescendo anche i gemelli Mohammed e Saleh Abu Al Shamat, due dei prospetti più intriganti del calcio saudita contemporaneo. Non saranno dei game changer però rappresentano il segnale che il ricambio generazionale, lentamente, sta iniziando. Il problema è che il Mondiale arriva adesso. E Donis avrà poche settimane per trovare una soluzione a una squadra che segna poco, cambia allenatore all’ultimo momento e si presenta nel torneo più importante del mondo in una fase di evidente transizione.
Dal punto di vista tattico, Donis sembra intenzionato a partire dal 4-2-3-1 che aveva già caratterizzato parte del lavoro di Renard. Tuttavia chi ha seguito le sue squadre sa che il greco non è un integralista. In carriera ha utilizzato spesso anche il 4-4-2 e il 5-3-2, adattandosi agli uomini a disposizione più che alle mode del momento. La vera questione, però, resta sempre la stessa: chi segna? Firas Al Buraikan resta il centravanti di riferimento, non tanto perché sia un bomber devastante, ma perché è il più affidabile tra le opzioni disponibili. Ha il miglior rendimento realizzativo tra gli attaccanti sauditi e conosce bene il ruolo, ma anche lui paga la concorrenza degli stranieri nel campionato nazionale. Alle sue spalle ci sono Saleh Al Shehri, il classico numero nove vecchio stile, e Abdullah Al Hamdan, fisicamente potente ma mai definitivamente esploso. Entrambi hanno esperienza internazionale, entrambi possono risultare utili in certe partite, ma nessuno dei due offre la sensazione di poter trascinare da solo il reparto offensivo.
Per questo Donis potrebbe affidarsi maggiormente alle seconde linee offensive e agli inserimenti. Musab Al Juwayr rappresenta il giocatore che più accende la fantasia. A soli ventidue anni è già diventato uno dei riferimenti tecnici della squadra. Non possiede ancora il peso specifico di Salem Al Dawsari, ma offre qualcosa che al calcio saudita manca da tempo: creatività centrale, capacità di giocare tra le linee e coraggio nell’ultimo passaggio. Accanto a lui potrebbero trovare spazio Abdulrahman Al Aboud, esterno generoso e disciplinato, oppure Saleh Abu Al Shamat, uno dei giovani più interessanti dell’intero movimento. È un’ala che ama puntare l’uomo e creare superiorità numerica, caratteristica piuttosto rara nella rosa saudita.
Dietro, invece, l’Arabia Saudita presenta probabilmente il reparto più affidabile. Saud Abdulhamid, oggi al Lens dopo il passaggio dalla Roma, resta l’unico vero europeo della rosa e rappresenta forse il simbolo di ciò che il calcio saudita dovrebbe diventare nei prossimi anni: giocatori disposti a misurarsi stabilmente fuori dai confini nazionali. Al centro della difesa Hassan Al Tambakti e Hassan Kadesh garantiscono esperienza e fisicità. Kadesh, tra l’altro, è stato addirittura uno dei migliori marcatori della squadra durante le qualificazioni, dettaglio che racconta molto bene le difficoltà offensive già evidenziate. Tra i pali il favorito sembra essere Nawaf Al Aqidi. Le sue parate nelle ultime gare qualificative hanno avuto un peso enorme e gli hanno probabilmente consegnato la maglia da titolare.
Il girone, tuttavia, non concede tregua. Uruguay e Spagna rappresentano due scuole calcistiche completamente diverse ma entrambe di altra galassia per profondità e qualità offensiva. Gli uruguaiani possono contare su attaccanti abituati a sacrificarsi per la squadra oltre che a segnare. Gli spagnoli possiedono probabilmente il miglior sistema di possesso del torneo. Perfino Capo Verde arriva con entusiasmo e organizzazione tattica. Per questo motivo l’Arabia Saudita sembra destinata a giocare un Mondiale di resistenza: difesa compatta, ripartenze, palle inattive e speranza che Salem Al Dawsari trovi ancora una volta il lampo che lo ha reso immortale contro l’Argentina. Nonostante i capitali attratti dal campionato, non è l’Arabia Saudita più forte di sempre. L’obiettivo è giocarsi il terzo posto nel girone con Capo Verde, impresa tutt’altro che scontata.
I convocati
Portieri: Ahmed Alkassar, Mohammed Alowais, Nawaf Alaqidi.
Difensori: Saud Abdulhamid, Jehad Thikri, Abdulelah Alamri, Hassan Altambakti, Ali Lajami, Hassan Kadish, Moteb Alharbi, Ali Majrashi, Mohammed Abu Alshamat
Centrocampisti: Ziyad Aljohani, Nasser Aldawsari, Mohammed Kanno, Abdullah Alkhaibari, Nawaf Buwashi, Abdul Ahlamddan, Khalid Alghannam, Ala Alhajji.
Attaccanti: Musab Aljuwyr, Sultan Mandash, Aiman Yahya, Salem Aldawsari, Feras Albrikan, Saleh Alshehri.
CT: Georgios Donis

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.










