Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume;
è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre;
è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco”.
(JORGE LUIS BORGES- ALTRE INQUISIZIONI)

Campo di notte, inverno.
È freddo, due squadre di bambini con sciarpa e guanti. Si gioca. Il più piccolo, che dopo grandi battaglie si è riusciti a portare nella squadra dei più grandi di un anno (che eresia per il calcio di questa inflessibile Italia!!!), va verso la porta e affatto preoccupato dall’ingombrante mole del portiere avversario, allunga un ditino per indicare il punto preciso in cui vorrebbe che il suo compagno gli smistasse la palla. Riceve, dribbla, segna. Applausi.
So che questa cosa l’ho già raccontata svariate volte ma so anche che molti di voi avranno osservato questioni analoghe, sebbene in contesti diversi. Nella mia testa questo è un fermo immagine, un FLOW generativo di domande sempre nuove durante questi anni che passano. Un “COME FUNZIONA STA COSA?” Un ricordo pieno di nostalgia che però parla di PREDITTIVITÁ, Decision Making, Embodied cognition, RPD e tante altre cosette che nella testa di un piccolo Giacomo avvenivano.

30 maggio 2026, Finale di Champions, tutti di fronte allo schermo, compreso l’ultimo nato. Virtualmente siamo nella Puskás Aréna di Budapest, alle le spalle di Gonçalo Ramos mentre batte il rigore per antonomasia, imprendibile per Raya. Dietro Viktor Gyökeres che spiazza Safonov con una sicurezza che ci si schianta addosso. Accanto a Doué che calcia come ben sa, mentre Raya si tuffa dalla parte opposta. È il turno di Eze che sbaglia: rincorsa improponibile, pallone che termina fuori dallo specchio. E sbaglia anche Mendes che calcia di sinistro a mezza altezza in una zona facile facile per l’intuito di quel portiere.
Rice “ice” trasforma, con una rincorsa impeccabile mentre Safonov resta immobile.Non siamo lontani da Hakimi, lo sentiamo respirare: associa destro ed esperienza spiazzando Raya. Batte forte il cuore di Martinelli che opta per la soluzione all’incrocio dei pali e la palla si insacca. Ma ecco, Beraldo sceglie giustamente l’angolo basso, a differenza di Gabriel che col suo tiro sopra la traversa spedisce inesorabilmente in Francia la Coppa. Dove siamo? In Ungheria o sprofondati nelle accoglienti comode poltrone di pelle marrone? E come abbiamo fatto a prevedere l’esito dei rigori senza sapere un’acca del teorema di Bayes? Quale mistero si nasconde dietro questa azzeccata lotteria simultanea avvenuta in tutte le case di calciatori ed ex-calciatori, allenatori, tecnici, tifosi o comunque pasionari di calcio, incollati allo schermo per la finale di Champions? PREDITTIVITA’ è nel mistero signori, e scaturisce da multiformi fattori che si mescolano nell’unicità dell’essere umano
“Ho navigato in mari sconosciuti, ho visto terre che nessun uomo aveva mai visto prima e ho guidato una ciurma di disgraziati attraverso tempeste che avrebbero fatto tremare i polsi a chiunque. Ora che l’ancora è calata e la nave è finalmente ferma, vi consegno le mie mappe. Molti vi leggeranno solo delle linee, io vi leggo la fatica dell’essere rimasti a galla. Vi lascio alla sicurezza della vostra terra ferma. Io ho già passato troppo tempo tra i vivi per non sentire la mancanza del mare”
(CAPITANO JAMES COOK, 1771, LETTERA ALL’AMMIRAGLIATO)

Starei delle ore a ragionare sulle scelte di difesa a zona bassa combinata con il pressing alto, aggressivo e a uomo agìto per neutralizzare i vantaggi posizionali degli avversari, ma anche di Pep rivisto in prospettiva difensiva o a quanto invece Enrique, partendo da matrice analoga, rivolga lo sguardo agli aspetti relazionali e innovativi in fase di possesso. Sulla diagonalità. Saranno invece la PREDITTIVITÀ e necessarie precisazioni sulla COGNIZIONE INCARNATA il leitmotiv di questi pensieri sparsi e di altri che verranno. Non si andrebbe del tutto fuori tema perché chi sa di calcio ben più di me, sa che la Champions NON È DA PRENDERE IN CONSIDERAZIONE IN OTTICA PREDITTIVA, non è competizione adatta per IPOTIZZARE IL FUTURO DEL CALCIO col suo numero limitato di partite e di gol fatti e subiti.
Come ci insegna Edgar Morin “il domani sarà frutto di una COMPLESSA COMBINAZIONE DI ELEMENTI”:
tattico-strategici espressi dalle squadre europee e mondiali più efficaci nei loro rispettivi campionati, l’EMERGERE DELLA VARIABILITÀ, dover imparare a DIFENDERSI DALL’IMPREVEDIBILE, quell’IMPREVISTO che ancora non è, oppure è già, ma in fase evolutiva. Un grande Monopoli di PROBABILITA’ e IMPREVISTI. Anche di questi tempi in cui la tecnologia la fa da padrona, gli analisti fanno fatica a leggere L’IMPONDERABILE NELL’EVOLUZIONE, a scorporarsi dal proprio punto di vista. Che poi confronteranno con il team, ok, ma che è spesso inquinato, distorsivo, sempre in rincorsa, ostaggio di schemi ricorrenti e delle proprie granitiche convinzioni.
Le linee futuribili del gioco calcio facilmente le troveremo nel FORZARE LA PREVEDIBILITÀ sia per quanto riguarda le difese che gli attacchi. ANDY CLARK, professore di filosofia cognitiva all’Università del Sussex ha superato in quest’ottica l’EMBODIED COGNITION (di cui mi occuperò nella seconda parte di questa raccolta di pensieri), tramite l’EMBODIED PREDICTION, una nuova interpretazione della PERCEZIONE: la mente non si limita a registrare il mondo ma LO ANTICIPA e costruisce modelli allo SCOPO DI RIDURRE L’INCERTEZZA.
Già con la COGNIZIONE INCARNATA -di cui ho scritto tanto, riferendomi ai lavori di DAMASIO, dei neuroscienziati del gruppo di Parma di Vittorio Gallese in particolare e di Shapiro e Spaulding, anche su questo blog (EMBODIED COGNITION E ALTRE DUE O TRE COSETTE) alle 6W e alle 4E ispirate da filosofi scienziati e correnti di pensiero- la ricerca nelle neuroscienze e nelle scienze cognitive ha iniziato a INTERPRETARE IL CERVELLO UMANO NON COME UN SISTEMA GERARCHICO ma nella prospettiva di MENTE che emerge dalla relazione corpo-cervello-ambiente. Non come si studiava ai miei tempi cioè, nei termini di un sistema top-down e bottom-up che acquisiva e smistava informazioni provenienti dai sensi. Il PREDICTIVE PROCESSING è un modello che descrive la mente come un MECCANISMO PREDITTIVO capace di COSTRUIRE CONTINUAMENTE IPOTESI SULLA REALTÀ.

Secondo ANDY CLARK la percezione non è solo un semplice processo di ricezione di segnali sensoriali ma è in grado di generare continuamente modelli interni del mondo, collaborando con il meccanismo RPD, il RECOGNITION-PRIMED DECISION sviluppato dallo PSICOLOGO GARY KLEIN,( vedi Zattere di salvataggio ).
L’RPD descrive come i giocatori esperti prendono decisioni rapide sotto forte pressione e in contesti caotici e complessi, senza dover confrontare diverse opzioni tra loro, basandosi sull’ESPERIENZA PREGRESSA e sul RICONOSCIMENTO DI PATTERN già sperimentati. La seconda O del ciclo OODA per capirci.

Senza prendere in considerazione tutte le possibili alternative, il calciatore, dopo aver riconosciuto i DETTAGLI FAMILIARI E SIGNIFICATIVI predittivi per l’evoluzione della giocata, valuterà la prima azione efficace, procederà con una simulazione mentale, una visualizzazione dell’ipotesi: se l’ipotesi gli sembrerà soddisfacente la giocata verrà intrapresa tanto rapidamente in relazione alla pressione che ha addosso, per arrivare alla soluzione migliore. Questo approccio è strettamente collegato ad altri modelli teorici come IL PRINCIPIO DI ENERGIA LIBERA DI KARL FRISTON secondo il quale la mente funziona come una macchina predittiva che minimizza continuamente il gap tra l’input sensoriale capace di generare modelli previsionali e la realtà per come si squaderna.

Questo gap è chiamato appunto ENERGIA LIBERA o errore di previsione Scopo: SOPRAVVIVERE e MANTENERE L’OMEOSTASI. Partendo dal presupposto che, come ricorda Morin, nei sistemi complessi l’IMPREVEDIBILITÀ ed il PARADOSSO sono sempre presenti e alcune cose sfuggiranno sempre.
È chiaro ormai a tutti come il rapporto tra percezione e azione sia inscindibile. Alla luce del modello predittivo, gli organismi non si limitano ad aggiornare le proprie rappresentazioni mentali del mondo ma grazie alle affordances che dall’ambiente ricevono, possono anche modificare attivamente lo stesso ambiente per RIDURRE L’ERRORE DI PREVISIONE.In altre parole la percezione emerge dalla relazione biunivoca tra giocatore e ambiente e la sua mente non si limita a interpretare la realtà ma contribuisce a costruirla. Questa visione sottolinea il CARATTERE DINAMICO E RELAZIONALE della conoscenza. Poichè la mente anticipa la realtà di continuo allora ciò che percepisce non è semplicemente una copia del mondo esterno ma il RISULTATO DI UN PROCESSO ATTIVO DI INTERPRETAZIONE, ADATTAMENTO E COSTRUZIONE. Perché, udite udite, il capolinea nel gioco del calcio NON È L’ADATTAMENTO ma la CREAZIONE DI QUEL GESTO CHE VA OLTRE che dall’adattamento emergerà e all’adattamento aggiungerà. A questo punto non si potrà parlare più di coppia MA DI TRIO : PERCEZIONE AZIONE E PREVISIONE.

“La nostra mente non risiede unicamente all’interno del cranio, ma si espande per incorporare risorse non biologiche che diventano parti integranti e funzionali del nostro apparato cognitivo.”
Secondo L’ALVA NOË di ACTION IN PERCEPTION: «Quel che percepiamo è determinato da quel che facciamo, da quel che sappiamo come fare, da quel che siamo pronti a fare». La nostra CAPACITÀ DI PREVEDERE le conseguenze delle nostre azioni sulla base di modelli interni che il nostro cervello sviluppa attraverso l’esperienza e l’apprendimento si trasforma in elemento essenziale nel rapporto tra percezione e azione: quando il difensore vede un avversario avvicinarsi alla porta immagina il COSA, la sua intenzione di fare goal, ma anche il COME, entrare nell’area piccola per fare goal ad esempio, oppure effettuare il tiro dopo un dribbling, o tutta la variabilità dei gesti possibili in base ai dettagli che riesce a cogliere grazie all’esperienza pregressa o alla sua dotazione genetica, a quanto acquisito in allenamento, al proprio patrimonio genetico, al proprio istinto, al proprio genio…; questa previsione gli permetterà di agire in modo preventivo allo scopo di recuperare palla e sventare il pericolo. A meno che non si abbia a che fare con lo sgusciare di un Messi….Ma qui torniamo al ditino di Giacomo…
This side of the truth,
you may not see, my son…..
(DYLAN THOMAS- DEATHS AND ENTRANCES)
Per un lunghissimo tempo di vita ho avuto a che fare con palestre campi e partite quindi un rapporto quotidiano con aspetti quali IMPREVEDIBILITÀ eVARIABILITÀ, COINCIDENZE, MOMENTI. IMPROVVISAZIONI, propri di ogni performance.

Non ho potuto non osservare e confrontarmi col tema della cognizione incarnata. Ho dovuto. La DIMENSIONE INCARNATA (embodied cognition) è stata uno spostamento paradigmatico avverso all’approccio cognitivista, ostinato a catturare la complessità della mente evitando di far riferimento a corpo, ambiente, esperienza vissuta, formattazione corporea di segnali che rendono possibile il nostro penetrare all’interno di un ambiente sociale di connetterci agli altri attraverso dei processi che sono anche prelinguistici, precoscienti, del tutto automatici e scevri da qualsiasi volontà di controllo.
Si inserisce a pieno titolo anche nel quadro imponderabile di un incontro di calcio. Nel 2009 all’epoca del triplete, proprio Mourinho sdoganò nel calcio le idee filosofiche a cui si ispirava lui e tutta la scuola portoghese. Rimasi folgorata da António Rosa Damásio da Lisbona, neurologo, neuroscienziato, psicologo e saggista senza capire ovviamente tutto quello che leggevo.

Damasio legava indissolubilmente il processo COGNITIVO a quello della DECISIONE avversando il “cogito, ergo sum” cartesiano, superando la storica separazione tra corpo e psiche dimostrando che il cervello e il corpo formano un organismo unico e integrato, la MENTE.
La mente deriva, secondo Damasio non solo dall’attività cerebrale, ma anche dai segnali biologici, viscerali e biochimici provenienti dall’intero organismo. Le emozioni e i sentimenti, sono essenziali per prendere decisioni. Le nostre sensazioni connesse all’esperienza pregressa fungono da segnali d’allarme o di spinta, guidando inconsciamente le nostre scelte quotidianegrazie ai MARCATORI SOMATICI, mettendo in luce quanto il sistema cognitivo umano non sia limitato a strutture sottocorticali, ma si estenda a tutto l’organismo. Il marcatore somatico ancorato al lato emotivo del giocatore forza l’attenzione sul segnale automatico d’allarme che avvisa nel fare attenzione al pericolo e all’esito negativo a cui può condurre un’azione. Le emozioni quindi sono un fattore importante di interazione tra le condizioni ambientali e i processi decisionali. Il segnale può far abbandonare immediatamente il corso negativo d’azione, protegge da perdite future permettendo una scelta entro un numero d’alternative che man mano diminuisce. I marcatori rendono più efficiente e preciso, con ogni probabilità, il processo di decision making. Come DAMASIO dimostra nell’esperimento con il paziente Elliot, i marcatori somatici sono esempi speciali di sentimenti generati a partire dalle emozioni secondarie. Quando interviene un marcatore positivo, esso diviene un segnalatore d’incentivi.
Ancora oggi mi avvicino balbettando all’EMBODIED COGNITION nonostante alcuni punti fermi da cui non si può prescindere difficili da equivocare.

Quel che mi era chiara già da allora era la nuova prospettiva che superava i dualismi e ci induceva a pensarci come soggetti umani incarnati non riducibili al nostro cervello e che questo cervello non funzionava come un pc o un calcolatore. Avevo già scritto, negli anni della formazione, fine anni 70, una tesina sul superamento di alcuni neuromiti duali come MENS SANA( da una parte) IN CORPORE SANO(dall’altra parte) ma queste nuove PROSPETTIVE che la mente non coincidesse solo con il cervello, che i processi cognitivi non fossero una facoltà preesistente ma un’attività dinamica e che in qualche modo soggetto, organismo, e ambiente, si definissero a vicenda erano davvero una bomba TSAR scagliata da GREGORY BATESON nell’iperuranio del 1972 tramite i suoi METALOGHI.

GREGORY BATESON (1904-1980) ANTROPOLOGO, SOCIOLOGO E PSICOLOGO BRITANNICO
Dunque:
A. La Mente è l’incontro felice tra corpo e cervello di cui tra l’altro fa parte, un’unità inscindibile, il punto di incontro tra il soggetto e il mondo, dimensione fondamentale dell’esperienza umana. La mente non costruisce solo una rappresentazione interna del mondo ma interagisce continuamente con l’ambiente per decostruire e ricostruire.
B. La parola embodiment è una parola che descrive delle modalità di stare al mondo, l’atto di incarnare qualcosa
sottrarre immaterialità o aggiungere materialità. Larry Shapiro che nell’umiltà ci aveva visto lungo, nel 2007 considerava la Cognizione incarnata come un programma di ricerca più che una teoria, vista la complessità della questione.
Comunque Menary, Newen, De Bruin, Gallagher, Rowlands tentarono di dare un assetto alla questione delimitando il campo della Cognizione alle famose 4 E:
-EMBODIED – INCARNATA: Cervello e corpo formano un’unità inscindibile, la mente, che incide e modella il nostro modo di comprendere la realtà con la complicità delle emozioni.
-EMBEDDED – AMBIENTATA: La mente non opera nel vuoto ma in vari contesti. I suoi processi sono profondamente radicati e riversati nell’ambiente in cui siamo immersi. Ambiente in senso lato.
-EXTENDED – ESTESA: La nostra pelle non demarca un confine: strumenti vari, appunti, il baillamme di tutti i dispositivi tecnologici, ma anche cinesini, picche, forche nonchè gli occhiali da vista, il linguaggio diventano parte integrante di questo sistema, supportando la nostra capacità di ricordare e pensare.
-ENACTIVE – ENATTIVA : La cognizione non è un’entità passiva, ma un’esplorazione attiva dell’ambiente, una interazione continua basata sull’azione
C. Già più di 20 anni fa, nel 2002 la psicologa cognitiva Margaret Wilson in SIX VIEWS OF EMBODIED COGNITION aveva fornito 6 punti di vista che compenetrando le 4 E contemporaneamente ne chiarivanol’essenza:
1. la cognizione è situata in un ambiente e dipende dal flusso continuo di percezione e azione
2. la cognizione è sottoposta a condizionamenti temporali: la nostra mente deve agire in tempi ristretti, per anticipare o poter rispondere agli stimoli in tempo reale
3. noi scarichiamo la nostra cognizione sull’ambiente (contiamo con le dita, prendiamo appunti)
4. l’ambiente fa parte della cognizione in uno scambio continuo
5. la cognizione è tesa all’azione per guidare i comportamenti e fornire risposte adeguate
6. la cognizione offline è basata sulla mente (corpo+cervello e molto altro): anche quando ci scolleghiamo dall’ambiente immediato (sognare a occhi aperti o fare calcoli mentali, progettare), la mente attiva gli stessi meccanismi neurali e sensomotori impiegati originariamente per interagire fisicamente col mondo

D. Nell’ambito della cognizione incarnata esistono quindi visioni simili ma anche molto diverse, avverse, radicali contrarie comunque alla rappresentazione e alla computazione. Nel rispetto del pensiero di Edgar Morin però e della recente rilettura del suo eccezionale punto di vista penso che sia INAPPROPRIATO SEGUIRE IN MANIERA PRESCRITTIVA O PROPAGANDARE SOLTANTO UNO O QUALCUNO TRA QUESTI PUNTI DI VISTA.
Sarebbe piuttosto l’esistenza di una RELAZIONE DI CIRCOLARITÀ TRA QUESTE DIMENSIONI la via. Inoltre NON SI SUSSEGUONO IN MODO SERIALE, CON LA PERCEZIONE CHE ANTICIPA L’AZIONE E SOLO DOPO MODIFICA E RISOLVE IL PROBLEMA MA IN UNA INTERAZIONE DINAMICA e NON CRONOLOGICA (Liuzza, Cimatti, Borghi, 2010).
Fine della prima parte- STAY TUNED











3 risposte
“Brillant” !!!
Post complicato che rileggerò con calma.
Piccola nota: partecipando a Rimini al Coach Experience, il dottor Marco Borgese, parlando di neurofisiologia degli infortuni, spiegava che dovremmo parlare di “allostasi” più che della “omeostasi”, perché il sistema nervoso autonomo è in continuo disequilibrio.
Gentilissimo Simone, purtroppo Cartesio sarà la nostra condanna . Con il massimo rispetto per quanto detto dal Dottor Marco Borghese o meglio da quanto da lei riportato ch il dottore ha detto, non avendo frequentato io la Kermesse, penso non sia mai una questione di questo o di quello ciò che accade, perchè, per quel che ho studiato, nell’ottica del comportamento complementare e coordinato riscontrabile ovunque, l’omeostasi, che è la nostra capacità di mantenere costanti i parametri interni in condizioni di riposo, lavora modulando una base k all’allostasi, processo che è invece dinamico di adattamento allo sforzo. In soldoni l’omeostasi mantiene l’equilibrio di base, glicemico, della temperatura ecc, l’allostasi controlla e si adegua allo sforzo che la partita squaderna adattando di continuo i parametri. Praticamente un concerto.