C’è una domanda che da quasi un decennio accompagna il destino del Milan e che, osservata da una certa distanza, racconta molto più del semplice futuro di una squadra di calcio. Come è possibile che uno dei club più prestigiosi del pianeta, sette volte campione d’Europa, simbolo sportivo riconosciuto in ogni continente e marchio dal valore globale, non sia riuscito a trovare un grande imprenditore italiano disposto a raccogliere l’eredità di Silvio Berlusconi?
La questione va oltre il calcio. Riguarda il rapporto tra impresa e identità nazionale, tra capitalismo e territorio, tra una certa idea dell’Italia e quella che è diventata oggi. Per oltre trent’anni il Milan è stato molto più di una società sportiva. È stato uno dei principali strumenti di rappresentazione del capitalismo italiano nel mondo. Quando Silvio Berlusconi acquistò il club nel 1986, il calcio italiano era già il punto di riferimento internazionale del settore, ma il Milan divenne qualcosa di diverso. Divenne il laboratorio attraverso cui un imprenditore raccontava la propria visione del successo. Le vittorie, gli Scudetti , le 5 Champions League, le campagne acquisti, i primi contratti miliardari, l’organizzazione societaria, la ristrutturazione di Milanello, la modernità della comunicazione e persino lo stile estetico contribuirono a costruire un modello che superava i confini dello sport.
Il Milan di Berlusconi era contemporaneamente una squadra di calcio, un simbolo di prestigio e una straordinaria operazione di branding ante litteram. Era la dimostrazione che un imprenditore italiano poteva competere e vincere sulla scena globale. Quando quell’epoca terminò, non si chiuse soltanto un ciclo sportivo, si concluse un modello culturale.
Da allora il Milan ha attraversato una lunga transizione. È passato attraverso investitori stranieri, proprietà cinesi, fondi americani e operazioni finanziarie che hanno progressivamente trasformato la natura stessa del club. Eppure, nel corso di questi anni, una domanda è rimasta senza risposta: perché nessuno tra i grandi protagonisti dell’economia italiana ha deciso di intervenire?
La risposta più immediata riguarda la trasformazione dell’imprenditoria nazionale. L’Italia degli anni Ottanta e Novanta era ancora caratterizzata da famiglie industriali fortemente radicate nei territori. L’imprenditore era una figura pubblica, spesso identificata con la città, la regione e la comunità di appartenenza. Possedere una squadra di calcio significava rafforzare il proprio prestigio, consolidare relazioni istituzionali e costruire consenso sociale. Era un’epoca nella quale il ritorno economico diretto non rappresentava necessariamente il principale parametro di valutazione. La squadra di calcio era anche uno strumento di rappresentanza. Negli ultimi vent’anni questo scenario è cambiato radicalmente. Le grandi famiglie imprenditoriali italiane hanno progressivamente ridotto l’esposizione verso attività considerate marginali rispetto al core business. La globalizzazione ha imposto nuovi criteri di competitività, i mercati finanziari hanno aumentato la pressione sui risultati e la gestione del capitale è diventata sempre più orientata all’efficienza.
In questo contesto il calcio ha perso gran parte della sua attrattiva. Acquistare un grande club europeo significa immobilizzare miliardi di euro in un settore caratterizzato da margini ridotti, costi elevatissimi e risultati spesso imprevedibili. Non esistono garanzie sportive e nemmeno certezze finanziarie. Non ci sono le stesse condizioni imprenditoriali che altri trovano in Germania, Inghilterra, ad esempio, quindi per molti imprenditori contemporanei il rapporto rischio-beneficio appare semplicemente poco conveniente.
A differenza del passato, inoltre, il prestigio sociale derivante dalla proprietà di una squadra di calcio è sprovvisto del valore simbolico che aveva un tempo. Le nuove élite economiche costruiscono la propria reputazione attraverso investimenti internazionali, innovazione tecnologica, finanza e sostenibilità. Il calcio non rappresenta più il centro della narrazione pubblica dell’imprenditore di successo, figlia anche di un degrado sportivo che in questi 20 anni ha visto l’Italia divenire un campionato di metà livello, non più quello degli anni 80/90 ed inizio 2000. Esiste poi un’altra considerazione, forse ancora più importante.
Il Milan che Berlusconi acquistò nel 1986 era un club prestigioso ma inserito in un calcio economicamente molto diverso da quello attuale. Oggi chiunque volesse acquistare il Milan dovrebbe confrontarsi con una valutazione miliardaria, con la necessità di sviluppare infrastrutture moderne, con la costruzione di uno stadio di proprietà e con una concorrenza internazionale sostenuta da fondi sovrani, multinazionali e gruppi finanziari globali.
Non basta più essere ricchi. Bisogna essere immensamente capitalizzati.
È in questo vuoto che si sono inseriti gli investitori stranieri. L’esperienza cinese aveva alimentato l’illusione di una nuova stagione di espansione. In realtà si rivelò rapidamente fragile, condizionata da problemi finanziari e da una struttura patrimoniale incapace di sostenere le ambizioni dichiarate. Successivamente il controllo passò a fondi americani che introdussero una logica differente. Meno romanticismo, meno centralità della figura del proprietario e maggiore attenzione agli indicatori economici. Il club è stato progressivamente riportato verso una condizione di sostenibilità finanziaria, con un controllo più rigoroso dei costi e una gestione manageriale più vicina ai modelli utilizzati nel business internazionale.
Lo scudetto conquistato nel 2022 con la semifinale di Champions contro L’Inter l’anno dopo hanno dato un bagliore di speranza. Allo stesso tempo, tuttavia, molti tifosi continuano a percepire una distanza tra la grandezza storica del Milan e l’ambizione espressa dalle sue proprietà recenti. È il conflitto tipico del calcio contemporaneo: da una parte la sostenibilità, dall’altra il desiderio di competere con chi dispone di risorse praticamente illimitate. E allora la domanda iniziale torna con ancora maggiore forza. Esiste oggi in Italia qualcuno in grado di acquistare e rilanciare il Milan?
La risposta teorica è sì. Nel Paese esistono ancora grandi patrimoni, gruppi industriali solidi e imprenditori capaci di sostenere operazioni di enorme portata. Ma la domanda vera non riguarda la possibilità economica. Riguarda la volontà.L’imprenditore italiano contemporaneo sembra non considerare più il possesso di una squadra di calcio come una priorità strategica. Il ritorno reputazionale appare inferiore rispetto al passato, mentre i rischi economici risultano molto più elevati. Per questo motivo il Milan rappresenta forse il caso più emblematico della trasformazione del capitalismo italiano. Non è soltanto una società passata da mani nazionali a proprietà internazionali. È il simbolo di un Paese nel quale il legame tra grande impresa e calcio si è progressivamente indebolito, fino quasi a scomparire.
Forse il vero erede di Berlusconi non è mai arrivato perché il mondo che aveva reso possibile Berlusconi non esiste più. E forse il futuro del Milan, come quello di molti grandi club europei, sarà sempre meno legato alle identità nazionali e sempre più ai flussi globali del capitale.
Resta però un’altra domanda aperta: quando un club perde il legame con il proprio capitalismo nazionale, perde la passione, l’amore, perde davvero una parte della sua anima oppure sta semplicemente adattandosi alle regole del nuovo calcio globale?.
La sensazione è chel romanticismo di chi ha vissuto quegli anni, quelle gioie , quelle serate ad acclamare campioni e coppe difficilmente riuscirà ad accettare questa modernità.

BIO: Vincenzo D’Aniello è nato ad Aversa (CE) il 25-5-1985 . È in possesso della licenza di allenatore UEFA/B e ha allenato in diverse categorie e in diverse scuole calcio della provincia di Caserta e Napoli.











6 risposte
Carissimo Signor D’Aniello, l’articolo è indubbiamente costruito bene e discorsivo e per questo le faccio i miei complimenti. Concordo con quasi tutto il contenuto , meno che conparte dell’incipit .
Il Milan è sempre stato una Grande Squadra, utilizzo appositamente il maiuscolo. Ma non lo dico io, tifoso malato di anni 59, che andò’ allo stadio la prima volta a quattro anni con il suo amato cognato e la magliettina del Milan.
Lo dice la Storia ( idem maiuscolo). Il Milan vinse ,come il Genoa, agli albori della propria Storia, inizi secolo scorso, sopporto’ una scissione da parte di chi se ne andò’ semplicemente per una misera questione di cariche, ebbe il coraggio di dire no all’italianizzazione dei nomi dei giocatori, in un periodo in cui il coraggio non era da tutti, fu “ depredato” del proprio Stadio costruito con i propri soldi, salvo’ dalla Serie B proprio coloro i quali si erano scissi , ciò nonostante ebbe un lunghissimo periodo di oscurità per quanto riguarda i titoli vinti sul campo, che’ quelli morali in questo Paese non contano . E poi nel 1954 circa 43 anni dopo l’ultima vittoria torno’ a rivincere e fino al 1979 con un paio di eccezioni ebbe grandi proprietari italiani.
Le leggende del gre no li’ , di Schiaffino, di Rivera, di Albertosi, di Rocco e Gipo Aviano stanno li’ a dimostrarlo. Non commettiamo l’errore di molti che individuano l’epoca d’oro del Milan solo con Berlusconi, detto da uno che lo ha amato e lo ama. Il Milan c’era prima dell’Eterno Presidente, dell’Uomo delle Stelle come lo chiamiamo noi casciavit innamorati di un’amore profondo per questa Squadra, perché il Milanismo è vero Amore.
Il Milan è certo non è iniziato con Berlusconi ed è altrettanto certo che non finirà con cardinale( minuscolo appositamente).
Il Milan siamo noi.
Con affetto
Danilo Giovanni Festa
Applaudo all’Orgoglio Rossonero
Il Milan ha insegnato calcio in Italia e nel Mondo.
Basta pensare a quanto DNA milanista c’è negli allenatori che hanno fatto il calcio Italiano: pochi nomi: i “figli” di Rocco e Gipo Viani: Radice, Trapattoni, Maldini, Scala, Bagnoli e poi i “figli” di Sacchi, forse più nel mondo che in Italia.
Lo faremo ancora.
Quandoque bonus dormitat Homerus
Complimenti per la citazione su Omero 👏👏👏👏
Nel 51 , una leggenda racconta della maledizione dei fratelli Hintermann, solo dopo la loro dipartita per motivi anagrafici avrebbe rivinto il campionato ciaoooo
L’analisi mi sembra abbastanza corretta, sebbene alcuni punti mi lasciano un po’ perplesso. Il Milan di Berlusconi, almeno finché la proprietà è stata in grado di mantenere alta l’asticella, ha modificato in modo sostanziale l’approccio alla gestione di un club. Non a caso ironia, perplessità, se non aperta critica, hanno accompagnato il Milan berlusconiano sin dalla prima campagna acquisti, con le wagneriane Valchirie a far da colonna sonora all’atterraggio degli elicotteri all’Arena in una citazione di Apocalypse Now.
Il mondo non sta fermo, impara, e molti copiano un prodotto migliorandolo, fino a formulare nuovi paradigmi che l’incumbent, per usare un termine tecnico anglosassone, può trovare spiazzanti. Si pensi alla telefonia cellulare: Nokia riuscì a stabilire un’egemonia di fatto; poi Apple intuì il valore di aggiungere le capacità di una connessione internet allo spettacolare successo commerciale dell’iPod e Nokia, letteralmente, sparì nel volgere di pochi mesi.
Purtroppo la stessa cosa è successa al Milan berlusconiano: negli ultimi anni non era più in grado di competere ad alto livello non solo in Europa, ma anche in Italia. Nel frattempo il calcio ha proseguito la sua evoluzione, da club padronale con significative disponibilità economiche ad azienda strutturata, fino a diventare un paradigma di gestione multinazionale.
Qui è dove casca l’asino. L’Italia è un Paese dove la modernità è spesso ostracizzata; la nostalgia per i tempi che furono (dimenticandone il pesante rovescio della medaglia) ha più presa delle possibilità che la contemporaneità offre. Basti pensare alle crociate contro il 5G, la bioingegneria, l’energia nucleare o l’Intelligenza Artificiale. Questo sostanziale rifiuto della modernità ci mette sempre più ai margini. L’economia declina da decenni e, se tutta l’Europa ha perso diversi treni dello sviluppo tecnologico, l’Italia rappresenta purtroppo i bassifondi della classifica continentale.
Il contrario si tradurrebbe in lavori a maggiore qualifica, retribuzioni più alte e maggiore attrattiva per investitori esteri, compresi i venture capitalist pronti a finanziare le start-up. Questo potrebbe essere il brodo di coltura di una nuova classe di imprenditori italiani interessati a diversificare anche nello sport, proprio come gli investitori della Silicon Valley fanno con l’NBA (non proprio una lega per peones).
Un paio di esempi. Steve Ballmer (ex CEO di Microsoft): ha aperto la pista nel 2014 acquistando i Los Angeles Clippers (NBA) per la cifra (allora record) di 2 miliardi di dollari. Oggi la squadra vale più del doppio e Ballmer ha finanziato privatamente l’Intuit Dome, l’arena tecnologica più avanzata del mondo a Inglewood. Joe Lacob e Peter Guber (Venture Capitalists): Hanno acquistato i Golden State Warriors (NBA) nel 2010 per 450 milioni. Applicando la mentalità analitica della Silicon Valley, hanno trasformato la squadra in una dinastia e in una macchina da soldi che oggi sfiora i 7-8 miliardi di dollari di valutazione. Ogni volta che mi sono trovato in California per lavoro non sono mai riuscito a trovare un biglietto, era sempre tutto esaurito, malgrado prezzi astronomici nella larga parte degli impianti.
Una domanda che dovremmo porci, come Italia, è perché Mansour bin Zayed Al Nahyan e Tamim bin Hamad Al Thani (Emiro del Qatar) abbiano messo gli occhi sul Manchester City e sul PSG e non sul Milan o su un’altra squadra italiana tra il 2008 e il 2011. Sullo scarso interesse al ritorno di immagine e sulla bassa profittabilità di un club come il nostro, mi permetto di evidenziare i tre principali motivi per cui gli imprenditori USA investono nello sport cifre per noi impensabili:
1. Resistenza alla crisi e Diritti TV: In un mondo frammentato, lo sport dal vivo è l’unica cosa che le persone guardano ancora in diretta. I colossi del tech (Amazon Prime, Apple TV, YouTube TV) stanno spendendo miliardi per i diritti di streaming, facendo lievitare il valore delle squadre a dismisura.
2. I dati e l’Intelligenza Artificiale: Gli imprenditori del tech applicano il Machine Learning e la Data Analysis a tutto: dalle performance degli atleti (con startup di biometrica e tracciamento video come Uplift Labs o Fastbreak AI) fino alla vendita predittiva dei biglietti e all’ottimizzazione degli stadi.
3. Status Symbol supremo: Nella cultura della Silicon Valley, una volta che hai quotato in borsa la tua azienda di software e possiedi jet privati, l’unico vero “pass d’ingresso” per l’Olimpo dei miliardari mondiali è possedere una squadra di cui tutti parlano il lunedì mattina. Non ricorda Silvio Berlusconi?
Quando vedo le partite di Premier o di Champions gli stadi sono sempre pieni, le coreografie sono grandiose e non ho l’idea che la massa del pubblico sia fatta solo da turisti capitati per caso che non sanno distinguere chi sia la squadra di casa.
La differenza sostanziale è l’ecosistema. Il nostro fa sì che nessuno sia realmente interessato a rilevare un club come il Milan investendo in quel modo. Lo stesso vale per altri club. Se l’attrattività della Serie A fosse quella di fine anni ’80 o primi ’90, saremmo noi la Premier League. Invece abbiamo scelto, collettivamente anche con il nostro voto, di diventare un Paese di serie B, e ora stiamo dandoci da fare per una retrocessione in C.
In questa situazione, avere il Milan degli anni d’oro della gestione Berlusconi è impossibile. Investitori, manager, allenatori e giocatori che operano al top non sono granché attratti da prospettive di carriera ed economiche modeste. Si pensi al gentile rifiuto di riallineare il Milan del nostro amato Carletto Ancelotti, qualche anno fa. La Juventus non è più certale per gli Agnelli ma non si vedono imprenditori interessati a un pezzo sostanziale (duole ammetterlo) del nostro calcio, per dire come il problema non sia confinato a Casa Milan.
Tantissime affermazioni di Gerry Cardinale mi lasciano perplesso, tuttavia la sua metafora sulla casa e sul quartiere mi sembra azzeccatissima. L’interesse per una casa in un quartiere fortemente degradato sarà sempre e comunque molto basso, anche se quella casa specifica è ben tenuta, ha tutte le comodità e pure un bel giardino. I possibili acquirenti saranno interessati a un altro immobile in una parte più gradevole della città, lasciando il mercato aperto solo a chi ha pochi spicci. E così puoi al massimo galleggiare malinconicamente, non ridecollare di certo.
Risulta ovvio Vincenzo che un qualsiasi commento al tuo dettagliatissimo articolo sul Milan trovi alcuni altalenanti commenti a volte in contrasto con quanto da te saggiamente riportato. La storia insegna che può essere scritta o descritta in varie forme a prescindere dal naturale evolversi degli accadimenti. Non c’è da meravigliarsi dunque se negli 11 secoli di storia dell’antica Roma si alternino dei periodi di autentico splendore ed egemonia con altri esattamente al suo opposto. Il Milan nei suoi 127 anni di storia ne ha vissuti più di un terzo alla grande, e tante volte alla grandissima! Ora, o meglio da più di un lustro a questa parte, e per colpa di proprietà straniere di certo non avvezze al puro tifo rossonero bensì accorte a bilanci e business, viene praticamente svilito e calpestato il nostro storico retaggio. Stanno però girando alcuni voci, ma potrebbero anche essere fake news, cosa che non mi auguro, che i figli del compianto Presidente Berlusconi stessero facendo un pensierino per tornare a riappropiarsi, magari con la partecipazione di un socio importante (Briatore?) del loro vecchio Diavolo.
Se questo si avverasse potremmo realmente tornare a sognare….e soprattutto a credere fermamente in una rinascita!
Buona giornata!
Massimo 48 ❤️🖤